Milano: forma urbana e qualità dell'abitare - C. Fazzini

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milanobalconeL'imminente appuntamento elettorale per il rinnovo del Consiglio Comunale che dovrà amministrare Milano nei prossimi cinque anni trova la città ad un passaggio critico della sua storia, caratterizzato da luci e ombre, le une e le altre altrettanto intense. Dopo qualche anno in cui certamente la crisi mondiale si è fatta sentire, la città ha ripreso recentemente grande vigore di iniziative; è diventata più attrattiva sulla scena mondiale e insieme sta rinnovando la propria immagine urbana, per i numerosi interventi che sono giunti e stanno giungendo a conclusione. Al tempo stesso però Milano è diventata poco vivibile per i suoi cittadini: i giovani non trovano una casa, la città scende nelle graduatorie nazionali ed internazionali per la qualità dell'ambiente e la sostenibilità sociale; la piccola e grande delinquenza sono in forte aumento. Sono aspetti di grande rilevanza: senza un drastico miglioramento la Grande Milano rischia di avere il fiato corto e non riuscirà a trasformare la sua "vivacità" attuale in un processo duraturo e significativo. I temi su cui intervenire sono ovviamente molti, tutti altrettanto importanti ma, non potendo affrontarli tutti insieme, mi limiterò ad alcuni aspetti che riguardano più da vicino le mie competenze e che, pur apparentemente diversi, possono riunirsi in un comune obiettivo.


Mi riferisco al disegno complessivo della città, alla sua sostenibilità ambientale, al problema casa: quindi, complessivamente, al tema dell'abitare. Pensiamo al disegno della città: quando delle capitali europee (con cui Milano vuole competere) diciamo che sono attraenti, che immagine abbiamo in mente? immagini in cui il paesaggio urbano, le strade centrali sono piacevolmente attraversate da spazi en plein air, grandi boulevard, parchi e scorci naturali, con belle architetture; spazi in cui i musei e le architetture pubbliche sono piacevolmente inserite nel verde e negli spazi aperti. Milano, purtroppo, non è naturalmente dotata sotto questo aspetto, perché non ha colline, non ha fiumi, manca di quegli elementi naturali che conferiscono qualità al paesaggio urbano; eppure la sua parte centrale è di grande qualità anche sotto questo aspetto: i parchi ben disegnati di Milano (il Parco Sempione, i Giardini Montanelli, il Parco delle Basiliche) sono compresi entro il perimetro dei Bastioni, appena fuori questa qualità si ritrova raramente, in ambiti più ridotti. Questa limitatezza ha radici storiche nel Piano di fine Ottocento dell'Ing. Beruto (cui pure va il merito riconosciuto di aver disegnato la forma della città): purtroppo il grande pianificatore non aveva immaginato (o non poteva immaginare) la grande espansione che la città avrebbe avuto, e non ha dotato la città, fuori del suo perimetro storico, di grandi spazi a verde; pensava che sarebbe bastato il Parco Sempione… l'errore (scusabile per Beruto) è stato però ciclicamente ripetuto meno scusabilmente (perché Milano aveva già dimostrato il proprio primato industriale e commerciale) in tempi  recenti e recentissimi : nel 1934 dall'Ing. Albertini nel suo Piano, che "riempiva" di strade e edifici tutto il territorio entro  i confini urbani (fortunatamente  poco attuato); ma anche PRG del 1953; e  infine  (con la pausa della Variante meditativa del 1980) in tutte le occasioni recenti in cui la dismissione avrebbe potuto restituire un disegno urbano sistematico degli spazi aperti:  la Fiera, le Varesine, l'Alfa Romeo, la Richard-Ginori… troppo poche le occasioni, come nel P.R.U "Leoni" (sindaco Marco Formentini, Assessore  Elisabetta Serri Mauri) per una visione sulle aree dismesse non solo volta alle costruzioni ma anche alla formazione di nuovi parchi per la città (il Parco delle Memorie Industriali).

Sono passati vent'anni, ma il problema è rimasto, e l'Amministrazione uscente non ha saputo vederlo, commettendo a mio avviso con la delibera sugli scali ferroviari (fortunatamente respinta) un errore fondamentale su questo passaggio strategico per rigenerare la forma urbana. La grande occasione degli scali ferroviari (che non possiamo perdere) è infatti quella di consentire una strategia (per dimensione e localizzazione), grazie alla quale le realizzazioni oggi giunte a maturazione (Porta Nuova - Portello - Adriano - CityLife - Certosa- Sieroterapico) unitamente ai progetti ancora in corso (Merlata - Bovisa - Santa Giulia - Adriano - Innocenti - ecc) vengano posti coerentemente a sistema, con una visione che produca una nuova forma della città metropolitana. I grandi ambiti di trasformazione descritti rappresentano infatti l’unica occasione che ci resta per recuperare il gap con le grandi città europee in tema di qualità urbana, per attuare un disegno urbano di qualità, che integra i parchi urbani con le nuove centralità. Proviamo a immaginare: Porta Genova e la direttrice dei Navigli nel Parco Sud; lo Scalo Farini come collegamento tra Porta Nuova e Bovisa (e la gran traversata urbana da Città Studi a Porta Nuova; Portello, Cascina Merlata ed area Expo come direttrice metropolitana nord; scalo Romana con le nuove attività direzionali, il parco OM e lo IEO; Bicocca e la direttrice della Città della Salute, verso Villa Reale e il Parco di Monza; Città Studi con le aree ex-Innocenti/Maserati, Lambrate e il parco Adriano fino ai Parchi Lambro, Forlanini e Idroscalo e più oltre sulla direttrice Martesana-Adda. Solo la connessione e il disegno degli spazi aperti può generare realmente il disegno della città metropolitana (o meglio della Regione Urbana) e fare di Milano un vera città mondiale.

Questo non significa in nessun modo penalizzare lo sviluppo urbano, non c'è bisogno di ridurre le volumetrie con una sterile  e anacronistica  contrapposizione tra "verde" e "sviluppo" come qualcuno vorrebbe: la città, fin dalla sua nascita, è sempre stata il disegno intelligente e integrato degli spazi aperti  come del costruito: è un'esperienza comune, non serve essere architetti per capirlo; e solo questo disegno intelligente ha generato nel corso dei secoli il vero sviluppo, in altri termini la vera "rigenerazione urbana", che introduce al tema della sostenibilità ambientale. Il dibattito su questo aspetto, a Milano, ruota da qualche tempo sulla legge regionale che riduce il consumo di suolo, cioè a dire l'obbligo - per le Amministrazioni pubbliche e a cascata per gli operatori del settore - di rigenerare i suoli dismessi (dall'industria, dagli scali, dal terziario, dalle discariche) per le nuove costruzioni, prima di occupare nuovo suolo vergine.  Ma poi ci vuole coerenza: l'attuale mancanza di coerenza consiste nel non aver formulato norme urbanistiche che consentano realmente la rigenerazione urbana; le aree dismesse, grandi e piccole, sono oggi unanimemente considerate un potenziale per il rilancio urbano, in grado di rigenerare la città senza ulteriore consumo di suolo. Ma se poi si obbliga l'operatore a cedere il 50% dell'area dove il Comune realizzerà (quando e come vorrà) edilizia in concorrenza, e all'operatore resta solo l'altra metà dove deve trovar posto per tutto, senza sapere cosa succederà, se quando l'area supera 15.000 mq.  (150 metri per 100, praticamente tutte le aree dismesse) sono obbligato a fare un Piano Attuativo (tempo medio sette anni nel settore urbanistica, poi c'è lo Sportello Unico), è evidente che non ne faccio nulla.

La rigenerazione della città su se stessa è stata per millenni pratica costante e quasi naturale, determinata da stringenti ragioni economiche, sospinta da un uso virtuoso delle  limitate risorse disponibili; solo il secolo trascorso  della modernità ha visto un progressivo dilatarsi del fenomeno urbano a scapito del suo rinnovo in profondità e qualità: una crescita  spinta da ragioni troppo note perché se ne debba parlare, ma che sono ormai (in larga misura) cessate, almeno nella vecchia Europa; e che in ogni caso devono essere sostituite da più virtuose e articolate strategie economiche e sociali. D'altra parte sappiamo che la sfida della competizione globale si giocherà sempre più sulla capacità attrattiva delle città, e così c'è oggi anche una fortunata coincidenza tra ragioni dell'ambiente e ragioni dell'economia, diversamente da quanto si è talvolta verificato nei cinquant'anni trascorsi. Il sistema delle imprese è quindi perfettamente allineato agli obiettivi ambientali, ma servono più articolate strategie sociali ed economiche l'impegno affinché il coacervo di norme che regolano la materia urbanistica e edilizia nel nostro Paese (e nella nostra città) sia realmente sensibile e orientato al raggiungimento di questo obiettivo; perché la spinta alla rigenerazione non venga rallentata, e l'azzeramento del consumo di suolo non si trasformi in un ripiegamento su se stesso del sistema delle costruzioni, costretto nell'impossibilità del fare. Guardare dentro la città significa il rovesciamento di una certo modo di costruire, che vede favorevoli in primis proprio gli operatori, ma chiede regole appropriate: resistono pratiche normative incoerenti con questo obiettivo, che spingono ancora e purtroppo verso i terreni liberi, dove non si vuole e non si può più costruire; basti pensare alle modalità (e ai tempi conseguenti) per ottenere la certificazione di idoneità ambientale nelle aree dismesse.

Infine, una riflessione sulla rigenerazione, sullo sviluppo urbano, sulla sostenibilità ambientale, non può sottrarsi al tema della residenza e dei suoi fruitoriAbbiamo iniziato con le considerazioni su Milano città attrattiva ma poco vivibile, sui giovani che non trovano una casa, e questo porta necessariamente ad affrontare le discrasie che vedono un mercato dove l'offerta sovrabbondante di case a costo elevato (che restano invendute) si confronta con una fortissima richiesta di case a prezzi accessibili (che non ci sono): ci dicono che la soluzione di queste discrasie può risiedere nel Social Housing. Con questo neologismo siamo abituati a identificare oggi un insieme di  questioni ed azioni in ambiti anche molto diversi tra loro (dell’urbanistica, della tecnologia, della costruzione, dell’economia, della sostenibilità, del welfare) e tuttavia concorrenti nel rappresentare un complessivo processo virtuoso per l’abitare contemporaneo, sicché è anche difficile tradurlo, come si vorrebbe per amor della lingua, nell’equivalente italiano residenza sociale, che non ci pare corrispondergli pienamente. Tuttavia, nell’accezione corrente, il termine identifica un intervento residenziale caratterizzato da innovazione tecnologica (sempre per i consumi e le energie rinnovabili, talvolta per i materiali ecosostenibili impiegati), ad elevate prestazioni e basso costo; requisiti certamente necessari per un intervento di Social Housing, ma non sufficienti: il tema della sostenibilità deve riguardare un campo molto più ampio, che attiene l’impatto sociale e l’idea di città, richiamandosi così per  molte analogie (mutate le condizioni) all’archetipo insuperato della città greca nel secolo di Pericle. Queste riflessioni sono quindi dedicate ad aspetti generalmente meno trattati dai versanti dell’ingegneria e dell’architettura e riguardano (quasi) un’interpretazione etimologica del termine, riportandosi al valore innovativo che il Social Housing può rappresentare (ma oggi ancora non rappresenta) per la società e la città contemporanea e futura. Con le differenze proposte dalla diversa situazione socio-economica, si può dire che esso è oggi la risposta possibile ad un grande problema sociale, simile a quello affrontato più di un secolo fa grazie alle prime cooperative di mutuo soccorso per l’abitazione. Quali sono i termini di questo problema? Il fabbisogno di case permane elevato rispetto al decennio precedente, ma si polarizza in modo crescente sulle categorie  più deboli; è aumentata la fascia grigia di persone che non possono fruire degli aiuti pubblici (quando esistono), ma non sono in grado di comperarsi una casa, perché pur  avendo un discreto lavoro non riescono ad accedere ai mutui e/o a vendere l’usato; le famiglie che potrebbero permettersi di cambiar casa spesso rinunciano: risparmiano per paura del futuro, per la vecchiaia e per i figli; crescono in percentuale le persone per le quali casa e welfare sono strettamente collegate (anziani, studenti, famiglie monoreddito, separati); aumenta la mobilità: studenti e persone in cerca di lavoro muovono verso le città più qualificate dove studiare e/o trovare migliori occasioni; cresce in conseguenza la domanda di affitto e si afferma un nuovo modo di vivere legato alle residenze temporaneeLa società e l’economia ruotano sempre intorno al tema casa, ma in un modo molto diverso da pochi anni addietro: non è un caso che le crisi economiche spesso siano state generate dai mutui, che le liti sull’immigrazione nascano intorno al tema casa, che il disagio sociale abbia come prima espressione l’occupazione abusiva: la casa e il lavoro rappresentano la dignità della persona.

Il Social Housing può essere la risposta a questi problemi. Un’altra e parallela istanza è pervasiva nel sentire contemporaneo: la sostenibilità. Ma più ancora che la sostenibilità ambientale ed energetica (ben presente alla ricerca scientifico/economica, come si è accennato), si avverte oggi il bisogno di città sostenibili, dove abitare corrisponda veramente a quel che intendeva Heidegger. Alla costruzione dei soli complessi di residenza, generatori di una domanda di servizi sociali che altri (nemmeno più lo Stato) deve fornire, il modello Social Housing può opporre un polo abitativo completo eppur diverso dai quartieri autonomi, anzi, fortemente integrato e generatore di una più strutturata e coesa forma urbana. Si può affermare che nella sua idea generatrice e negli esempi migliori che sono stati realizzati (anche in Italia), esso rappresenta il  “recupero  progettato” di un modello di sharing economy ben presente nei quartieri e cortili della Milano del secondo dopoguerra: dove la donna che lavorava trovava a chi affidare il bambino se gli asili erano insufficienti; dove c’era sempre chi portava la minestra o le medicine necessarie all’anziano solo o infermo nella sua stanza sul ballatoio; e chi ospitava lo studente di qualche parente (anche alla lontana) che veniva da un paese troppo lontano per tornare ogni sera; e dove i negozi di prima necessità erano sempre a poche decine di metri. Anche al di fuori delle situazioni socialmente più ricche (come la casa di ringhiera), il modello sociale dominante portava con sé i caratteri della sussidiarietà: basato spesso sulla donna di mezza età che non lavorava e accudiva figli e famigliari, su pochi anziani e figli che sviluppavano proprie famiglie vicino a casa; fattori tutti, questi, che non ci sono più: gli anziani aumentano, i figli si spostano, le donne lavorano (fortunatamente), le famiglie si separano. Nella società italiana era radicato il concetto di proprietà della casa come massima espressione di sicurezza, investimento, tesoretto da lasciare ai figli, successo nella vita. Oggi le case si scambiano per turismo, si condividono per necessità, le famiglie sono spesso monoparentali, con figli abituati a vivere in due case diverse. I dati attuali mostrano come l’ipotesi di acquisto di una casa sia solo al quarto posto nella gestione dei risparmi delle famiglie, costrette a mantenere i figli che non lavorano, a risparmiare nell’incertezza del lavoro e a sopravvivere alla soglia di povertà.

Può un buon progetto di Social Housing rispondere a tutto questo? Certamente, purché sia aderente ai concetti complessivi che ne regolano l’istituto: occorre in primo luogo che la scelta della localizzazione risponda alle esigenze in termini di servizi generali, di infrastrutture, di adeguata qualità ambientale; oppure, sia di dimensione tale da contribuire alla dotazione di servizi laddove questi siano insufficienti. E’ poi necessario che il progetto planivolumetrico contempli non solo una coerente integrazione nel contesto, ma anche un’attenta progettazione degli spazi aperti e di relazione nei quali s’inseriscano quelle attività semi-pubbliche specificamente pertinenti l’insediamento (e in parte aperte al pubblico esterno): spazi per lavanderie, cura dei bimbi, incontro di anziani; sale comuni e di aggregazione per adolescenti, co-working, fino alla presenza di orti urbani. Deve poi essere sviluppata dal gruppo di progettazione (non solo l’ingegnere o l’architetto) un’attenta riflessione sul mix delle categorie che (in generale e per le caratteristiche di quel particolare insediamento) che dovranno essere accolte, con le variazioni di percentuali e gli adeguati margini di flessibilità: studenti, anziani soli o in gruppo, giovani coppie, genitori separati, immigrati, famiglie monoparentali con figli; famiglie con figli grandi senza lavoro; single in età lavorativa in soggiorno temporaneo; ciascuno di questi soggetti pone ulteriori esigenze di organizzazione funzionale e distributiva, che non trovano risposta nelle troppo banali suddivisioni dimensionali del mercato. Infine tutte queste esigenze dovranno trovare risposta in un progetto architettonico e costruttivo di costo limitato ma con grandi prestazioni e bassissimi costi di manutenzione nell’arco di vita dell’edificio. Se tutto questo sarà fatto, allora (come nel famoso “If” di Kipling), l’insediamento di Social Housing non solo sarà la risposta giusta ai problemi delineati, ma sarà in grado di promuovere un welfare di comunità anche oltre i propri confini, una cultura partecipativa e responsabile verso il bene comune, che è poi il senso ultimo della città secondo Aristotele.


fazziniClaudio Fazzini

professore associato di progettazione urbana

Politecnico di Milano