Identità ed Europa dei popoli - S. Airoldi

  • PDF

popoliCostruire una nuova Europa, un'Europa "dei popoli" a partire da un concetto filosofico ampiamente abusato: l'Identità. Che cos'è l'identità? Se la concepiamo in termini "essenzialisti" allora è “ciò che ci rende quel che siamo e non qualcun altro". Analizzata sotto il profilo gnoseologico è "ciò che ci fa percepire come le medesime persone nonostante i mutamenti spaziali e temporali".Nel primo caso, se sovrapponiamo il concetto di "identità" a quello di "essenza", escludiamo  a priori il libero arbitrio nel decidere chi noi siamo e ci rassegniamo ad una fissità immutabile che trascende la nostra volontà.

A livello di "conoscenza del sé", spesso, ci ancoriamo ad un'immagine, mentale e/o fisica, di noi quali enti che viaggiano nello spazio e nel tempo conservandosi, in una certa misura, sempre gli stessi. A livello cognitivo "Ego" può dire di avere un’identità quando, a prescindere dalla molteplicità dei luoghi che attraversa e nonostante il tempo che trascorre, continua a riconoscersi come un’unica persona non solo fisicamente ma anche per il perdurare di una struttura interna sostanziale che, pur subendo variazioni, rimane pur sempre la medesima.

E per un Popolo cosa significa avere un'Identità? Il Filosofo Franz Martin Wimmer ha individuato cinque possibili forme di costruzione:

  • Identità retrospettiva
  • Identità prospettica
  • Identità momentanea
  • Identità pluripolare
  • Identità reiterativa
  • Identità perenne

Nel panorama politico attuale due sono i principali orientamenti secondo i quali si vuole costruire o decostruire il concetto di Identità: appellarsi ad una concezione Retrospettiva che affonda le sue radici in pensatori comunitaristi di stampo neoaristotelico (Aristotele è il precursore indiscusso del Comunitarismo politico); oppure costruire da zero una identità Prospettica, ovvero fondata unicamente sulla libertà individuale di autoderminare se stessi e, di conseguenza, la società, a prescindere da qualunque visione d'insieme o progetto comune condiviso.

Analizzerò separatamente i suddetti orientamenti.

1) Nel primo caso, laddove l'identità di un popolo venga a formarsi seguendo la via Retrospettiva come naturale conseguenza dei processi storici che hanno condotto ad un determinato assetto geografico/sociale/politico/economico, la comunità viene vista e vissuta quale colonna portante e fondamento stesso della vita morale del singolo, il quale nulla è al di fuori del vissuto sociale. Come scriveva Aristotele nell'Etica Nicomachea, "l'Uomo è Zoon Politikon": l'essere umano è un "animale sociale", fatto per vivere in società e occuparsi della "cosa pubblica".

Può sembrare una teoria forte e prevaricante quando, di fatto, è una semplice constatazione di ciò che accade ad ognuno di noi: noi nasciamo all'interno di società già strutturate e organizzate dal punto di vista politico, giuridico, economico e, dunque,  inconsapevolmente, fin dalla nascita veniamo condizionati e plasmati da questo insieme di leggi che si mescolano ad usi, costumi e tradizioni.

Società e Comunità si sovrappongono: non esiste la "società degli individui" intesi come entità isolate; esistono comunità che formano i soggetti i quali, pur mantenendo la loro dimensione di singolarità e unicità, non esistono come "Atomi" avulsi dal tessuto comunitario ma operano al suo interno consci della responsabilità di ciascuno nei confronti di tutti gli altri.

E il libero arbitrio? - mi si potrebbe obiettare. Dove risiede la libertà dell'individuo se, fin dal primo istante di vita, è condizionato dagli ordinamenti sociali e dalle tradizioni  comunitarie?

E’ innanzitutto fondamentale specificare che in una visione di "identità" di stampo aristotelico e neoaristotelico come quella qui analizzata, "libertà di” (partecipare) e "libertà da(intromissioni nella propria sfera privata) hanno pari importanza: non ci si può pensare liberi se non si partecipa attivamente alla vita pubblica per ridefinirne i contorni e le competenze nonché per co-partecipare alla promulgazione o  abrogazione di leggi.

Anche un filosofo e sociologo neokantiano come Jurgen Habermas riconobbe, già nei suoi scritti degli anni '80, l'inscindibilità tra "libertà degli antichi" (libertà di partecipazione) e "libertà dei moderni" (libertà da intromissioni esterne): è nella sfera pubblica che si definiscono i confini entro cui il singolo può o non può agire; è nella sfera pubblica che si decide tutti insieme cosa è "sociale" e cosa è "privato". Per essere libero DA ingerenze nel privato, il singolo deve, quindi, partecipare alla vita sociale della sua comunità: senza partecipazione (senza libertà DI) non può esservi alcuna forma di privacy (libertà DA).

Premesso ciò, la consapevolezza è il prerequisito essenziale di qualunque forma di libertà e tale consapevolezza la si consegue in quello che lo psicologo Lawrence Kohlberg definì lo "stadio postconvenzionale della morale", ovvero quella fase in cui si sottopone al vaglio critico della ragione tutto ciò che ci è stato insegnato e trasmesso, il passaggio dal "si fa così" al "scelgo di fare così in quanto lo ritengo giusto".

Kohlberg, ispirandosi alla teoria dello sviluppo cognitivo di Jean Piaget, punta a dimostrare l’esistenza di stadi universali nel processo di sviluppo morale.La teoria di Kohlberg, che qui esporrò alquanto sinteticamente, presenta lo sviluppo morale come articolato in tre livellipreconvenzionale, convenzionale e postconvenzionale.

Il passaggio da uno stadio all’altro comporta cambiamenti di tipo qualitativo piuttosto che quantitativo; non avviene tramite un salto ma è determinato da un processo attivo di apprendimento nel quale il soggetto rielabora dati cognitivi già presenti e risponde alle sfide della morale secondo modalità sempre più traducibili in termini universali.Questo processo avviene secondo sequenze universali: ogni individuo, seppur con ritmi e contenuti esperienziali differenti, percorre le medesime tappe nel medesimo ordine.

Nel primo stadio, lo stadio preconvenzionale, prende avvio il processo di discernimento tra il mondo esteriore e il mondo interiore ma le norme morali del mondo sociale non sono ancora interiorizzate, vengono avvertite come qualcosa di imposto dall’esterno cui si deve obbedienza sulla base della logica ricompensa/punizione (es: il bambino non ruba le caramelle per paura di essere scoperto e messo in castigo).

Il passaggio dallo stadio preconvenzionale allo stadio convenzionale è scandito dall’entrata in gioco della prospettiva della terza persona.La prospettiva IO/TU è integrata da quella impersonale della terza persona.Al mondo esteriore dei fatti e a quello interiore delle convinzioni si aggiunge la dimensione sociale delle norme le quali, tuttavia, neppure a questo livello possono dirsi propriamente interiorizzate. L’individuo non le ha ancora fatte completamente proprie; vengono piuttosto percepite come un parametro sociale in base cui valutare l’appropriatezza di comportamenti e interazioni.Queste ultime sono intese come attese di comportamento che nutrono gli uni nei confronti degli altri sulla base di aspettative sociali condivise.

I valori di riferimento sono esemplati sul modello di una società storicamente e culturalmente determinata. La validità di una norma si riduce al suo valore sociale e le questioni morali sono ricondotte entro l’orizzonte di “ciò che è buono per noi in quanto appartenenti ad una determinata società” (es. l' individuo non ruba perché sa che tale atteggiamento è fortemente disapprovato dalla società in cui vive e perché gli è stato insegnato che ciò è sbagliato ma non comprende appieno perché sia sbagliato).

Lo stadio postconvenzionale segna il passaggio dal contestuale all’universale. Le prospettiva della prima, seconda e terza persona si integrano con le prospettive sul mondo. Le questioni morali si affrancano da particolarismi socio culturali per intraprendere la strada verso una giustizia universalmente valida.Le norme vengono ora valutate non più per il loro valore sociale ma per la loro validità (universale) e la domanda morale fondamentale non sarà più “Che cosa è BENE per noi?” ma “Che cosa è GIUSTO per chiunque si trovi in questa situazione?”.

Il mondo sociale viene, pertanto, a distaccarsi dal mondo naturale per divenire esso stesso oggetto di discussione; viene problematizzato alla luce di paradigmi di giustizia universalmente validi e, sulla base di tali paradigmi, vengono giudicate anche le interazioni comunicative con le rispettive pretese di validità sollevate. Le situazioni vengono interpretate secondo parametri astratti e universalizzati, perdono la concretezza di un mondo sociale dato per scontato con le relative certezze valoriali da esso garantite.

Il passaggio dal livello convenzionale al livello postconvenzionale comporta, pertanto, una sorta di sradicamento dai valori e dalle certezze su cui si era impostata, per così dire, la propria vita. Grazie appunto a questa capacità di astrazione dal contesto e di affrancamento dalla tradizione, il singolo, potrà agire e partecipare alla vita comunitaria non subendola ma con la consapevolezza di cosa è accettabile e cosa , invece, non lo è a prescindere da usi, costumi e consuetudini (es. l'individuo non ruba perché capisce che ciò è sbagliato a prescindere da ciò che è approvato o disapprovato nella società in cui vive o da ciò che la famiglia gli ha insegnato; non ruba a prescindere dal Paese in cui vive e dalle persone con cui entra in contatto).Il soggetto non sarà spettatore passivo, non subirà le norme e le tradizioni ma contribuirà a ridisegnarle in modo performante e attivo.

Questa teoria di Kohlberg è fondamentale nel suo rendere noto che gli stadi dello sviluppo morale sono strutture intrinseche universali, che ogni individuo possiede e, dunque, se adeguatamente stimolato dalla famiglia e dalla società, ciascuno è in grado di sviluppare la consapevolezza necessaria per agire da essere umano (e cittadino!) libero e responsabile.

La differenza la fanno gli stimoli e le possibilità che la società e la cultura di appartenenza forniscono sulla base di quanto venga ritenuto importante avere cittadini consapevoli, in grado di ragionare autonomamente e, quindi, partecipare attivamente alla sfera pubblica.

Pertanto questo primo modello di Identità, o identità retrospettiva, è un'identità "forte" che valorizza passato, tradizioni, storia di un Paese inteso quale insieme di soggetti accomunati da valori e idee che, pur nella piena consapevolezza delle scelte di vita, si sentono parte di un "sentire comune", di un "noi".

2) Passiamo ora al secondo tipo di processo che conduce allo sviluppo dell' Identità: il processo "prospettico"Nel caso in cui un popolo opti per una Identità Prospettica, i suoi esponenti si faranno  portavoce di una concezione cosiddetta "Illuminista" o Potenziale" di cui filosofi come I. Kant e J. Rawls sono tra i maggiori esponenti.

Mentre nel pensiero di stampo neoaristotelico il popolo viene visto come "comunità", ovvero insieme di individui accomunati da obiettivi, valori, tradizioni che intendono portare avanti e preservare in un processo di differenziazione da altre comunità, in questa seconda prospettiva i popoli sono caratterizzati dall'essere  aggregazioni di soggetti indipendenti l'uno dall'altro, storicamente neutrali e dotati di una facoltà razionale "assoluta" che li rende avulsi da qualunque appartenenza storica e comunitaria; pronti a reinventare se stessi ogni giorno a partire da zero (gli "sceglitori ideali" posti dietro il famoso "velo d'ignoranza" di cui J. Rawls scriveva in Una Teoria della Giustizia).

In breve, secondo la teoria del "velo d'ignoranza" Rawls ipotizzava una situazione ideale in cui ciascun cittadino doveva scegliere i principi di giustizia che avrebbero dovuto regolare il vivere comune, senza conoscere né la propria identità né la propria posizione all'interno della società, come se sugli occhi avesse, appunto, un "velo d'ignoranza" che gli impedisse di avere informazioni su se stesso e sugli altri.

Tuttavia, nel saggio di poco successivo Liberalismo Politico, lo stesso Rawls, implicitamente, dovette ammettere il fallimento della teoria del "velo d'ignoranza" e, pertanto, dello sceglitore ideale neutro, dovendo introdurre il famoso "consenso per sovrapposizione".In cosa consiste questo secondo escamotage rawlsiano? Ciascun individuo, questa volta ben conscio della propria persona nonché della propria posizione all'interno della società e dei propri personali interessi, si trova a dover scegliere due principii di giustizia che dovranno regolare la comune convivenza a prescindere dalle proprie tradizioni e dal propri valori religiosi o di altro tipo.Viene mantenuta una netta scissione tra "pubblico" e "privato" ma, questa volta , si ammette l'importanza del fattore "identità" nella scelta delle regole sociali: nessuno può prescindere da chi è per compiere una scelta consapevole e ragionata.

Qui, al contrario, ci troviamo di fronte ad un'identità volutamente "debole" in cui tanti "io" non formano un "noi": l'identità viene concepita in termini unicamente individuali e mai comunitari. Viene volutamente meno quel "sentire comune" che nel pensiero comunitarista viene, invece, valorizzato; valori e ideali riguardano il soggetto in quanto individuo, mai come parte di un tutto.

Questa forma d'identità, o identità prospettica, proiettata nelle possibilità future e piuttosto avversa alla dimensione mnemonica, proprio in quanto "identità debole" è sicuramente più manipolabile da attori e fattori esterni, più suscettibile di modifiche.

Ora, esposte le due differenti concezioni identitarie, mi sembra doverosa qualche piccola riflessione sulla situazione attuale connotata da un aperto conflitto tra i difensori di un identità forte legata alla Storia dei popoli e i paladini di un' identità debole (o assente) permeabile a molteplici condizionamenti esterni.

Dobbiamo sicuramente stare attenti a non scivolare in quello che la filosofa contemporanea Seyla Behnabib definì il "pregiudizio di omogeneità", ovvero partire dal presupposto che tutti coloro che appartengono ad un popolo siano uguali tra loro: si può, anzi si DEVE, preservare la propria indipendenza e autonomia razionale e critica pur condividendo valori e idee con altri membri appartenenti al nostro popolo. Condividere idee e valori non significa abdicare alla propria ragione, tutt'altro: deve essere la stessa comunità di appartenenza a promuovere lo sviluppo della consapevolezza affinché i soggetti possano partecipare in modo attivo alla dimensione pubblica.

Se è impensabile pensare di arrestare il cambiamento per continuare ad identificarsi nelle medesime tradizioni che hanno pur dato le fondamenta al nostro territorio, sarebbe altrettanto illogico e ingiusto pretendere che un popolo diventi "oggetto" di manipolazioni imposte da fattori esogeni e non soggetto attivo e partecipe dei processi di mutamento che coinvolgono la sua stessa politica, cultura e storia.

Ritengo illuminante la teoria spiegata dal filosofo contemporaneo Salvatore Veca in uno dei suoi saggi più recenti La gran città del genere umano. Il professor Veca si sofferma su due termini "progetto" e "processo", il cui rapporto sta alla base di ogni società.Il "progetto" rappresenta l'origine, la tradizione, il piano secondo cui una società prende forma e si struttura, l'insieme dei criteri e dei valori da cui scaturisce una data nazione. Il "processo" è la Storia concreta, fattuale, con le vicissitudini da cui si compone e gli inevitabili mutamenti, sociali/politici/economici, che comporta e apporta.

Dal fragile equilibrio tra "progetto" e "processo" viene determinata l'Identità di un paese e di un popolo.La struttura originaria, lo "scheletro" della nazione, l'insieme di leggi, tradizioni, usi e costumi che costituiscono il progetto devono dialogare con la Storia e i suoi mutamenti in un costante rapporto osmotico fatto di scambi, mai di sopraffazioni.Il "processo" frutto di scelte programmate o di eventi non voluti ma inevitabili (guerre, carestie, migrazioni) è l'insieme di quei cambiamenti che hanno il compito di innovare il Progetto, di metterlo in discussione e costringere a ripensarlo.

Tuttavia, a mio avviso (e qui mi distacco apertamente dalle posizioni del, seppur stimatissimo, Professor Salvatore Veca), se il processo non viene adeguatamente gestito, assimilato e tenuto sotto controllo, rischia di prendere il sopravvento sulla struttura originaria, ovvero sul progetto, "violentandolo " fino a distruggerlo e distruggendo, contemporaneamente, anche se stesso, smarrendo la propria funzione innovatrice per trasformarsi in un meccanismo distruttivo, fine a se stesso e, dunque, sterile.

L'Identità di un popolo, così come quella di un individuo, non può prescindere né dalla memoria storica né dalla progettualità presente e futura.Non esistono tradizioni migliori di altre da assolutizzare e rendere eterne ed immutabili; non esistono individui senza storia alle spalle; non esistono comunità in cui tutti i soggetti la pensino allo stesso modo; non esistono improbabili "veli" che possano farci dimenticare chi siamo e come vogliamo vivere.

Un organismo sovranazionale che si faccia garante degli equilibri tra gli Stati è indubbiamente necessario, lo aveva già intuito Kant quando in "Per la Pace Perpetua" scriveva di una "Confederazione dei Popoli."Tuttavia l'esistenza di una struttura sovranazionale non deve mai comportare una rinuncia, da parte degli Stati, alla sovranità sul proprio territorio. e alle decisioni pregnanti in fatto di politica interna ed estera.

Proprio come lo stesso Kant, preso oggi a modello da molti pensatori di sinistra sostenitori di un'identità "debole", scriveva già nel 1700 che se è pur vero che la natura ha reso necessari gli scambi economici affinché i popoli entrassero in comunicazione tra loro, è ancor più vero che ha provveduto a dotare ogni popolo di lingua e religione differenti in modo che non si creassero pericolose fusioni che avrebbero messo a repentaglio le specificità di ogni comunità.

airoldiSamanta Airoldi

Dottore di ricerca in Filosofia Politica