Verso il referendum sulla riforma costituzionale: il SI delle bugie - S. Sfrecola

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firmacostituzioneAncora un premier che racconta balle. Berlusconi si diceva il miglior presidente del Consiglio degli ultimi 150 anni dall’unità d’Italia, ignorando che avevano ricoperto quella carica Cavour, Giolitti e De Gasperi, per fare solo qualche nome, Renzi ne dice una al giorno sulla “riforma” costituzionale, raccontando di risparmi ed “efficientamento” della produzione legislativa. Aggiungendo che, se prevalessero i NO si tornerebbe agli inciuci che, a suo dire, sarebbero esclusi dall’Italicum, la legge elettorale che prevede un premio al partito che raggiunge il 40% dell’elettorato, tetto fissato secondo l’illusione ottica provocata dall’esito delle elezioni europee. E sempre ricordando a noi stessi, come dicono gli avvocati, che il 40% dei voti espressi è intorno al 20% del corpo elettorale. Bisognerebbe ricordarlo ai reduci del comunismo degli anni ’54 ed ai loro emuli del Partito Democratico che definirono “truffa” la legge elettorale che dava un premio di maggioranza al partito che avesse ottenuto il 50% più 1 dei voti, cioè a chi aveva già la maggioranza assoluta.

Nella campagna referendaria che Renzi ha iniziato forse troppo presto, con ampio dispiegamento di giornali, televisioni e giuristi vari, che qualche giorno fa erano 100, poi sono diventati 184, in previsione (di Renzi) che arriveranno a 1000, in origine costituzionalisti, poi definiti, più prudentemente, giuristi, non meglio aggettivati, il premier esibisce il documento per il SI, un testo sbiadito sottoscritto per evidente dovere di appartenenza, senza entusiasmo. Di bugia in bugia Renzi ne dice alcune di immediata percezione. Non è necessario essere dei costituzionalisti per capirlo. Basta un po’ di buon senso.

La prima bugia è quella secondo la quale la riforma costituzionale, modificando le competenze del Senato e riducendo il numero dei senatori, determinerà un risparmio. In effetti i senatori passano da 315 a 100, e va benissimo (è lo stesso numero dei senatori degli Stati Uniti d’America, un paese con oltre 281 milioni di abitanti, uno ogni 2 milioni e 800 cittadini) ma i deputati rimangono 630, un numero certamente eccessivo. Non averne prevista la riduzione dimostra l’intento di non incidere realmente sui numeri della casta, cioè sulle aspettative dei politici, quelli che hanno come unico mestiere e come unica lauta fonte di reddito la politica.

Ancora in tema di risparmio mi chiedo se qualcuno può ragionevolmente credere che i senatori, consiglieri regionali e sindaci verranno a Roma a proprie spese. Impensabile, ovviamente. Si dovrà pagare loro trasporto vitto e alloggio (in albergo a 4 stelle immagino!). Avranno ben diritto ad una segreteria che li assista degli impegni dell’attività legislativa e comunque nelle incombenze in aula e nelle commissioni. Nel frattempo nelle regioni e nelle città i consiglieri regionali ed i sindaci, divenuti senatori, non lavoreranno nell’esercizio delle loro funzioni non essendo previsto per loro il requisito dell’ubiquità.

C’è poi un’altra considerazione da fare. Solamente Renzi può pensare che le istituzioni dello Stato debbano essere valutate per quanto costano e non per quanto rendono in relazione alle attribuzioni sono proprie. Tuttavia quello del risparmio, cioè del presunto risparmio, è un argomento che fa presa sulla gente che da sempre odia la casta, considerata luogo di privilegi che si riversano non solo sui politici ma su famiglie e clientes. È evidente che il taglio dei costi poteva essere perseguito più e meglio con scelte diverse.

Proseguiamo con le bugie. La presenza di due Camere che svolgono le stesse funzioni, quella condizione che chiamiamo di bicameralismo perfetto o paritario o piùcheperfetto, per dirla con Pitruzzella, secondo la vulgata renziana rallenterebbe i tempi della produzione legislativa. Lo si dice perché molte volte è stato necessaria la cosiddetta “navetta” (quando un provvedimento va avanti e indietro tra le Camere) ma si trascura di considerare che questo è avvenuto solamente quando sul testo non era stato raggiunto l’accordo nell’ambito della maggioranza. In presenza di accordi, le leggi sono state approvate rapidamente, anche nel giro di pochi giorni. E comunque si trascura di considerare che molti errori nella normativa in fieri sono stati corretti immediatamente dall’altra Camera. Senza andare molto lontano di recente, in televisione, il relatore al Senato sulla riforma della scuola a chi gli faceva osservare che vi erano degli errori di formulazione di alcune norme, ha risposto tranquillamente “li correggiamo alla Camera”.

Non è vero in ogni caso che il bicameralismo sia stato eliminato. La maggioranza non ha ritenuto di forzare la mano nella direzione del monocameralismo, da sempre caro alla sinistra comunista ignoto agli ordinamenti democratici. E così ha creato un sistema normativo complesso nel quale si intrecciano varie forme di legislazione con attribuzione al Senato delle materie delle autonomie e delle disposizioni di attuazione della normativa europea, sempre più pervasiva. Inoltre il Senato potrà chiedere di esaminare una legge di competenza della Camera che peraltro deciderà in ultima istanza. Un autentico pasticcio.

In questa prospettiva appare assurdo che i senatori non siano eletti dal popolo ma reclutati in relazione alla titolarità di un diverso mandato politico, con lesione del principio “della rappresentanza politica e gli equilibri del sistema istituzionale”, come osservato nel documento del Comitato per il NO. Che mette in risalto come “l’intento dichiarato di costruire una più efficiente Repubblica delle autonomie (è) smentito dal complesso e farraginoso procedimento legislativo, e da un rapporto Stato-Regioni che solo in piccola parte realizza quegli obiettivi di razionalizzazione e semplificazione che pure erano necessari, determinando, senza valorizzare per nulla il principio di responsabilità, per contro fortissimi rischi di inefficiente e costoso neo-centralismo”. Evidente, del resto, nel trasferimento di poteri già delle regioni allo Stato centrale.

Per non dire del pasticcio della soppressione delle province, l’autentica realtà storica, ambientale, culturale ed economica dei territori. Semmai si dovevano abolire le regioni, enti inutili e costosi, che gestiscono, come sappiamo, quasi esclusivamente i fondi del Servizio Sanitario Nazionale, sostanzialmente vincolati. Che senso ha avere un ente che decide solo sul 5-10% dei propri bilanci?

Preoccupa soprattutto il cambiamento surrettizio della forma di governo che si avvia a costituire una sorta di “Premierato assoluto” fondato su una legge l’Italicum che, con il premio di maggioranza di cui si è visto, consentirà al partito egemone di decidere in merito a tutte o quasi tutte le cariche istituzionali, dal Presidente della Repubblica ai giudici costituzionali, ai componenti laici del Consiglio Superiore della Magistratura.

Non può non rilevarsi che questo voluto da Renzi è stato il peggior modo di riscrivere la carta di tutti, attraverso molteplici forzature di prassi e regolamentari che hanno determinato nelle Aule di Camera e Senato spaccature insanabili tra le forze politiche, giungendo al voto finale con una maggioranza racimolata e occasionale. Un Parlamento eletto sulla base di una legge dichiarata incostituzionale che ha “osato”, diranno gli storici del diritto, cambiare nientemeno che la Carta fondamentale dello Stato, un Parlamento che in quasi tre anni ha visto ben 244 membri (130 deputati e 114 senatori) cambiare Gruppo principalmente per sostenere all’occorrenza la maggioranza (in linguaggio politico si chiama inciucio), utilizzando gli strumenti parlamentari acceleratori più estremi, delineando un vero e proprio sopruso nei confronti delle garanzie e delle prerogative riconosciute in un ordinamento democratico alle minoranze.

Ed è grave che la Costituzione del 48, che certamente necessitava di essere riformata, venga alterata nella parte migliore della nostra tradizione costituzionale. Ne sono consapevoli anche i fautori del SI i quali scrivono che “il testo non è, né potrebbe essere, privo di difetti e discrasie”, come se si trattasse di una legge ordinaria che è possibile modificare ed integrare con un semplice codicillo. Basti questo per segnalare la gravità di quello che si propone agli italiani dicendo fra l’altro, con straordinaria ipocrisia, che potranno approfondire il testo e così decidere come votare. Una presa in giro. Chi è in condizioni di approfondire un testo complesso e pasticciato come questo per poi decidere? Anche sotto questo profilo è innegabilmente leso il diritto politico degli italiani.


sfrecolaSalvatore Sfrecola

presidente di sezione della Corte dei Conti

già presidente dell’Unione Nazionale Magistrati Contabili