Immigrazione e confini, il futuro ruolo italiano nel Mediterraneo - G. Gaiani

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migrantiversoueLe crisi che caratterizzano il Mediterraneo dal 2011, dalla guerra libica combattuta dalla Nato contro il regime di Muammar Gheddafi e da alcuni nostri “alleati” contro gli interessi dell’Italia nella sua ex colonia, hanno evidenziato uno degli aspetti più importanti di quest’epoca di dilagante instabilità: la crisi delle alleanze. A cominciare dall’Unione Europea, rivelatasi incapace di assumere una posizione comune e credibile sulle crisi che interessano i suoi confini (Ucraina, Siria-Iraq, terrorismo, immigrazione, Libia) e soprattutto di difendere le proprie frontiere esterne. Elemento che ha inevitabilmente determinato che l’emergenza migratoria proveniente da Asia e Africa attraverso le rotte balcanica e libica si riflettesse direttamente sulle frontiere interne alimentando dissidi e tensioni tra i partner. 

Le spaccature all’interno dell’Unione sono state liquidate dalla Ue con altezzose accuse di “rigurgiti razzisti” o “populismo” rivolte a governi e partiti che in tutta Europa chiedevano il semplice rispetto della legalità e del diritto che ogni singolo Stato ha di decidere chi possa o meno attraversare le sue frontiere. La scarsa solidarietà dell’Europa nei confronti di Grecia e Italia, Paesi investiti direttamente dai flussi migratori, ha ben evidenziato quale tipo di supporto possa oggi ricevere dall’Unione un membro che si trovasse in difficoltà sul piano della sicurezza. Valutazioni rafforzate dall’analisi degli strumenti militari messi in campo per fronteggiare i traffici di esseri umani e rivelatisi tutti inconcludenti.

Le flotte che arricchiscono i trafficanti

Nel Canale di Sicilia operano diverse flotte: le due italiane sono costituite dal dispositivo di Guardia Costiera e Guardia di Finanza che protegge le acque territoriali e quelle adiacenti e l’Operazione Mare Sicuro che dovrebbe difendere gli interessi italiani in mare aperto proteggendo i traffici mercantili e le piattaforme off-shore dell’ENI.

Vi sono poi due flotte europee: l’operazione Triton dell’agenzia delle frontiere Frontex che dovrebbe difendere i confini marittimi dell’Unione e l’Operazione Sophia (Eunavfor Med) varata dall’Alto responsabile per la politica estera e di sicurezza della Ue, Federica Mogherini, che ha il compito enigmatico di “interrompere il modello di business dei trafficanti di esseri umani”. Difficile comprendere cosa significhi in concreto questa definizione ma l’esercizio sarebbe del tutto superfluo poiché la stessa Mogherini ha detto fin dal varo della missione, un anno or sono, che nessun migrante verrà respinto. Di fatto quindi i trafficanti continueranno a veder crescere il loro business che non subirà nessuna interruzione ad opera delle navi della Ue. Per questa l’Operazione Sophia è stata aspramente criticata soprattutto in Gran Bretagna dive il ministro degli interni Theresa May accusò nella primavera del 2015 la Mogherini di incoraggiare l’immigrazione illegale.

I quattro dispositivi navali elencati, nazionali e comunitari, del resto svolgono in realtà lo stesso unico compiti: raccogliere in mare gli immigrati clandestini, affondarne i precari gommoni “made in China” e sbarcarli in Italia. A puntare il dito contro la flotta Ue è, inaspettatamente, anche il portavoce della Marina libica, il colonnello Ayoub Kasem, che in un’intervista all’agenzia di stampa Aki-Adnkronos International nel giugno scorso disse che “l’operazione Sophia ha facilitato moltissimo il viaggio ai migranti clandestini, anzi ha incoraggiato anche i trafficanti”. Secondo Qasem, “anche i Paesi originanti e quelli di passaggio dei migranti hanno contribuito in modo consistente all’aumento dei flussi clandestini, laddove la cultura della migrazione è ormai diffusa in questi Paesi. Per questo prevedo che nel prossimo periodo vi sarà un notevole incremento di migranti”.Alle forze navali della Ue e italiane si dovrebbe unire presto anche una flotta della NATO, come stabilito al vertice dell’alleanza di Varsavia del 7-8 luglio: non è chiaro con quali compiti specifici ma pare da escludere una penetrazione nelle acque libiche, il contrasto diretto ai trafficanti e il respingimento degli immigrati clandestini.

La crisi delle alleanze

Del resto se l’Unione Europea non è mai riuscita ad assumere un ruolo concreto nel settore della difesa e sicurezza, neppure la NATO gode oggi di buona salute. La spaccatura tra l’asse anglo-americano con i partner orientali e le potenze continentali europee si è fatta più nitida in seguito alla crisi in Ucraina scoppiata nel 2014 con il “golpe” del Maidan orchestrato dagli Stati Uniti con il supporto polacco con il chiaro intento di sottrarre l’’Ucraina all’orbita di Mosca. Il recente vertice Nato di Varsavia ha sancito il solco che divide gli alleati. Da un lato polacchi, rumeni, bulgari e baltici che con il supporto anglo-americano vedono in Mosca il nemico prioritario e nella nuova guerra fredda la dottrina strategica da adottare. Dall’altro Germania, Italia e Francia determinati a non compromettere i rapporti con Mosca, considerato un partner indispensabile non solo sul piano commerciale ma anche nella lotta al terrorismo islamico, realisticamente valutato come la principale minaccia portata al Continente europeo.

L’inaffidabilità delle alleanze di cui l’Italia fa parte trova conferma anche nel ruolo ricoperto dagli Stati Uniti con l’Amministrazione Obama. Washington, ormai riluttante a investire denaro e forze militari nel tentativo di stabilizzare aree strategiche, sembra aver compreso che il modo migliore per mantenere la leadership globale e il ruolo di unica superpotenza sia riposto nella destabilizzazione delle regioni di interesse dei suoi competitor. Complice anche la raggiuta autosufficienza energetica, gli Stati Uniti hanno fatto venir meno la principale ragione che ha tenuto insieme USA ed Europa dopo la fine della guerra fredda e del confronto con l’URSS: la necessità comune di mantenere stabili le aree energetiche di Nord Africa e Medio Oriente.

L’affrettato ritiro da Iraq e Afghanistan, la blanda e prolungata guerra contro il Califfato, l’intervento in Libia nel 2011 (cominciato a marzo con un pesante attacco statunitense alle forze di Gheddafi) fino alla destabilizzazione dell’Ucraina hanno perseguito l’obiettivo di creare difficoltà economiche, energetiche e sociali all’Europa e alla Russia così come il clima di rinnovata guerra fredda è funzionale al disegno anglo-americano di impedire che si saldasse un’intesa di ferro tra un’Europa potenza industriale e una Russia potenza energetica.

Meglio non dimenticare, analizzando il nuovo schieramento di forze statunitensi e britanniche in Est Europa, che la storia insegna che gli interventi militari di Washington e Londra sul Vecchio Continente sono sempre stati tesi a impedire la nascita di una superpotenza continentale.

Le priorità: interessi nazionali e legalità

La crisi delle alleanze e l’inaffidabilità dei nostri principali partner strategici impone necessariamente all’Italia di poter gestire da sola e in piena autonomia le crisi alle porte di casa, nel Bacino del Mediterraneo, anche rinunciando a quella “collegialità” in ambito Onu, Nato e Ue che si sta rivelando più una pastoia che una risorsa come dimostra con tutta evidenza l’emergenza determinata dall’immigrazione clandestina, tema che peraltro anche in ambito Ue resta di competenza dei singoli Stati.

Per fare questo abbiamo bisogno di forze militari moderne, efficienti e soprattutto di una visone politica chiara su come impiegarle evitando come accade ora, che fregate lanciamissili da mezzo miliardo di euro svolgano il compito di traghetti per clandestini. La questione  molto grave anche dal punto di vista simbolico: esattamente un secolo or sono le forze armate italiane combattevano per difendere e ampliare i confini nazionali; oggi a un secolo dalla Grande Guerra, i militari vengono impiegati per consentire a chiunque paghi trafficanti in combutta con terroristi di oltrepassare quelle frontiere.

“Abbiamo qualche interesse a riempire l’Europa di milioni di altri islamici? Di immigrati che “minacciano lo stile di vita e le infrastrutture sociali dell’Europa”? ha chiesto polemicamente l’anno scorso il ministro degli Esteri britannico, Philip Hammond, scatenando non poche polemiche ma evidenziando come proprio l’immigrazione selvaggia e incontrollata abbia avuto un ruolo centrale nel determinare il successo del Brexit in Gran Bretagna e il venir meno di ogni sentimento filo europeista in tutti gli Stati membri.

Hammond disse che l’Ue non può proteggere se stessa se deve “accogliere milioni di migranti dall’Africa” che si muovono per una ”motivazione economica” affermando che l’unica soluzione al problema è il rimpatrio per evitare che tanti migranti disperati “che saccheggiano la zona di Calais” siano una minaccia per la sicurezza del tunnel sotto la Manica. Solo in Italia sono stati fatti sbarcare dal 2013 circa 550 mila clandestini dei quali ameno un quinto senza alcun tipo di registrazione o identificazione allo scopo di aggirare gli accordi Ue in base ai quali i migranti vano registrati nel Pesi d’ingressi nell’Unione. Un escamotage “all’italiana” che ha fatto arrabbiare francesi, tedeschi e soprattutto britannici.

Con buona pace di buonisti e terzomondisti fautori dell’accoglienza per tutti “senza se e senza ma”, Hammond mise il dito sulla piaga evidenziando come la stragrande maggioranza di chi sbarca in Italia dalla Libia provenga dall’Africa Occidentale e in piccola parte dall’Eritrea, non siano profughi di guerra né gente in fuga da carestie o altre piaghe ma rappresenti spesso la classe più benestante dei loro Paesi di origine. Coloro cioè che possono permettersi di pagare fino a 10 mila euro per un viaggio che può durare anche un anno, che comincia nelle stazioni di autobus di Niamey, in Niger, e continua lungo la pista de deserto fino ad Agadez, poi attraverso tutta la Libia fino alle coste della Tripolitania in attesa di un imbarco per l’Italia. D’altra parte anche i profughi di guerra hanno sempre avuto canali diversi dall’affidarsi a trafficanti di esseri umani per ottenere asilo: ad esempio raggiungendo i campi dell’Onu oltre i confini nazionali e facendo regolare domanda per essere accolti all’estero.

Del resto è evidente che non è più possibile continuare a essere complici di organizzazioni criminali che i servizi d’intelligence ritengono strettamente legata a gruppi terroristici quali Stato Islamico e al-Qaeda, accogliendo flussi migratori che non avranno mai fine e che non sono più sostenibili in termini sociali e finanziari. Lo stesso direttore di Frontex, Fabrice Leggeri, in un’intervista a Le Figaro ha affermato nella primavera del 2015 che “i migranti che intraprendono la strada libica ormai arrivano dall’ Africa, non più dalla Siria o dall’Iraq” e per lo più “partono per problemi economici, e possono e devono essere rispediti a casa loro”.

Del resto non ci vogliono raffinati politologi per comprendere che riempire l’Italia di stranieri pretenziosi cozza con i 4 milioni di italiani che vivono in povertà registrati dall’Istat e i molti milioni che faticano ad arrivare alla fine del mese per i quali Roma non fa abbastanza visto che butta centinaia di milioni per assistere chiunque paghi i criminali per venire in Italia. Certo i poveri italiani “valgono meno” perché sussidi e welfare li ricevono direttamente mentre i clandestini vengono assistiti attraverso gli intermediari che si occupano di loro, in gran parte enti e associazioni che orbitano nel mondo cattolico e del cooperativismo di Sinistra. “Dettaglio” che chiarisce forse il senso di molte posizioni favorevoli all’accoglienza di massa emerse in quegli stessi ambienti he hanno generato curiose note di linguaggio tese a rendere più digeribili i flussi di immigrati clandestini, termine di fatto abrogato e sostituito con “naufrago”, “migrante”, “profugo” o “rifugiato”.

Ma con quale credibilità si può mettere sullo stesso piano chi va per mare e a causa di tempeste o incidenti cola a picco e cerca di non farsi inghiottire dalle onde con chi, appena salpato con imbarcazioni di fortuna gestite da criminali, telefona alla capitaneria di porto italiana per farsi venire a prendere? I veri migranti sono coloro che sono giunti in Italia ed Europa con regolare visto sul passaporto e permesso di soggiorno. Se usiamo questo termine per i clandestini come dovremmo chiamare lo straniero che rispetta la legge e giunge in Italia con i permessi richiesti?

Lo status di profughi o rifugiati lo avrà, forse, solo il 10 per cento di quanti sono sbarcati a meno che, con un’ulteriore azione suicida, Roma e Bruxelles decidano di consentire a chiunque di ottenere tale status. Il termine corretto quindi resta immigrati clandestini (gli scafisti vengono non a caso incriminati per “sfruttamento dell’immigrazione clandestina”) ma è interessante notare il tentativo culturale e lessicale di rimuovere questo termine per eliminarne il significato. Se chiamassimo “benefattori” i ladri improvvisamente cesserebbero i furti? Purtroppo molti sembrano aver dimenticato che la scurezza sociale è la base fondamentale per assicurare l’ordine pubblico e la stabilità anche economica della Nazione.

Immigrazione e terrorismo

Secondo l’ultimo rapporto Europol solo l’anno scorso i trafficanti di esseri umani nel Mediterraneo hanno incassato tra i 5 e i 6 miliardi di euro, circa la stessa cifra pagata dalla Ue alla Turchia affinché Ankara cessasse di far affluire in Europa clandestini asiatici: 2 milioni solo l’anno scorso, oltre il 3.000% in più rispetto all’anno precedente come riporta la Western Balkans Annual Risk Analysis 2016 pubblicata dall’agenzia europea per le frontiere Frontex.

Se alla Turchia gli europei avessero applicato sanzioni economiche simili a quella imposte a Mosca in poche settimane Ankara avrebbe dovuto scegliere tra il tracollo della sua moneta e della sua economia e lo stop ai flussi di immigrati clandestini che tra l’altro arricchiscono enormemente una criminalità turca che non potrebbe certo operare senza più di una complicità con le autorità.

La presenza di terroristi, miliziani e “foreign fighters” tra i flussi di immigrati clandestini è documentata sia sulla rotta balcanica (oggi quasi inesistente) sia sulla rotta libica. Uomini che hanno combattuti con il Fronte qaedista al-Nusra e con l’Isis sono strati rilevati in Italia, Austria e dalla polizia macedone.  Il direttore del Centro anti-terrorismo di Europol, Manuel Navarrete Paniagua, ha detto nel maggio scorso in un’audizione all’Europarlamento che “i terroristi stanno usando il flusso dei migranti per infiltrarsi in Europa. Per questo ufficiali di Europol stanno affiancando quelli di Frontex negli hot-spot in quattro isole della Grecia, e in Sicilia”.

Il rapporto di Frontex sottolineava nell’aprile scorso avvertiva che “un numero impressionante” di cittadini dell’Ue ha viaggiato in Siria per combattere con l’Isis ed è ora in attesa di rientrare in Europa, fingendosi rifugiati. “Gli attacchi di Parigi nel novembre 2015 hanno dimostrato chiaramente che i flussi migratori irregolari potrebbero essere utilizzati dai terroristi per entrare nell’Ue”. Nella Ue però la minaccia non sembra essere percepita da tutti nello stesso modo. “Una delle sfide con cui ci dobbiamo confrontare, forse la più urgente, è essere pronti ad affrontare i numeri importanti di combattenti stranieri che oggi si trovano in Iraq e Siria e che poi torneranno in Europa” ha detto nel giugno scorso il coordinatore antiterrorismo dell’Ue, Gilles DeKerchove in audizione al Comitato delle regioni europee. Il funzionario belga non si pone però il problema di impedire il ritorno in Europa di migliaia di tagliagole che in Siria e Iraq si sono macchiati di crimini orrendi e sono sopravvissuti alla guerra dei quali, peraltro, circa un migliaio pare abbia già fatto ritorno in Europa. Il suo obiettivo è invece reintegrarli nella nostra società come si trattasse di tossicodipendenti. “Dovremo inevitabilmente poterli reintegrare poiché non potremo chiuderli tutte nelle carceri, o perché non avremo prove a sufficienza o perché bisognerà offrire loro una nuova alternativa di vita. Quindi in tutta Europa dobbiamo essere vigili e agevolare il processo di integrazione dei combattenti stranieri.”  L’irresponsabile atteggiamento della Ue su questioni di rilevanza strategica quali immigrazione e terrorismo dovrebbero spronare ancor di più l’Italia a cavarsela da sola.

I “respingimenti assistiti”

Gli strumenti per risolvere l’emergenza migratoria, impedendo la morte di migliaia di migranti uccisi dalla sabbia del deserto o dal mare, sono stati più volte indicati da Analisi Difesa e sono quelli dei “respingimenti assistiti” e della leva finanziaria sui Paesi africani.

Analizziamoli schematicamente per punti:  

  • Si tratta di schierare una mezza dozzina di unità della Marina Militare (lo stesso livello di forza impiegato negli ultimi tre anni con un costo medio di 10 milioni di euro al mese) a ridosso della costa della Tripolitania, da dove salpano la gran parte dei gommoni, per soccorrere immediatamente i migranti appena partiti evitando altre tragedie e naufragi, per poi sbarcarli con i mezzi militari e sotto scorta sulla costa libica. Un’operazione gestibile con la portaeromobili Garibaldi (attuale ammiraglia di Eunavfor Med) o una nave da sbarco portaelicotteri classe San Giorgio e 5 tra fregate, corvette e pattugliatori con elicotteri, droni dell’Aeronautica, aerei da pattugliamento marittimo (per localizzare immediatamente i gommoni in partenza) e 2/300 centinaio di fucilieri di Marina. 
  • Gli immigrati clandestini verrebbero raccolti in mare appena salpati, non sarebbero quindi provati da giornate di navigazione in condizioni disumane e potrebbero venire concentrati sulla spaziosa unità tuttoponte, rifocillati, identificati anche prendendo loro le impronte digitali. Eventuali feriti o malati, bambini soli e donne in gravidanza verrebbero trattenuti per sottoporli a cure e in seguito rimpatriati nei Paesi di origine. Gli altri verrebbero riportati a terra, su una spiaggia libica, a piccoli gruppi con i mezzi da sbarco e sotto la scorta dei Fucilieri di Marina trattenendo sul suolo libico le truppe italiane solo il tempo strettamente necessario alle operazioni di sbarco da effettuare in aree costiere sotto la protezione delle artiglierie navali ed eventualmente di forze aeree a scopo precauzionale e di deterrenza. 
  • Meglio se una simile operazione avesse l’avvallo di Onu e Ue e delle autorità libiche riconosciute dalla comunità internazionale. Roma sostiene il governo di Fayez al-Sarraj patrocinato dalle Nazioni Unite dal quale potrebbe “pretendere” collaborazione per fermare i flussi di immigrati clandestini. Al-Sarraj ha però escluso la disponibilità ad accettare il rientro in Libia degli immigrati clandestini giunti in Italia e in Europa. “Non accetteremo che l’Unione europea ci mandi indietro i migranti. L’Europa deve trovare il modo di farli tornare nei loro paesi d’origine” dove sono necessari “stabilità politica ed economica, e opportunità di sviluppo”. In pratica, secondo il leader che anche Roma appoggia, per far cessare gli sbarchi in Italia dovremmo attendere che nel Sahel si registri lo stesso tenore di vita della Svizzera!   Del resto, come ha rivelato l’ammiraglio Enrico Credendino che guida l’Operazione Sophia, si stima che tra il 30 e il 50 per cento del Pil della Tripolitania provenga dal traffico di uomini, con interi clan tribali coinvolti nel giro d’affari. Di fatto è impossibile attendersi che il premier al-Sarraj combatta i traffici che arricchiscono le tribù che sostengono il suo governo. Certo l’ideale sarebbe effettuare i respingimenti sulla costa libica in accordo con almeno qualcuna delle diverse fazioni libiche ma le forze militari italiane sono comunque in grado di assicurare un deterrente tale da rendere attuabile l’operazione anche in assenza di intese. 
  • Le limitazioni giuridiche circa la violazione delle acque territoriali libiche che verrebbe compiuta dalle navi italiane per effettuare i “respingimenti assistiti” è facilmente aggirabile con un po’ di determinazione. Se la Libia è in grado di esercitare il controllo delle sue acque e delle sue coste impedisca a barconi e gommoni di salpare ed elimini le bande di trafficanti. Se non è in grado di farlo in quanto “Stato fallito” non può pretendere che l’Italia tolleri che dalle sue coste prendano forma minacce reiterate e continuative alla sua sicurezza nazionale. Del resto il governo di al-Sarraj e le milizie di Misurata a lui fedeli (per il momento) hanno già chiesto e ottenuto più volte che aerei militari da trasporto italiani evacuassero all’ospedale militare romano del Celio i loro combattenti rimasti feriti negli scontri contro lo Stato Islamico o altre milizie.  Senza contare che i “respingimenti assistiti” assumerebbero anche la dimensione di una “ingerenza umanitaria” tesa a salvare migliaia di vite umane prevenendo naufragi e riportando a terra le persone recuperate sulle fragili imbarcazioni dei trafficanti. 
  • L’Italia dovrebbe quindi far valere il diritto di respingere al mittente minacce al territorio e agli interessi nazionali provenienti dalla Libia, Stato in cui anche chi si definisce “governante” non esercita un vero controllo del territorio. Principi in base ai quali gli Stati Uniti intervengono con le armi per colpire ovunque (Libia inclusa) i terroristi di Isis e al-Qaeda o l’Egitto colpì l’anno scorso con una pesante incursione Derna dopo l’uccisione di 11 egiziani da parte dell’Isis libico. La ferma tutela degli interessi nazionali dovrebbe essere la priorità per il governo italiano indipendentemente dal suo colore politico.  
  • A quanti sostengono che i migranti non possono essere riportati in Libia perché non è un luogo sicuro andrebbe ricordato che queste persone hanno pagato i trafficanti per entrare in Libia dal confine meridionale vivendo e spesso lavorando in quel Paese per mesi e a volte anche un anno intero prima di imbarcarsi per l’Italia. Del tutto inutili a questo fine le iniziative proposte da molte associazioni umanitarie che invocano “corridoi umanitari” tesi a portare in Europa i clandestini sottraendoli al business dei trafficanti (in pratica trasportandoli gratis da noi): misura che incoraggerebbe esodi di massa che avrebbero fine solo dopo aver svuotato l’Africa dai suoi abitanti. Meglio poi ricordare che molte delle associazioni e Ong che si battono per l’accoglienza “senza se e senza ma” sono coinvolte direttamente nel business del soccorso e dell’accoglienza finanziato da fondi pubblici italiani ed europei. 
  • Con i “respingimenti assistiti” non vi sarebbero più vittime in mare e si diffonderebbe il messaggio deterrente che l’Italia non intende più accogliere migranti illegali che si affidano a malavita e terrorismo. Un concetto che verrebbe reso più esplicito da una legge ad hoc (meglio se europea) che stabilisse che nessuno che si sia affidato al crimine organizzato per emigrare illegalmente potrà mai neppure in futuro ottenere un permesso di soggiorno o asilo in Italia e nella Ue. I profughi di guerra hanno da sempre utilizzato i canali legali previsti per chiedere asilo, raggiungendo cioè i campi profughi oltre i confini (nel caso siriano in Libano, Turchia e Giordania) facendo domanda di accoglienza. Decine di migliaia di siriani vengono già accolti in questo modo in Gran Bretagna, Canada e Stati Uniti. 
  • I “respingimenti assistiti” inoltre costringerebbero le Nazioni Unite, che sostengono il nuovo governo libico, a intervenire per rimpatriare gli immigrati, anche con un ponte aereo come quello che nel 2011 in Tunisia riportò nei Paesi d’origine oltre un milione di lavoratori stranieri fuggiti dalla Libia in guerra. 
  • A differenza delle operazioni di soccorso e accoglienza, destinate a non avere mai fine, i “respingimenti assistiti” richiederebbero un impegno navale limitato nel tempo perché scoraggerebbero i flussi migratori, specie se associati al rimpatrio dei clandestini già arrivati in Italia obbligando gli Stati africani da cui provengono a riprenderseli sotto la minaccia di tagliare loro i fondi per lo sviluppo italiani ed europei. Una misura ben diversa dal “migration compact” proposto dal governo Renzi che vorrebbe riempire ancora di denaro le tasche dei leader delle cleptocrazie che dominano l’Africa sperando che in cambio non ci mandino più immigrati. La leva economica va utilizzata, ma come bastone non come carota, minacciando cioè sanzioni economiche o tagli agli aiuti allo sviluppo ai Paesi che non collaborano nel fermare i flussi migratori illegali.

Una misura simile ai “rimpatri assistiti” è stata caldeggiata dall’ammiraglio di squadra britannico, Chris Parry, già comandante del Gruppo Anfibio della Royal Navy e oggi affermato opinionista strategico. Parry ha auspicato il 21 aprile 2015 in un’intervista alla BBC un intervento delle Nazioni Unite per bloccare i barconi in partenza e obbligarli a tornare indietro in Libia. Di fronte alle coste del paese nord africano dovrebbe essere costituito una “zona marittima a giurisdizione speciale” gestita dall’Onu. I barconi devono essere fatti tornare indietro in questo spazio, in cui si procederà alle verifiche sui loro occupanti e sul fatto che siano migranti o rifugiati, in quanto lo status legale è diverso. “Dobbiamo evitare che prendano il mare – ha detto l’ammiraglio. Opzioni che finora sono state del tutto ignorate ma che dovranno venire prese in considerazione in tempi brevi e in modo risolutivo sempre che i termini “sicurezza” e “interessi nazionali” abbiano ancora un senso per le attuali classi dirigenti italiana ed europea. 


gaianiGianandrea Gaiani

direttore www.analisidifesa.it