L'occupazione abusiva di case ed appartamenti e la tutela della proprietà - F. Fuso

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finestracasa2L’occupazione abusiva di edifici si risolve nella condotta di chi invade la proprietà altrui stabilendosi all’interno della stessa senza averne alcun titolo e tale comportamento ed è caratterizzato dall’arbitrarietà con la quale l’occupante stabilisce la propria dimora in un luogo o in uno spazio che non gli appartiene. Il fenomeno dell’occupazione abusiva di case ed immobili da parte di una variegata tipologia di soggetti, pur essendo sempre esistito, sta assumendo, negli ultimi tempi, una dimensione epocale ed incontrollata e coloro che lo subiscono, defraudati di un diritto fondamentale quale quello della proprietà, si sentono impotenti e non tutelati dall’ordinamento. Si invoca, dunque, da più parti, una normativa che reprima tali abusi consentendo sgomberi immediati e, nel contempo, il libero godimento dei beni da parte del proprietario. In realtà, le leggi ci sono già ma è la loro applicazione che difetta in moltissimi casi.

Da tempi ormai remoti il diritto di proprietà è stato protetto e la stessa Costituzione del 1948, all’articolo 42 ha riconosciuto la proprietà pubblica e privata, stabilendo che essa è garantita dalla legge e che, solo con la legge, possono stabilirsi le modalità di acquisto di tale diritto ed il suo godimento mentre eventuali limiti possono essere posti solo con la finalità di assicurarne la funzione sociale. Tanto più che lo stesso articolo ha fissato anche un principio “programmatico” - che dimostra la lungimiranza ed il favore dei padri costituenti verso una maggiore e più diffusa titolarità del diritto di proprietà - con l’affermazione che la legge deve fare in modo di rendere tale diritto accessibile a tutti. Ancor prima, il codice civile del 1942, ha disciplinato e protetto i diritti reali sui beni immobili, tra i quali rientra quello di proprietà ed ha stabilito gli strumenti legali per ottenere la loro tutela anche dalle occupazioni abusive, e cioè le cosiddette azioni petitorie: l’azione di rivendicazione, prevista dall’articolo 948 del codice civile e cioè quell’azione volta a rivendicare la cosa da chiunque la possieda o la detenga illegittimamente, nonché l’azione di reintegrazione del possesso (articolo 1168 codice civile) per chi si sia stato violentemente od occultamente spogliato del suo possesso.

La nota dolente dei rimedi previsti dal codice civile è rappresentata dalle lungaggini e dai costi che comporta un’azione legale esperita avanti il giudice civile perché il proprietario o il possessore, una volta ottenuta (spesso dopo alcuni anni) una sentenza favorevole, di fronte all’ostinata occupazione del bene, dovrà affrontare la fase esecutiva, notificando la sentenza ed il precetto per il rilascio dell’immobile. E, spesso, occorrono altri anni per conseguire l’effettiva liberazione dell’immobile.

Più efficace, almeno da un punto di vista teorico, è la tutela apprestata dal codice penale. L’articolo 633, infatti, punisce chiunque invada arbitrariamente terreni o edifici altrui, pubblici o privati, al fine di occuparli o di trarne altrimenti profitto. L’occupazione abusiva, sanzionata penalmente, è considerata un reato c.d. istantaneo perché la sua consumazione inizia nello stesso momento in cui avviene l’invasione dell’immobile e cessa soltanto nel momento dell’abbandono. Di alcuna rilevanza, infatti, secondo la giurisprudenza della Suprema Corte, è l’eventuale successiva regolarizzazione dell’occupazione (ad esempio: la conclusione, in un secondo tempo, di un contratto di locazione con il proprietario oppure la presentazione di una regolare istanza di assegnazione di un alloggio di edilizia popolare oppure, ancora, la corresponsione di un canone di locazione).

Spesso, da parte degli abusivi, viene invocato lo stato di necessità (articolo 54 del codice penale) quale esimente per evitare la punizione dell’illecita condotta. Fortunatamente, soprattutto negli ultimi tempi, la Corte di Cassazione ha rigidamente e rigorosamente interpretato tale norma, negando che sussistano i requisiti previsti dall’art. 54 del codice penale nello stato di indigenza o nel disagio abitativo ed escludendo, quindi, l’applicabilità della citata scriminante. Ad esempio, la sentenza n. 8603 del 2015, ha escluso lo stato di necessità nell’occupazione abusiva di un alloggio popolare da parte di una donna, madre di quattro figli e con una situazione lavorativa precaria, che l’aveva indotta a lasciare l’appartamento prima condotto in locazione, perché <<non può parlarsi di attualità del pericolo in tutte quelle situazioni non contingenti, caratterizzate da una sorta di cronicità essendo destinate a protrarsi nel tempo, quale appunto l’esigenza di una soluzione abitativa>>, rimarcando che il dettato normativo impone che il pericolo sia attuale e non permanente, che sia imminente, cioè circoscritto nel tempo e nello spazio e che tali requisiti non possono riconoscersi in tutte quelle situazioni caratterizzate, appunto, da una sorta di cronicità. Diversamente opinando, il requisito del pericolo attuale verrebbe sostituito con il pericolo permanente, operazione non consentita dalla natura eccezionale della norma che, dunque, deve essere interpretata senza estensioni. Nel contempo, ha aggiunto la Corte, è necessario tutelare il diritto di proprietà che non può essere compresso in permanenza perché, in caso contrario, si verificherebbe, di fatto, un’alterazione della destinazione della proprietà al di fuori di ogni procedura legale o convenzionale.

A ciò si aggiunge che chi occupa abusivamente un’abitazione, ad esempio profittando della momentanea assenza del legittimo possessore (quale può essere il conduttore di un immobile a titolo di locazione oppure chi ha la sua abitazione in un immobile di proprietà) commette anche il reato di violazione di domicilio (articolo 614 codice penale). L’ingresso abusivo in un alloggio del quale un altro soggetto ha la titolarità spesso si accompagna a condotte che, fino pochi mesi fa, avrebbero integrato il reato di danneggiamento (articolo 635 codice penale) quali, ad esempio, la rottura della serratura o lo scardinamento della porta di ingresso. Inopinatamente, l’attuale legislatore - sull’onda di una biasimevole quanto inopportuna scelta di “sfoltimento” dei procedimenti penali, sorda ad un efficace lotta alla microcriminalità - ha abrogato (D. Lgs. 15 gennaio 2016, n. 7), insieme ad altri reati, quello previsto e punito dal primo comma dell’articolo 635 del codice penale e cioè il danneggiamento commesso senza violenza o minaccia alla persona, lasciando così impunite e prive di sanzione penale molte condotte che provocano danni alla collettività ed al singolo che, anche a causa della loro diffusione e frequenza, accrescono l’allarme sociale ed il senso di mancanza di sicurezza da parte dei cittadini.

Analoga sorte ha rischiato di subire il reato di occupazione abusiva: infatti, la Legge n. 67 del 2014 ha delegato il governo, nell’ambito della riforma della disciplina sanzionatoria, ad abrogare il reato di cui all’articolo 633, comma 1 del codice penale, sostituendo la sanzione penale con quella civile pecuniaria, come in effetti è avvenuto per i reati abrogati dal citato D.Lgs. n. 7/2016. Scelta consapevole o mera svista? Non è dato sapere, ma il reato di occupazione abusiva non è stato abrogato e, dunque, è ancora possibile presentare una querela sia per tale reato che per la violazione di domicilio.

Ma dove si annidano il problema e la difficoltà di ottenere la liberazione dell’immobile in tempi brevi? Tenendo conto, come si è detto, della natura di reato istantaneo dell’occupazione abusiva, qualora l’occupazione sia ancora in essere al momento della presentazione della querela, l’abusivo occupante si troverebbe in flagranza di reato e, pertanto, le Forze dell’Ordine avrebbero l’obbligo di intervenire immediatamente, procedendo allo sgombero dell’immobile occupato, anche senza attendere un provvedimento della magistratura. Di fatto ciò non avviene praticamente mai, se non in casi rarissimi ed a volte - di fronte alla furbizia degli occupanti - ai danni proprio del legittimo proprietario.

Si lamenta la necessità della presenza di assistenti sociali qualora vi siano, tra gli occupanti abusivi, donne e bambini, del veterinario se vi sono animali domestici, di un’ambulanza per un eventuale soccorso medico, di fabbri e tecnici per ripristinare serrature e porte, ecc. Certo è che sarebbero sufficienti una buona organizzazione e un’effettiva sinergia tra forze di polizia, Asl e Comuni per consentire efficaci e tempestivi interventi, tenuto conto della rilevante percentuale di casi nei quali il legittimo proprietario, dopo essere stato privato della disponibilità del suo immobile, è costretto ad assistere, impotente, al perpetuarsi dell’illegale occupazione. Non è chiedere l’impossibile: lo dimostra lo sgombero di 516 alloggi di proprietà Aler liberati con il solo intervento della task force dell’ente, del quale hanno parlato le cronache.

Certamente il singolo proprietario che ha subito un’occupazione abusiva non può disporre si una simile task force. Non per questo il suo diritto deve essere sacrificato e vanificato. E non vi è la necessità di nuove leggi: in un’Italia che è già sommersa da leggi, talvolta inutili e farraginose, sarebbe sufficiente applicare quelle già esistenti piuttosto che assistere all’illegalità premiata dall’inerzia di chi dovrebbe intervenire.

Ma, evidentemente, manca la volontà per dare una svolta definitiva al problema le cui enormi dimensioni sono dimostrate proprio dall’emanazione del decreto legge 28 marzo 2014, n. 47 titolato “Misure urgenti per l’emergenza abitativa, per il mercato delle costruzioni e per l’Expo 2015”. Se l’abusivismo non fosse così diffuso, frequente e, soprattutto, impunito non vi sarebbe stata alcuna necessità di stabilire, con decreto legge, che <<chiunque occupa abusivamente un immobile senza titolo non può chiedere la residenza e l’allacciamento a pubblici servizi in relazione all’immobile medesimo e gli atti emessi in violazione di tale divieto sono nulli a tutti gli effetti di legge>>Non è certo l’impossibilità di ottenere utenze e servizi che può fermare chi infrange la legge con l’occupazione abusiva! Piuttosto, questa disposizione suona come una palese resa dello Stato all’illegalità: non posso o non voglio fermarti allora “ti rendo la vita un po’ difficile”, ma queste non dovrebbero essere le soluzioni e le armi di uno Stato di diritto.

fusoFrancesca Fuso

Avvocato in Milano