Contribuente e fisco: idee per un rinnovamento - R. Brustia

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fiscocontrolliSe è vero che l’Italia sta attraversando ormai da diversi anni un periodo di congiuntura economica negativa, è anche vero che, nonostante gli ottimistici proclami uditi giornalmente, la ripresa economica del Paese stenta a decollare. A questo va sommata una pressione fiscale assestata ben oltre il 40% del PIL - tra le più alte d’Europa- alla quale però non sempre corrisponde un livello adeguato di servizi al cittadino. Tutto ciò, oltre a generare un diffuso malcontento tra la popolazione, di fatto ha contribuito - e contribuisce tutt’ora - ad incrementare il già allarmante livello di evasione fiscale del Paese, coinvolgendo talvolta anche quei soggetti che, in condizioni “normali”, non avrebbero mai immaginato di non concorrere al gettito fiscale. Proprio su questo terreno affonda le proprie radici la necessità di profondi interventi normativi che abbiano il duplice effetto di modificare il sistema fiscale attualmente in vigore e, al tempo stesso, di interrompere la serie negativa in cui ci troviamo. Diverse proposte di carattere fiscale avanzate negli ultimi anni hanno avuto ad oggetto la posizione dei piccoli e medi contribuenti che, come noto, rappresentano la classe sociale maggiormente incisa dall’attuale impostazione del sistema tributario e dalla rigidità dei controlli dell’Amministrazione Finanziaria.

Partendo dalle considerazioni sopra esposte, qui di seguito vengono illustrate alcune proposte relative al sistema fiscale italiano, volte a costruire un rapporto cittadino-fisco.

Una prima proposta concreta riguarda la modifica del rapporto tra contribuente ed Ente impositore: in un momento storico così delicato sarebbe opportuno che tale relazione fosse sempre più improntata al principio della collaborazione e della buona fede, sancito peraltro dallo Statuto dei Diritti del Contribuente (cfr. L. 212/2000, art. 10). In tale ottica si potrebbe prevedere ad esempio:

  • l’assegnazione ad un gruppo di contribuenti aventi un certo grado di affinità di un funzionario responsabile dell’assistenza fiscale;
  • l’implementazione di un sistema di controlli basato sul contraddittorio preventivo tra il contribuente ed il funzionario incaricato di assisterlo nell’analisi delle maggiori problematiche di carattere fiscale;
  • l’attribuzione ai funzionari dell’Agenzia delle Entrate dei poteri e della responsabilità di definire con i contribuenti il trattamento tributario per gli anni a venire di specifiche fattispecie proprie del settore in cui opera la società. Una clausola di salvaguardia per evitare abusi potrebbe consistere nell’avvicendamento dei funzionari con cedenza periodica.

Tutto ciò, oltre ad essere di grande aiuto ai contribuenti, porterebbe verosimilmente a percepire nel tempo i funzionari del Fisco non più come “severi controllori”, ma invero alla stregua di validi interlocutori e consulenti in materia fiscale.

Nell’ottica di una necessaria semplificazione delle procedure e dell’eliminazione della logica del sospetto, una seconda area di intervento potrebbe riguardare l’abrogazione della normativa relativa agli studi di settore, in vigore in Italia da più di vent’anni. Gli studi di settore, elaborati mediante analisi economiche e tecniche statistico-matematiche, consentono di riscostruire in via induttiva i ricavi e i compensi dei soggetti titolari di partita IVA che hanno ricavi o compensi dichiarati non superiori a 5.164.569,00 euro, e sono realizzati tramite la raccolta sistematica di dati, sia contabili che extracontabili, che caratterizzano l’attività e il contesto in cui l’attività economica si svolge. Gli studi costituiscono parte integrante delle dichiarazioni dei redditi dei contribuenti e sono utilizzati dall’Amministrazione Finanziaria quale ausilio all’attività di controllo, per verificare il posizionamento del contribuente rispetto allo studio di settore applicato, ed eventualmente sanzionare quei contribuenti che si sono resi colpevoli di omessa dichiarazione di ricavi imponibili.

Benché l’Agenzia delle Entrate -va detto- non possa procedere ad emettere un avviso di accertamento nei confronti di un contribuente per il solo fatto che quest’ultimo abbia dichiarato un volume di ricavi inferiore ai ricavi presunti dall’applicazione dello studio di settore (rappresentando di fatto solo un indice di possibili anomalie del comportamento fiscale del contribuente), tale strumento rappresenta, in diversi casi, una vera e propria spada di Damocle per il tessuto imprenditoriale italiano. Infatti, essendo per sua natura una procedura di controllo empirica e standardizzata, lo studio di settore non riesce - e non può - cogliere quelle che sono le peculiarità proprie di ogni singolo contribuente, finendo inevitabilmente per penalizzare quei soggetti che, per molteplici motivi, nel periodo d’imposta in questione non sono riusciti ad ottenere ricavi in linea con quanto presunto dagli studi di settore (è questo, ad esempio, il caso delle piccole attività di commercio al dettaglio, lentamente soffocate dal proliferare di grossi centri commerciali e degli outlet). Questi soggetti vivono tale circostanza con seria preoccupazione, valutando in molti casi, e pur di evitare il peggio, anche l’ipotesi di adeguarsi alle risultanze dello studio di settore e dichiarare ricavi che, diversamente, non hanno mai conseguito. Altra casistica negativa riscontrata nell’applicazione degli studi di settore è sorta dal confronto tra la generalizzata diminuzione dei ricavi subita in questi ultimi anni dalle imprese italiane e una non conseguente e non proporzionale diminuzione dei costi della produzione, che ha reso non congrui molti contribuenti all’applicazione del proprio studio. A questa specifica criticità l’Amministrazione finanziaria negli anni ha provato a porre rimedio ma, ad onor del vero, l’applicazione dei correttori anticrisi non è stata del tutto sufficiente. È del tutto evidente, quindi, come l’applicazione degli studi di settore in periodi di crisi come quello che stanno attraversando da diversi anni l’Italia e l’Europa, non è efficace né efficiente.


Un’ulteriore revisione e/o abrogazione si potrebbe ipotizzare anche con riferimento agli strumenti di determinazione sintetica del reddito delle persone fisiche basato sulla capacità di spesa delle stesse (cd. Redditometro, di cui all’art. 38 del D.P.R. n. 600/73). In breve, tale istituto utilizza quale parametro per misurare la capacità contributiva dei cittadini la spese sostenute dagli stessi e dai loro nuclei familiari per l'acquisizione di servizi e di beni e per il relativo mantenimento. Tale metodologia accertativa, pur avendo il pregio di essere poco dispendiosa in termini di risorse per l’Amministrazione Finanziaria, sortisce l’effetto di invertire l’onere della prova, trovandosi il contribuente costretto a dover dimostrare al Fisco di avere una capacità patrimoniale e reddituale tale da sostenere la capacità di spesa (sostanzialmente si deve essere in grado di dimostrare che il finanziamento delle spese sostenute è avvenuto con redditi diversi da quelli posseduti nello stesso periodo d’imposta, o con redditi esenti o, comunque, legalmente esclusi dalla formazione della base imponibile, oppure da parte di soggetti diversi). Ciò risulta inevitabilmente dispendioso, in termini di tempo e di consulenze (soprattutto laddove si rendesse necessario affrontare un processo tributario), e logorante per quei contribuenti che non hanno nulla da nascondere ma che, per diverse ragioni, faticano a produrre al fisco la necessaria documentazione probatoria. Non da ultimo, il timore di un incombente accertamento redditometrico, con tutto ciò che ne consegue, potrebbe indurre i consumatori a rinunciare ad acquistare beni che, secondo il comune sentire, dimostrano una capacità di spesa elevata.

In un momento così delicato sarebbe dunque auspicabile un radicale mutamento culturale già a partire dai cittadini e ovviamente dalla politica, affinché tutti possano percepire la partecipazione alla spesa pubblica come un vero e proprio dovere verso la collettività e verso le future generazioni; spesa pubblica che dovrà essere gestita dagli organi preposti in maniera efficiente ed efficace. Per far ciò sarà fondamentale, in primis, essere inflessibili con chi viola le regole, anche mediante strumenti di pena certi e che fungano da deterrente per i potenziali evasori; allo stesso modo sarà sostanziale portare nelle scuole il messaggio di legalità fiscale col fine ultimo della creazione di una coscienza civica negli adulti di domani. C’è da dire che negli ultimi anni, su encomiabile impulso di alcune associazioni e ordini locali, già qualcosa in tal senso è stato fatto, ma c’è da augurarsi che tali progetti non rimangano iniziative isolate ma che trovino il dovuto seguito anche mediante strutturate azioni ministeriali.

Unitamente a tale cambiamento, si spera in una riforma integrale del sistema tributario italiano che ponga al centro il rapporto tra contribuente e Amministrazione Finanziaria in un’ottica di collaborazione e buona fede reciproche. In questo contesto risulta chiaro come gli anacronistici strumenti di accertamento standardizzato della capacità contributiva (Studi di Settore, Parametri, e Redditometro), così come sono concepiti nell’attuale legislazione, non sembrano essere confacenti al raggiungimento della sperata cooperazione tra le parti.

 

brustiaRoberto Brustia

dottore commercialista in Milano

esperto fiscalista