Terremoto del 26/08/2016: una proposta per prevenire altri disastri annunciati - L. Guido

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terremoto3Tutti noi abbiamo seguito le vicende successive al recentissimo terremoto del 26/08/2016 di Amatrice, Accumoli, Arquata, Pescara del Tronto, leggendo articoli ed ascoltando commenti di tecnici, giornalisti e politici. Superata la fase emozionale ritengo necessario fare il punto su quanto accaduto e formulare una proposta tecnica conseguente per la gestione futura del rischio terremoto.

Stiamo parlando di un territorio da sempre soggetto a fenomeni di scosse telluriche più o meno gravi perché sappiamo che per ragioni geologiche tutta la dorsale appenninica è a forte rischio sismico, tanto che secondo la recente normativa tecnica sulle costruzioni queste zone vengono individuate di tipo 1 (in una scala da 1 a 5). I sismologi hanno classificato il terremoto ora accaduto secondo la scala Richter di magnitudo 6,0 (tra "rovinoso" e "disastroso" della scala Mercalli); ciò significa che questo è stato certamente un terremoto abbastanza intenso da poter fare ingenti danni e anche qualche vittima sfortunata, ma non avrebbe dovuto produrre il crollo completo di tutti gli edifici di interi quartieri e quasi 300 vittime, come invece è stato.

Quale è stato allora il problema? Certamente la qualità del patrimonio immobiliare presente su quelle aree, dovuto alla storia millenaria dei territori e per immobili più recenti, a meno di errori progettuali o volontarie omissioni, al fatto che in Italia la prima normativa antisismica obbligatoria (solo per le nuove costruzioni) è del 1974; anche se già dal 1800 si trovano note tecniche di costruzione, limitate però alla altezza delle case e ai muri legati tra loro. La classificazione normativa dei territori a rischio è sempre in evoluzione, essendo realizzata sulla base dei terremoti accaduti nel tempo e di considerazioni geologiche di previsione che a volte possono essere non precise: per esempio il terremoto del 2012 ha stupito i tecnici perché si pensava che la pianura emiliana non fosse a rischio di un evento così forte (magnitudo 5,9).

In Italia nel passato recente sono stati molti i terremoti devastanti? Oltre ai due sopra citati retrocedendo nel tempo abbiamo: L'Aquila del 2009 (5,9); Molise 2002 (6,0); Umbria-Marche del 1997 (6,1); Irpinia del 1980 (6,8); Friuli del 1976 (6,5), Belice del 1968 (6,1), ecc. Questi sono solo quelli che hanno prodotto danni e vittime assolutamente rilevanti; i sismologi ci dicono poi che terremoti di magnitudo simile si hanno in Italia all'incirca ogni 5 anni.

Come abbiamo compreso anche da vicende giudiziarie recenti i terremoti non si possono prevedere con sufficiente precisione da consentire uno sfollamento preventivo di intere popolazioni, perché ciò soprattutto se fatto per tempi lunghi, presenta problemi e costi economici e sociali insostenibili. Allora è necessario che tutti gli edifici e le vie di trasporto a partire da quelli strategici (sedi comunali, caserme, ospedali, scuole, ponti, arterie stradali principali, ecc) siano costruiti o adeguati in modo da non crollare e non restare inutilizzabili a fronte delle sollecitazioni orizzontali conseguenti ad un terremoto. Ha ragione il Vescovo di Rieti: «I terremoti esistono da quando esiste la terra. I paesaggi, le montagne, tutto è dovuto ai terremoti . . . Ma il terremoto non uccide. Uccidono le opere dell'uomo».

Possiamo oggi con la tecnica moderna costruire in modo sicuro? Certamente sì. Vi sono tecniche e materiali evoluti che consentono di costruire o adeguare un edificio già esistente in modo da renderlo sicuro. Solo per dare un'idea possiamo citare alcuni esempi. La realizzazione di una platea scorrevole smorzata rispetto alle fondazioni (solo in fase di costruzione), l'incatenamento delle murature portanti tra loro, la realizzazione di tiranti a livello delle solette in modo da fissare le murature portanti ai solai orizzontali, la struttura in cemento armato realizzata a traliccio con nodi sicuri, la realizzazione di rinforzi in acciaio, fibra di carbonio o fibra di vetro, la realizzazione di coperture leggere o correttamente sostenute.

Vi è però anche un ulteriore problema: molti edifici sono stati manomessi nel corso del tempo per modifiche, ampliamenti o sopralzi senza adeguare le strutture al nuovo o diverso peso posto in posizione elevata, pericolosissimo in caso di terremoto. Famoso a questo proposito è il crollo della scuola di San Giuliano di Puglia durante il terremoto del 2002, ove morirono 27 bambini e una maestra. I tecnici che vi lavorarono sono stati già condannati con sentenza definitiva. Per dare un'idea generale del problema, possiamo citare che i morti per terremoti negli ultimi 50 anni sono stati oltre 5.000. Mentre l'ordine di grandezza dei danni avuti nel cinquantennio è di circa 250 miliardi di euro (fonte Ance) tra edifici pubblici e privati; in esso ricomprendendo i costi dell'emergenza, quelli della realizzazione di ricoveri decenti ove gli sfollati potessero vivere per alcuni anni almeno e i costi per la definitiva ricostruzione. A tali costi si aggiungeranno quelli relativi al terremoto recente.

Tuttavia oltre a quanto necessario per la ricostruzione di ciò che è stato distrutto, che sarà il focus del Governo e della stampa per i prossimi mesi, appare venuto il tempo di fare qualcosa per evitare in futuro altri costi umani ed economici destinati statisticamente a ripetersi ogni 5 anni.

Il Consiglio nazionale degli ingegneri ha redatto un rapporto ipotizzando un programma ventennale di adeguamento del patrimonio immobiliare con un costo di circa 4-5 miliardi l'anno (per le sole aree maggiormente a rischio), quindi di circa 100 miliardi di euro complessivi. Ritengo personalmente che il costo sia un poco sottostimato, ma in ogni caso non si parla di cifre insostenibili. Inoltre si tratterebbe di spesa pubblica produttiva perché avvierebbe un volano economico di lavoro importante e porrebbe al riparo da costi sicuri per il futuro.

A parte la questione relativa a vincoli di bilancio statuale in rapporto alle finanze effettivamente utilizzabili e a vincoli e finanziamenti europei, come può essere gestito un piano preventivo di così ampie dimensioni sapendo che le precedenti gestioni dei lavori di ricostruzione post-terremoto sono state così inefficienti?  Basti pensare che il piano di ricostruzione del Belice avrà fine nel 2028, a 60 anni dall'evento! Tralasciando qui tutti i problemi relativi a possibili atti corruttivi, sprechi e lavori mal fatti sui quali è necessario ovviamente un intervento di sorveglianza da parte di tutte le forze pubbliche secondo la propria competenza, riteniamo necessario partire da un punto fermo. Tale punto fermo è rappresentato dalla istituzione di una certificazione di conformità antisismica per tutti gli edifici esistenti in fascia 1 e 2 (le più pericolose, da estendere poi progressivamente alle altre fasce) sull'esempio della certificazione di prestazione energetica già vigente; che possa tramite l'analisi di un ingegnere appositamente istruito e specializzato stabilire con certezza la situazione nella quale l'edificio versa.

Questa analisi è tecnicamente tutt'altro che banale, ma è possibile stabilire dei parametri in funzione della tipologia realizzativa, verificabili anche senza effettuare prove distruttive: sulla sola base di sopralluoghi, verifiche documentali e modellazioni matematiche non particolarmente complesse e standardizzate. E' di fondamentale importanza poi che l'analisi ricomprenda la tipologia di interventi ritenuti necessari alla messa in sicurezza ed il loro costo parametrico, calcolato sul volume dell'edificio. Il tutto gestito da un organismo facente capo al Consiglio nazionale degli ingegneri e ai Dipartimenti delle Università che potrebbero assumersi l'onere tecnico davvero delicato di creare appositi programmi di calcolo. I geologi saranno invece investiti dell'onere di aggiornare le mappe sismiche con la maggiore precisione possibile. Si tratta del censimento invocato da più parti, ma che deve essere realizzato su una base tecnica solida e ricomprendere la stima attendibile del costo di intervento.

Il Catasto potrebbe poi aggiungere due caselle nelle proprie banche dati e quindi nelle visure in modo che siano subito visibili: la zona sismica di appartenenza e la classe di resistenza sismica dell'edificio.

La parte economicamente fondamentale è la quantificazione dei costi parametrici di adeguamento indicata nella relazione sismica. In funzione di tali risultanze infatti le Regioni potrebbero gestire un programma pluriennale di finanziamenti per gli edifici pubblici e privati in funzione delle proprie disponibilità, erogati con dei parametri da definire in funzione delle caratteristiche dei singoli edifici, ma di cui si conosce sin da subito il costo per ogni operazione. Questo sarà il costo massimo erogabile. La certificazione antisismica potrebbe essere resa obbligatoria da subito per le fasce più a rischio e in caso di compravendita o di locazione dell'immobile per le altre fasce (come è già attualmente per la certificazione di prestazione energetica).

Si potrebbe ipotizzare un intervento pubblico anche per questa operazione preventiva, che ipotizziamo potrebbe costare circa 1/20 del costo di adeguamento, ma che verrebbe certamente ripagata quanto a razionalizzazione ed effettivi risparmi sui costi di adeguamento edile conseguenti. Contemporaneamente questa operazione contribuirebbe ad associare la resistenza strutturale dell'immobile al suo valore commerciale, come è attualmente per le prestazioni energetiche.

Il tutto nell'ambito di un'azione di Governo che non può essere punitiva nei confronti della proprietà immobiliare che negli ultimi anni è già stata vessata da costi e tasse sempre in incremento, ma che contemporaneamente interviene in maniera decisa e competente su un patrimonio immobiliare generalmente malmesso, che diventa pericolosissimo in aree a rischio sismico senza che le persone che ci vivono ne abbiano coscienza.

 

lucaguidoLuca Guido

ingegnere

consulente del Tribunale di Milano