Legittima difesa, 10 anni dopo la legge 59/2006 la necessità di una nuova legge - P. Foroni

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legittimadifesaRecenti casi di cronaca giudiziaria hanno riportato di grande attualità il tema della legittima difesa e dell’eccesso colposo della predetta esimenteLa tematica assume sempre più rilevanza in considerazione di un aumento del cosiddetto fenomeno della microcriminalità soprattutto relativamente ad episodi di furti o rapine nel domicilio del cittadino ovvero presso il proprio luogo lavorativo. L’incertezza del cittadino dei limiti e dei confini dell’ambito di operatività della legittima difesa, le seguenti indagini concernenti la condotta della vittima che si difende alla violenza subita ed i frequenti seguenti procedimenti penali appunto relativi alla fattispecie dell’eccesso colposo di legittima difesa, hanno giustamente riportato la tematica ad una stretta attualità.

Invero oltre alla ricognizione giuridica, dobbiamo riconoscere che il tema è soprattutto culturale: la scelta se dare preminenza o meno ad una sorta di inviolabilità del domicilio del privato cittadino, quale sorta di proiezione della propria sfera personale, fisica, psichica e morale ovvero ritenere preminenti altri valori e quindi circoscrivere la legittima difesa ad una serie di presupposti a costo di favorire il “delinquente” anziché la vittima che si difende. Chi scrive, naturalmente, ritiene preminenti i primi valori, cioè sempre e comunque la tutela della vittima che si difende. Il legislatore nel 2006 si era già posto la problematica optando per una scelta di campo netta a favore del riconoscimento del valore primario del domicilio domestico o lavorativo del privato cittadino in ordine al quale doveva in presenza di certe condizioni essere sempre riconosciuta la legittima difesa.

Andiamo con ordine. L'art. 52 c.p. come modificato dalla legge 59/2006 prevede che “Nei casi previsti dall'articolo 614, primo e secondo comma, sussiste il rapporto di proporzione di cui al primo comma del presente articolo se taluno legittimamente presente in uno dei luoghi ivi indicati usa un'arma legittimamente detenuta o altro mezzo idoneo al fine di difendere:

a) la propria o altrui incolumità;

b) i beni propri o altrui, quando non vi è desistenza e vi è pericolo d'aggressione.

La disposizione di cui al secondo comma si applica anche nel caso in cui il fatto sia avvenuto all'interno di ogni altro luogo ove venga esercitata un'attività commerciale, professionale o imprenditoriale”.

Appare evidente come l’intento del legislatore fosse quello di statuire una sorta di presunzione iuris et de iure di proporzione fra difesa e offesa, nei casi di reazione avvenuta durante la commissione di delitti nei luoghi di cui all’art. 614 c.p. ed in presenza di un pericolo di aggressione fisica prevedendosi un’equiparazione con anche i luoghi di esercizio di attività economiche. La volontà di tale presunzione non ha prevalso rispetto all’interpretazione e all’applicazione della normativa e per questo impongono quindi una ulteriore riflessione al fine di chiarire e rafforzare l’intento iniziale del legislatore. E, secondo lo scrivente, tale previsione non ha funzionato posto che nel testo legislativo non risulta chiaro, pacifico ed incontrovertibile che trattasi di presunzione.

Infatti, i casi di recente cronaca hanno segnalato la sofferenza della vittima dell’azione delittuosa la quale, a seguito della propria reazione difensiva, si è trovata nella necessità di dover affrontare un seguito giudiziario a proprio carico che, nelle migliori delle ipotesi, si limita alla fase delle indagini preliminari ovvero spesso sfocia in una fase processuale.

Cioè la persona che si è difesa con conseguenze su se stessa anche perduranti di tipo fisico, psicologico e morale, deve soggiacere al peso di una ulteriore fase al fine di verificare la regolarità della propria condotta e spetta proprio alla persona dimostrare tale regolarità di rispetto dell’art. 52 c.p. come se fosse propria responsabilità l’essersi trovato vittima di un’azione delittuosa.

La normativa sulla legittima difesa prevede infatti i seguenti elementi integranti la fattispecie.

Una fase di aggressione dalle seguenti caratteristiche:

a) Oggetto dell'attacco deve essere un diritto, qualunque esso sia indistintamente, di qualsiasi natura

b) La minaccia al diritto attaccato deve essere ingiusta cioè contraria all'ordinamento giuridico.

c) Il pericolo deve essere attuale, imminente e perdurante: non basta la probabilità di un eventuale accadimento e comunque la forza pubblica non deve essere in grado di intervenire tempestivamente.

Successivamente alla valutazione sull’aggressione la ricognizione dovrà spingersi alla successiva fase della reazione:

La reazione deve essere necessaria per salvare e salvaguardare il diritto minacciato. Il requisito della necessarietà finisce anche per inglobare la verifica di una possibilità di fuga da parte della vittima, di allontanarsi facilmente rispetto al luogo dell’aggressione, il cosiddetto commodus discessus: l’elemento della necessità della difesa non è infatti stato soppresso rispetto all’originaria previsione; la reazione deve assumere i caratteri della proporzionalità rispetto all'offesa. Se l’intento originario del legislatore fosse appunto quello di statuire una presunzione in ordine alla sussistenza della proporzionalità della reazione in presenza dei requisiti di cui sopra, in realtà la successiva applicazione giurisprudenziale ha mostrato comunque un’interpretazione incline alla ricerca caso per caso della effettiva sussistenza di tale proporzione.

L'onere della prova spetta a chi invoca l'istituto. Costui dovrà dimostrare che la persona offesa si trovava illegittimamente nella altrui proprietà, metteva in atto un pericolo per l'incolumità della persona, non esistevano mezzi alternativi di difesa non era possibile la fuga. La legittima difesa potrebbe quindi non essere riconosciuta in determinati casi, ad esempio qualora si attacchi (con arma da fuoco o meno) un soggetto alle spalle, oppure durante la fuga di una persona che abbia commesso aggressione o violazione di domicilio, poiché in tal caso mancherebbe il requisito della proporzionalità.

È proprio su questi aspetti si riviene la necessità di una novella legislativa. Infatti a formulazione attuale della norma, dal fatto scaturisce immediatamente un’indagine per verificare la sussistenza dell’esimente con immediata iscrizione nel registro degli indagati della vittima reagente per l’ipotesi di eccesso colposo ovvero per l’ipotesi di omicidio volontario in caso di morte dell’autore del furto o della rapina nei luoghi di cui all’art. 614 c.p. L’indagine può chiaramente concludersi con un’archiviazione ovvero anche con un rinvio a giudizio (in entrambe queste ipotesi, comunque con ulteriori preoccupazioni e costi per il cittadino che si è difeso) e nel caso in cui non si ritenga proporzionata la reazione, con una condanna con conseguenti statuizioni di risarcimento civile a favore dell’autore del furto o della rapina. Oltre il danno, la beffa.

Dal punto di vista dello scrivente risulta quindi necessaria una modifica legislativa che nel testo della norma preveda letteralmente la sussistenza della “presunzione” in ordine alla sussistenza della proporzionalità, senza che tale requisito debba essere di volta in volta comunque oggetto di prova. Non solo, tale presunzione deve anche estendersi in ordine alla sussistenza della minaccia nei casi di cui all’art. 614 c.p. nonché eliminare qualsivoglia verifica circa la possibilità di un commodus discessus.

Invero, tale parere si fonda non solo su scelte culturali proprie ma anche in considerazione dell’assoluta aleatorietà di possibili reazioni di fronte a tali situazioni: di fronte a situazioni di aggressione nei luoghi di cui all’art. 614 c.p. intervengono meccanismi non governabili ex ante ma discendenti dalla propria specifica personalità ed emotività, reazioni che non possono essere standardizzate in una rigida previsione comportamentale cui dovrebbe attenersi un privato cittadino che si trovi all’improvviso un intruso nella propria abitazione.

Del tutto positivo deve ritenersi sul punto il segnale che Regione Lombardia ha voluto lanciare sul punto: la partecipazione di Regione Lombardia alle spese legali a sostegno della vittima di un’aggressione riconducibile alle previsioni di cui all’art. 52 c.p. nel caso di indagini ovvero procedimento penale per la fattispecie dell’eccesso colposo. Una precisa scelta di campo nell’attesa di una necessaria riforma.

foroniPietro Foroni

avvocato, vicepresidente Commissione Antimafia Regione Lombardia

responsabile Ufficio Legale Lega Lombarda