Migrazioni, un diverso punto di vista - A. Bono

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migrantiafricaIl 31 maggio scorso Amnesty International Italia ha accusato tanto per cambiare i paesi europei di essere cinici e irresponsabili perché i loro piani per far fronte all’emergenza migranti sono tutti volti unicamente a fermare le partenze. “L’Europa della vergogna costruisce muri – si poteva leggere anche sulla pagina FB di AI – quante volte dobbiamo chiedere di fermare la strage dei migranti nel Mediterraneo organizzando percorsi legali e sicuri per i richiedenti asilo?”

Si stenta a credere che persino Amnesty International non sappia che per convenzione internazionale un profugo può e deve presentare richiesta di asilo nel primo paese firmatario della Convenzione di Ginevra in cui mette piede dopo aver lasciato il proprio; dopo di che, vagliata e accolta la richiesta, i percorsi legali e sicuri esistono già. Non sorprende invece, ma certo sconcerta e dispiace il fatto che nel suo comunicato AI Italia punti il dito contro l’Europa così duramente. Non sorprende perchè non è la prima volta che succede e perchè AI non è l’unica a condannare Europa e Occidente. Sono in molti a ritenerli doppiamente colpevoli: sia delle cause che provocano gli spostamenti forzati che della reticenza a “rimediare” accogliendo i profughi. Quel che sconcerta e dispiace è che nel comunicato manchi ogni riferimento e rimprovero per la vergogna dei paesi effettivamente responsabili dei 54 milioni tra profughi all’estero e sfollati che attualmente vivono, concentrati in Africa, Medio Oriente e Asia, nell’attesa non tanto di raggiungere l’Europa – obiettivo di una esigua minoranza di persone – ma piuttosto di poter tornare a casa, attesa che in certi casi dura da anni e persino decenni.

Poi però, mescolati ai profughi, ci sono gli emigranti irregolari che lasciano i loro paesi clandestinamente ricorrendo ai trafficanti di uomini: per meglio dire, ai contrabbandieri di uomini che ne organizzano a caro prezzo espatrio, percorsi e tappe successive, di paese in paese, fino alle coste del Mediterraneo – in gran parte quelle di Libia, Egitto e Turchia – dalle quali inizia l’ultima tappa, via mare, alla volta quasi sempre della Grecia e dell’Italia. Molti emigranti, in numero crescente, una volta sbarcati in Italia tentano e pretendono di regolarizzare la loro situazione presentando richiesta di asilo, pur sapendo di non avere i requisiti per ottenere lo status di rifugiato. È il caso di ricordare che infatti quello di rifugiato è un preciso status giuridico, personale, definito dalla Convenzione di Ginevra sullo statuto dei rifugiati. Viene accordato a chi fugge dal proprio paese temendo a ragione, perchè minacciato dal proprio governo o perchè quest’ultimo non è in grado o non è disposto a tutelarlo, di essere perseguitato per motivi di razza, religione, nazionalità, opinione politica o appartenenza a un determinato gruppo sociale. Chi ottiene lo status giuridico di rifugiato è perché proviene da paesi in guerra, come ad esempio la Siria, o sotto dittatura, come l’Eritrea. Ma a concedere asilo, ad esempio, a un senegalese c’è rischio di un incidente diplomatico perché equivale ad accusare il Senegal di perseguitare i propri cittadini o non di volerli e saperli proteggere da chi li minaccia.

Gli emigranti irregolari che raggiungono l’Europa sono tanti, molti di più dei profughi in fuga da guerre e persecuzioni, prova ne sia che l’Italia, ad esempio, nel 2014 ha accolto il 10% delle richieste di asilo, nel 2015 il 5% e quest’anno, fino al 20 maggio, il 4%. Sanno di non poter ottenere asilo, a meno di aver pagato i trafficanti anche per avere dei documenti falsi e poter in qualche modo dimostrare che li minaccia qualche pericolo. Ma sanno anche che i tempi di esame delle loro richieste sono lunghi e che inoltre, in caso di esito negativo, è comunque possibile presentare ricorso e restare in Italia fino alla sentenza definitiva. Ma soprattutto sanno che esistono due istituzioni provvidenziali, create per non rimandare a casa chi non ha diritto allo status di rifugiato: il permesso di soggiorno per motivi umanitari, che dura da sei mesi a due anni, e il permesso per protezione sussidiaria, che vale cinque anni. Il permesso umanitario viene concesso nel caso esistano “seri motivi in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello stato italiano”. La protezione sussidiaria viene accordata “qualora il richiedente non possa dimostrare una persecuzione personale ai sensi della Convenzione di Ginevra, che definisce chi è rifugiato, ma si ritiene che rischi di subire un danno grave (condanna a morte, tortura, minaccia alla vita in caso di guerra interna o internazionale) nel caso di rientro nel proprio paese”. Questi due permessi, entrambi rinnovabili, sono stati concessi a 50% dei richiedenti asilo respinti nel 2014, al 37% nel 2015 e al 31% dall’inizio del 2016 al 20 maggio.

Ma c’è una speranza in più, adesso, per gli emigranti irregolari, dal momento che, in seguito a pressioni provenienti da vari settori, si va affermando la tendenza ad abolire la distinzione tra emigranti e profughi, fino a sostenere che chiunque lasci il proprio paese deve per forza avere dei seri motivi per farlo – estrema povertà, fuga dalla fame... – e che quindi, anche se irregolare, ha diritto a essere accolto nel paese in cui ha scelto di recarsi. Con questo argomento si neutralizzano le obiezioni di chi sostiene, a ragione, che una vasta categoria di emigranti clandestini non fuggono da guerre e persecuzioni. Resterebbe valida tuttavia un’altra obiezione, del tutto fondata. Emigrare clandestinamente affidandosi a una organizzazione di trafficanti di uomini non è alla portata di tutti e quindi chi lo fa non vive di certo sotto la soglia di povertà in costante pericolo di vita. Il passaggio dal Nord Africa all’Italia (Lampedusa, Sicilia, Calabria), lungo le rotte del Mediterraneo centrale, costa da 1.500 a 3.000 dollari, a cui vanno aggiunte le migliaia di dollari necessari per raggiungere dai paesi di origine i punti di imbarco: per chi arriva dall’Africa subsahariana, in media 2.500 dollari. Dalla Turchia all’Italia, il costo varia da 2.500 a 5.000 dollari. Ma anche in questo caso va aggiunto l’importo del transito dal paese d’origine, per lo più asiatico, alla Turchia. È dunque da escludere che una persona priva di mezzi di sussistenza, in fuga dalla povertà estrema e dalla fame, riesca a procurarsi così tanto denaro.

Tuttavia una sentenza emessa da poco può annullare anche questa obiezione. Un giudice del tribunale di Milano alcune settimane or sono ha infatti concesso a un immigrato irregolare, un ragazzo africano di 24 anni originario del Gambia, un permesso di soggiorno per “protezione umanitaria”. Lo ha fatto basandosi sulla Dichiarazione universale dei diritti umani che proclama tutti gli uomini uguali in dignità e diritti, senza distinzione alcuna. Il giovane – pare abbia detto il giudice – proviene da uno stato in cui esistono “oggettive difficoltà economiche, di diffusa povertà e di limitato accesso per la maggior parte della popolazione ai più elementari diritti inviolabili della persona”. Rimandarcelo, per il fatto che il paese è povero, a prescindere dalle condizioni sociali ed economiche del giovane che non sembra appartenere alle fasce più deboli e vulnerabili della popolazione visto che ha potuto sostenere le spese del viaggio clandestino, violerebbe in particolare l’articolo 25 comma 1 della Dichiarazione universale secondo cui: “ogni individuo ha diritto a un tenore di vita sufficiente a garantire la salute e il benessere proprio e della sua famiglia, con particolare riguardo all'alimentazione, al vestiario, all'abitazione, e alle cure mediche e ai servizi sociali necessari (…)”.

La notizia di questa sentenza è arrivata insieme a quella di un nuovo piano dell’Unione Europea per ridurre il flusso di emigranti dalla Libia all’Italia. Il piano prevede l’intensificazione del partenariato con nove paesi del Medio Oriente e dell’Africa e costerà 62 miliardi di euro in aiuti per creare lavoro e combattere la povertà: miliardi che, è il caso di ricordarlo, si aggiungeranno a quelli del Fondo di emergenza per l’Africa creato a novembre dalla Commissione Europea con un capitale iniziale di 1,8 miliardi di euro e inoltre ai miliardi forniti ogni anno dai paesi europei e dall’Unione Europea per finanziare le agenzie dell’Onu, la cooperazione internazionale bilaterale e multilaterale, l’Alto commissariato Onu per i rifugiati, le missioni di peacekeeping dell’Onu e dell’Unione Africana e, da quest’anno, gli “Obiettivi di sviluppo sostenibile”, il nuovo progetto dell’Onu contro la povertà e le ingiustizie planetarie approvato dalla 70a Assemblea generale dell’Onu nel 2015, che da solo prevede una spesa di 15 trilioni di dollari all’anno per i prossimi 15 anni. Nel 2014 l’ammontare complessivo dell’assistenza ai paesi poveri è stato di 135 miliardi di dollari. Gli stati europei vi hanno contribuito con quasi 71 miliardi di dollari, l’Unione Europea con altri 16 miliardi (e gli Stati Uniti con oltre 31 miliardi). Il piano che l’Unione Europea si appresta a varare dovrebbe servire anche ad aumentare il numero dei rimpatri. Attualmente solo il 40% dei richiedenti asilo che non ottengono lo status di rifugiato vengono accolti dai loro paesi d’origine. Si ipotizza di tagliare gli aiuti ai governi che non collaborano al rimpatrio dei connazionali respinti. Burundi, Uganda e Malawi, ad esempio, dipendono dagli aiuti internazionali per circa il 40% del loro bilancio.

Chi accusa l’Europa di costruire muri e di pensare solo a come fermare gli emigranti dunque non tiene conto o non conosce l’entità dell’impegno finanziario occidentale in favore dei paesi poveri e dei profughi. È francamente inspiegabile che addirittura Federica Mogherini, alto rappresentante dell’Unione Europea per gli affari esteri e la politica di sicurezza, mentre appunto annuncia possibili procedure di infrazione, ovvero sanzioni per gli stati europei che ergono muri contro l’immigrazione irregolare, porti i paesi poveri africani a esempio di accoglienza nei confronti dei profughi quando sono soprattutto i paesi occidentali a finanziare l’Alto commissariato dell’Onu per i rifugiati che, come è noto, assiste gran parte dei profughi e degli sfollati direttamente oppure affidando mezzi e risorse a organizzazioni non governative e ai governi dei paesi che ospitano i campi e le altre strutture creati per i profughi.

Per di più, e per tornare al discutibile comunicato di Amnesty International che tralascia di indicare i responsabili dei movimenti forzati di popolazione, il nuovo salasso va a favore di governi alcuni dei quali inaffidabili, incapaci e corrotti, e peggio ancora. Uno è il governo della Somalia, formato da capi clan che da 25 anni si fanno mantenere dal resto del mondo e intanto costringono milioni di connazionali a vivere sfollati e profughi. Nel 2012 l’Onu ha ammesso che ogni 10 dollari consegnati al governo somalo dalla comunità internazionale sette non arrivano mai nelle casse dello stato. Ciononostante l’anno successivo a Bruxelles 50 paesi donatori hanno avviato un “New Deal” per la Somalia, un progetto di ricostruzione del paese per cui hanno messo a disposizione 1,8 miliardi di euro. L’Unione Europea ha contribuito con 650 milioni di euro che si sono aggiunti al miliardo e 120 milioni già dati alla Somalia tra il 2008 e il 2013, impiegati in parte per finanziare la missione militare Amisom dell’Unione Africana e in parte per realizzare programmi di sviluppo. Il presidente somalo Mohamud ha ringraziato “per la nuova speranza offerta al suo popolo” dopo oltre venti anni di guerra civile e per quanto fatto finora: “grazie ai fondi europei – ha dichiarato – milioni di vite sono state salvate e grandi progressi sono stati compiuti”.

In Nigeria, invece, nel 2014 sono spariti oltre 16 dei 77 miliardi di dollari, proventi dell’esportazione di petrolio, che avrebbero dovuto essere depositati nelle casse dell’Ente petrolifero nazionale, e altri 15 miliardi stanziati dal ministero della difesa per combattere il gruppo jihadista Boko Haram. Da quando il presidente Muhammadu Buhari, in carica da un anno, ha dichiarato lotta alla corruzione, non passa quasi giorno senza la notizia di un nuovo scandalo. Il 6 maggio il Fondo globale per la lotta all’Aids, alla tubercolosi e alla malaria ha deciso la sospensione dei finanziamenti all’ente incaricato della lotta all’Aids in Nigeria dopo aver scoperto che in cinque anni, dal 2010 al 2014, il suo personale e i suoi consulenti hanno rubato 3,4 milioni di euro.

Ma c’è di peggio perché, tra i partner a cui dovrebbero andare i fondi, ci sono anche l’Eritrea e il Sudan. L’Eritrea è considerata una delle peggiori dittature del pianeta insieme alla Corea del Nord. L’8 giugno la commissione d’inchiesta dell’Onu ha pubblicato un rapporto in cui accusa il presidente Isaias Afewerki e il suo governo di crimini contro l’umanità compiuti a partire dal 1991 e chiede al Consiglio di sicurezza di deferire il paese alla Corte penale internazionale. Tra i crimini documentati figurano costrizione in schiavitù, sparizioni forzate, torture, atti inumani, stupro e omicidio. Il presidente del Sudan, Omar Hassan al Bashir, nel 2009 è stato accusato di genocidio, crimini di guerra e crimini contro l’umanità dalla Corte penale internazionale e contro di lui è stato spiccato un mandato di cattura internazionale. Le accuse si riferiscono al ruolo giocato dal suo governo nella persecuzione e nello sterminio delle popolazioni agricole di origine africana del Darfur, a partire dal 2003. Ma al Bashir è responsabile inoltre della morte di centinaia di migliaia di cristiani, uccisi durante la guerra civile combattuta tra il 1983 e il 2005, per i quali non è stato incriminato dalla Corte penale internazionale solo perchè i crimini risalgono a prima che l’istituto entrasse in funzione.

Per finire. L’opinione pubblica italiana, divisa tra preoccupazione per i costi economici e sociali insostenibili del fenomeno migratorio e speranza che gli emigranti rappresentino il rimedio alla denatalità e alla crisi non si ferma a interrogarsi sulle conseguenze economiche e sociali, in Africa, della perdita di risorse umane preziose: una generazione di giovani che se ne vanno per non più tornare. Nei primi cinque mesi del 2016 sono sbarcati sulle coste italiane 47.740 emigranti, il 4% in più rispetto al 2015 e il 15% in più rispetto al 2014. Come nel 2015, oltre il 70% dei nuovi arrivati sono maschi, di età compresa tra 18 e 32 anni. I principali paesi d’origine sono africani. Il 15% degli emigranti è arrivato dalla Nigeria, il 10% dal Gambia, il 9% dalla Somalia, l’8% dalla Costa d’Avorio, dall’Eritrea e dalla Guinea Conakry, il 7% dal Senegal e dal Mali e il 5% dal Sudan: forse con diritto d’asilo gli eritrei e qualche somalo.

Molti giovani partono contro il parere dei genitori, di nascosto, magari dando fondo ai risparmi, vendendo una mandria di bestiame o facendosi imprestare una parte del denaro necessario. Altri invece vengono spinti dalle famiglie stesse, attratte dalla prospettiva di ricevere denaro dai figli emigrati, come qualche vicino di casa che in effetti percepisce le rimesse di un parente residente all’estero e si pavoneggia con i televisori, gli smartphone, le biciclette e i motorini acquistati o è riuscito a trasferirsi da una baracca in una casa in muratura. Ma invece di molti che emigrano si perde contatto, altri ritornano senza soldi e senza aver raggiunto la meta, aumentano le famiglie che piangono un figlio scomparso nel deserto o in mare.

Le Chiese africane da tempo osservano con preoccupazione le conseguenze che l’emigrazione di massa produce. “Non permettete che delle false prospettive di ricchezza vi inducano a lasciare i vostri paesi in cerca di inesistenti impieghi in Europa e in America. Non cercate soluzioni ai vostri problemi lontano, ma lottate invece per costruire una società migliore in Africa – è stato l’appello rivolto ai giovani africani da Monsignor Nicola Djomo, vescovo di Tshumbe e presidente della Conferenza episcopale della Repubblica Democratica del Congo, in occasione della cerimonia di apertura dell’Incontro della gioventù cattolica panafricana svoltosi a Kinshasa, capitale della RDC, dal 21 al 25 agosto 2015 – utilizzate i vostri talenti e le altre risorse a vostra disposizione per rinnovare e trasformare il nostro continente e per la promozione di giustizia, pace e riconciliazione durature in Africa. Voi siete il tesoro dell’Africa. La Chiesa conta su di voi, il vostro continente ha bisogno di voi”.

Anche qualche governo africano incomincia a preoccuparsi e tenta di correre ai ripari. “Il mio Eldorado è il Mali. Stop all’emigrazione irregolare”. Nelle strade della capitale Bamako nel 2014 sono comparsi grandi manifesti con questa scritta e l’immagine di una barca di emigranti. Con la parola d’ordine “Il mio Eldorado è il Mali”, il 27 febbraio 2014 il governo, benché reduce dai postumi di un colpo di stato e ancora alle prese con istanze secessioniste Tuareg e con la minaccia jihadista, ha varato una campagna contro l’emigrazione irregolare volta a informare la popolazione sul rischio di lasciare il paese ricorrendo ai trafficanti di uomini. “Il nostro governo – ha detto il Ministro dei maliani all’estero Aderahamane Sylla durante la cerimonia di presentazione della campagna – ha posto come suo obiettivo prioritario la lotta contro l’emigrazione irregolare”. Per quanto le rimesse svolgano un ruolo molto importante nell’economia nazionale – ha spiegato – tuttavia non rappresentano una soluzione: “la cultura dell’emigrazione deve finire. I cittadini del Mali devono fare di più per lo sviluppo del loro paese”. Come in altre occasioni, il ministro ha espresso particolare preoccupazione per gli emigranti minorenni non accompagnati: bambini e adolescenti che sempre più spesso le famiglie mandano in Europa sapendo che, in quanto minori, non verranno espulsi. Dal 2014 una legge persegue i genitori maliani che costringono i figli a partire per l’Europa. Altri stati stanno seguendo l’esempio del Mali: il Senegal, ad esempio, l’Etiopia e il Niger.

Più che gli aiuti finanziari, che sono già tanti, servirebbe un partenariato, una coalizione contro i trafficanti: collaborazione per perseguirli e punirli, fin dalle città di partenza, e per contrastare con informazioni attendibili la loro propaganda che promette una vita facile e sicura, soldi, benessere, una sistemazione invidiabile. Perchè il traffico di emigranti è un affare molto fiorente: nel 2015 ha fruttato cinque miliardi di dollari. Come ogni altra attività economica, per rendere e prosperare non si limita ad aspettare che i clienti si facciano vivi, ma se li va a cercare e si inventa il modo di convincerli: in questo caso, a partire con la promessa di un Eldorado che li attende in Italia.

bonoAnna Bono

ricercatrice di storia e istituzioni dell'Africa

Università di Torino