Dopo la Brexit: per un vero federalismo europeo - M. Krienke

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brexiteuropaDopo la Brexit, c’è chi si consola che il Purchasing Managers Index, che indica l’attività manifatturiera, è in rialzo per l’industria comunitaria (data: 22 luglio; https: //www.allianz.com/ v_1469190873000/media/economic_research/ publications/ newslines/ en/pmi220716e.pdf), ma c’è anche chi coglie il momento di stupore di fronte ad un risultato che soltanto pochi si aspettavano per porre alcune domande che nell’ultimo decennio sono state troppo neglette: quale è l’identità dell’Europa, e ciò non significa soltanto chiedersi “che cos’è”, ma ancora di più di “che cosa vuole essere” l’Unione Europea. Un po’ ce lo siamo chiesti nei dibattiti intorno alla “Costituzione europea”, fallita definitivamente nel 2005 con i referendum nei Paesi Bassi e in Francia, e poi successivamente trasformata nel Trattato di Lisbona. Certamente, un testo giuridico come una costituzione o un trattato non dà mai una risposta piena e completa, ma proprio per il fatto che coinvolge tutti i Paesi membri, le sue indicazioni sono un risultato importante su cui conviene riflettere, anche per poter capire possibili sviluppi futuri.

Pur inquadrando alcune riforme istituzionali, questo testo non intendeva giustificare l’istaurazione di un sovrano europeo. Avrebbe permesso comunque l’unificazione della politica estera e di sicurezza, l’individuazione di un Presidente della Commissione che avrebbe posto fine al sistema di presidenza semestrale, il rafforzo dell’importanza del Parlamento europeo e varie altre riforme necessarie come la semplificazione dei testi giuridici istituzionali e degli strumenti legislativi. Lasciando intatte le autonomie delle nazioni, si cercava di rafforzare l’unità politica europea e contribuire alla consapevolezza sempre più salda e viva di una società civile europea.

Ora, la Brexit è soltanto un atto visibile per tutti che sancisce ciò che tanti, soprattutto chi è “federalista”, percepisce da molto: l’idea federale espressa da questo testo non si è realizzata, e soccombe grazie alla macchina burocratica e regolatrice di Bruxelles. Una Europa che non unifica la politica di sicurezza, dell’immigrazione e quella estera, che per il TTIP sorvola sugli interessi dei consumatori ed imprenditori europei e che con l’amministrazione e la burocrazia crea un’unità sovrannazionale a svantaggio di tutti, non solo non realizza il programma federale, ma causa anzi gli effetti oppostiProprio quelli che l’Europa unificata doveva evitare: ossia il ritorno degli “egoismi nazionali”. Certamente non tornano i nazionalismi dell’800 che infine hanno portato a due guerre mondiali, ma quel principio che si era espresso in esse, ora si articola nel linguaggio degli interessi economici e politici nazionali. L’Europa attuale è quindi la prova che un federalismo mal realizzato causa l’opposto di ciò che doveva realizzare. Ma al contrario, una maggiore unità manca proprio nelle sfide che maggiormente mettono a dura prova l’unità dell’Unione: quella del mercato europeo, da un lato (compreso il mercato del lavoro), e della gestione dell’immigrazione e la lotta al terrorismo, dall’altro.

Senza affrontare questi due temi, il “federalismo” a cui l’Europa mira, senza mai menzionarlo nei suoi testi giuridici fondamentali (soprattutto per l’opposizione degli inglesi a questo termine per i quali “federalismo” significa innanzitutto “stato unitario”), sarà sempre utilizzato non per creare unione, ma per lavorare per la disintegrazione dell’Europa politica, in altre parole per liberarsene e per concentrarsi sulla preferenza degli interessi nazionali. Ed è esattamente ciò che sta succedendo. La strutture attuali dell’Unione Europea hanno in tutto questo gioco facile anche perché i partiti sono in primis organizzati a livello nazionale, e persino nelle elezioni al Parlamento europeo la loro campagna elettorale è volta a promettere ai cittadini che l’Europa non minaccerà troppo gli interessi nazionali: è soltanto il più grave indicatore che un vero federalismo europeo non esiste. Il federalismo esigerebbe, infatti, che le istituzioni sovrannazionali, sebbene istituite soltanto attraverso un patto (“Trattato”), venissero positivamente sostenute da politiche e da partiti concreti a livello europeo. A tale fine, ci sarebbe senz’altro da aumentare l’importanza del Parlamento europeo nei confronti della Commissione. Soltanto con questi due elementi, una prospettiva partitica europea e un Parlamento come luogo delle decisioni politiche europee, si creerebbe anche ciò che in fondo è la base imprescindibile per un federalismo funzionante: una corrispondente società civile. Le politiche nazionali in questo momento non contribuiscono però alla creazione di una coscienza europea.

Ma a ben vedere, soltanto in questa prospettiva funziona quel principio che evidenzia il vero meccanismo del federalismo, ossia il principio di sussidiarietà. Purtroppo si parla poco di questo principio che è stato istituito a livello europeo dal Trattato di Maastricht nel 1993. Tale principio dice che “siccome è illecito togliere agli individui ciò che essi possono compiere con le forze e l'industria propria per affidarlo alla comunità, così è ingiusto rimettere a una maggiore e più alta società quello che dalle minori e inferiori comunità si può fare”. Pochi sanno che questa formulazione si trova in un’enciclica papale (Quadragesimo anno, 1931). Come si evince da questa definizione, il motivo per cui una società maggiore, come nel nostro caso l’Unione Europea, non deve togliere le prerogative delle società minori, ossia degli Stati membro, è che il singolo individuo, la persona, è il vero riferimento di ogni attività politica. Il principio di sussidiarietà come “anima” del federalismo (la storia di entrambi i concetti accompagna il pensiero politico occidentale sin dagli inizi) non si riferisce quindi ad una ipotetica “lotta” tra una “società maggiore” e una “minore”, tra l’Unione Europea e gli Stati membro, ma afferma che la giusta divisione dei compiti tra entrambi i livelli deve avvenire rispetto ad ogni persona o cittadino concreto. In altre parole, se Bruxelles deve diminuire la sua prepotenza amministrativa e burocratica, ciò non deve avvenire nel nome degli Stati membri, ma per consentire più libertà, spirito imprenditoriale, e identificazione comunitaria a quei livelli in cui si esprime la persona singola. Ma questi livelli non sono gli Stati nazione, bensì le città e le regioni. In questo senso, il principio di sussidiarietà come “anima” o “ragione etica” del federalismo esprime il fatto che le istituzioni non devono essere collocate troppo “lontane” da quel riferimento morale di ogni istituzione politica che è il cittadino. Come scrisse Jean Monnet nel 1952: “Noi non coalizziamo Stati, ma uniamo uomini”. Per questo motivo, il federalista europeo guarda alle città e alle regioni europee, non alle nazioni, perché l’Europa si crea a questi livelli, più vicini alla persona. Paradossalmente, è proprio a questi livelli, nella burocrazia dell’imprenditore, nelle norme che regolano le attività economiche ecc., che l’Europa viene percepita come un impedimento alla libertà. Poi, come secondo elemento, il principio di sussidiarietà afferma che in quegli aspetti in cui la “società minore”, cioè lo Stato nazione, raggiunge un limite delle proprie capacità, allora quella “maggiore”, ossia l’Europa, è costretta ad assumersi il rispettivo compito. Esattamente ciò sta succedendo per la politica estera, di sicurezza e di immigrazione/integrazione.

L’Unione Europea era partita proprio inseguendo questo progetto, attraverso la creazione di una coscienza civica europea, da un lato, insieme all’individuazione di alcuni compiti del livello comunitario, dall’altro. Anzi, per entrambi gli aspetti possiamo individuare proprio due pensatori italiani, cattolico liberali, ossia Antonio Rosmini e Luigi Einaudi. Mentre il primo, che nell’800 si annoverava tra i primi grandi pensatori federalisti in Italia, prospettava un’unione europea tramite l’unificazione dei popoli facendo scoprire ai cittadini attraverso i mercati estesi, la cultura, la moneta e varie altre dimensioni la loro comune appartenenza. Questa dinamica potrebbe essere realizzata soltanto attraverso il diritto e una costituzione comune, quindi in una situazione di libertà che punti sull’individuo e le dimensioni sociali più vicine a lui, non agli egoismi nazionali. Dall’altro lato scopriamo che Luigi Einaudi, di fronte al compito concreto di creare un’Europa unita, comprese chiaramente che per gli Stati europei, “il problema non è fra l’indipendenza e l’unione; è fra l’esistere uniti o lo scomparire”. Per questo propose certe istituzioni europee, come l’esercito (la sicurezza), la politica estera ecc., su cui i Paesi membri avrebbero dovuto mettersi d’accordo proprio per non scomparire come attore a livello globale. Entrambi erano convinti che il federalismo fosse un elemento necessario per dare alla democrazia una forma istituzionale concreta e per evitare che essa portasse a risultati controproducenti, come di fatto è avvenuto con la Brexit. In questo senso, la Brexit costituisce davvero una lezione per l’Europa.

Dove non sono dati questi due presupposti articolati da Rosmini ed Einaudi, ogni idea federale, sebbene si appoggi sul principio di sussidiarietà, avrà sempre delle tendenze disgregative a scapito dell’unità. Non può esistere un federalista europeo cui non stia al cuore tale unità, per cui gli conviene ascoltare la lezione di Rosmini e di Einaudi, proprio nel momento attuale di “riflessione dopo la Brexit”. L’enciclica citata afferma infine che “quanto più perfettamente sarà mantenuto l’ordine gerarchico tra le diverse associazioni, conforme al principio della funzione suppletiva dell'attività sociale, tanto più forte riuscirà l’autorità e la potenza sociale, e perciò anche più felice e più prospera l’azione dello stato stesso”. L’urgenza di ripensare in modo federale l’Europa è proprio questa: la felicità e prosperità di tutti i cittadini europei, che stanno diventando purtroppo di nuovo precarie.

 

krienkeMarkus Krienke

professore ordinario di Filosofia Teoretica - Università di Lugano

membro Comitato Scientifico Fondazione Konrad Adenauer