Il popolo al centro della storia - G. Valditara

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popolosovranoDemocrazia significa governo del popolo. La partecipazione del popolo al governo della res publica non è sempre stata scontata. Nella antica Roma, per esempio, vi era una oligarchia che pretendeva di guidare la città escludendo la gran parte dei cittadini. Ci vollero molti conflitti e alcune secessioni per affermare il principio che il potere sovrano di governo (imperium e potestas) spetta al popolo. Così nasce la sovranità popolare, intimamente, inscindibilmente connessa con la democrazia. Il pensiero democratico occidentale, che si sviluppa con i contributi fondamentali di Marsilio da Padova, Althusius, Locke, e che non può prescindere da Montesquieu e, pur con alcune sue peculiarità, dallo stesso Rousseau, fissa la sovranità del popolo come fondamento dello stato democratico. Non è un caso che la sovranità popolare venga fissata nella Dichiarazione dei diritti dell'uomo e del cittadino del 1793 e ripresa nella Costituzione francese del 1793, che la sostituisce alla sovranità della nazione affermata invece non casualmente nella Costituzione del 1791, che negava il suffragio universale.

Siccome lo stato nella tradizione democratica occidentale nasce dall'idea di un patto fra cittadini per la comune e reciproca utilità, la sovranità del popolo è sempre stata intesa come sovranità dei cittadiniLo stato non è una associazione universale né una Ong di beneficenza internazionale, ma è finalizzato al soddisfacimento degli interessi dei suoi cittadini. Non è un caso che vi sia sempre stato, in quella tradizione democratica, un legame molto stretto fra prestazioni fiscali e rappresentanza politica. Dopo lungo dibattito in Costituente, la Costituzione italiana ha fissato il principio della sovranità del popolo nel suo primo articolo, legandolo indissolubilmente al principio democratico e pur in presenza di un sistema liberale di contrappesi. Persino la giustizia dovrebbe essere amministrata in nome del popolo da magistrati definiti in Costituente come "mandatari del popolo".

Se il tema della libertà è stato negli ultimi decenni del secolo ventesimo il grande tema del dibattito politico, il secolo ventunesimo si apre con la grande questione della sovranità popolare, ovverosia l'essenza della democrazia. La sovranità del popolo viene messa sempre più a rischio da una serie molteplice di fattori. Innanzitutto un certo modello di Europa che oggi potrebbe essere soltanto confederale e che invece costituisce un gigantesco Moloch in cui decisioni vitali per i cittadini vengono prese da organismi non rappresentativi come la Corte di giustizia, la cui giurisprudenza tende sempre più ad imporsi sulle legislazioni nazionali oltreché sulla giurisprudenza delle corti nazionali; la Banca centrale, che non è soggetta ad autorità politiche; il Consiglio dell'Unione che adotta le principali decisioni europee pur non essendo un organismo adeguatamente rappresentativo; una burocrazia mastodontica dotata di un enorme potere. Manca del resto un popolo europeo, il che spiega perché l'unico modello possibile potrebbe essere quello di tipo confederale, in cui all'Unione rimangano poche, ancorché necessarie competenze.

Parallelamente, a seguito della iperfetazione della teorica dei "diritti umani", nati per esigenze giuste e concrete e ora trasformatisi in una sorta di nuova religione di stato, senza peraltro una divinità che la legittimi, si impongono sempre più giurisdizioni di tribunali internazionali ancora una volta non rappresentativi che rischiano di svuotare di significato le stesse costituzioni nazionali e la volontà dei popoli sovrani su molti temi sensibili.

Se nella massima affermazione della sovranità del popolo a Roma la cittadinanza veniva concessa mediante voto popolare, e se i confini, in ogni civiltà, sono sempre stati difesi dalle invasioni proprio per preservare la libertà di ciascun popolo, oggi si tende ad affermare un generico diritto universale a migrare, calpestando l'interesse dei cittadini.

La sovranità degli stati viene messo a rischio, inoltre, da giganteschi fondi sovrani che manovrano migliaia di miliardi di dollari e che possono condizionare le economie nazionali come mai prima d'ora. Del resto speculatori internazionali possono arrivare impunemente a far crollare una moneta nazionale, mettendo in crisi l'economia di una nazione, e agenzie di rating, senza conseguenza alcuna, arrivano a destabilizzare governi. Così come i consumatori non hanno adeguata tutela contro lo strapotere di grandi gruppi economici.

Lo scontro magistratura/politica è stato impropriamente rappresentato in Italia come un problema di indagini giudiziarie. La vera questione è piuttosto quella di una tendenza della magistratura ordinaria a farsi autonoma fonte di diritto, decidendo da sé della costituzionalità delle leggi e dunque arrivando a disapplicare le scelte dei rappresentanti del popolo.

D'altro canto la politica, in particolare in Italia, tende ad ascoltare sempre meno i cittadini sia ricorrendo a leggi elettorali che garantiscono sempre minori spazi di rappresentanza, sia realizzando operazioni parlamentari trasformistiche che disattendono la volontà popolare, sia arrivando addirittura a non attuare gli esiti di referendum popolari ovvero restringendo lo spazio per gli istituti di democrazia diretta.

Non vi è da stupirsi se in questo contesto, proprio in Italia, si tenda a restringere anche lo spazio delle istituzioni più vicine ai territori, riducendo l'agibilità finanziaria dei comuni e vanificando progressivamente il ruolo delle regioni, negando così il fondamentale principio di sussidiarietà che è complementare a quello di sovranità popolare. Il popolo dei cittadini, sempre più senza voce e senza potere, cerca dunque una rappresentanza politica che lo rimetta al centro della storia.


valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma