Come valorizzare il “Research in Italy” – G. Bracchi

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startupNel tentativo che l’Italia deve compiere di far ripartire i motori della crescita e dello sviluppo manca spesso una visione condivisa di quello che la sua economia e la sua industria potranno essere in futuro, in uno scenario in radicale cambiamento dei mercati e delle tecnologie abilitanti. Nel nuovo e globalizzato contesto, il nostro Paese appare sulla difensiva: il permanere di un deficit di innovazione (troppo poca innovazione realizzata da troppo poche imprese) porta a confermare una traiettoria fondata sulla bassa produttività e sull’inseguimento di una competitività ancorata alla disponibilità di un lavoro di limitata qualificazione e a bassa remunerazione. Sta pesando più di prima la spaccatura tra la nostra capacità di ricerca e creatività e la propensione del sistema Paese ad assorbire nuove conoscenze e tecnologie, e a ospitare efficacemente giovani iniziative imprenditoriali innovative che possano dare opportunità di impiego alle risorse umane ad alta qualificazione. Nella giusta difesa del Made in Italy si è trascurato il rafforzamento e la valorizzazione della incompiuta filiera del Research in Italy. 

L’ Italia, in effetti, continua a soffrire di un ben noto ritardo nella ricerca e nell’innovazione. Tale distanza, rispetto alle altre principali economie avanzate, sembra incrementarsi sia nella quantità di risorse finanziarie investite, sia nel numero di addetti e di risultati dell’attività innovativa. Ad esempio, sul versante del numero di addetti in attività di R&S, i dati delle Nazioni Unite ci vedono piazzati al 42° posto per numero di ricercatori (220.000) in rapporto alla popolazione. Per un’Italia ricca di validi scienziati, questi dati, oltre a destare serie preoccupazioni, mostrano che i giovani ricercatori emigrano sempre più all’estero. Così, mentre le altre nazioni competono tra loro per attirare capitali e cervelli, nel nostro paese il processo di invecchiamento che caratterizza il mercato del lavoro degli addetti all’attività di R&S è un’ulteriore conferma di una riduzione dell’attrattività dell’ambiente per i giovani talenti. In un paese che possiede solo qualche decennio di vantaggio nella formazione di capitale umano e di conoscenze rispetto ai paesi emergenti, il rischio è quello di perdere rapidamente il livello raggiunto tra le nazioni industrializzate nel campo della scienza e dell’industria avanzata. 

All’insufficiente livello di investimento in R&S è necessario aggiungere la scarsa capacità di valorizzare economicamente la stessa attività di ricerca, attraverso la traduzione delle innovazioni e delle scoperte in prodotti e processi che abbiano un potenziale di mercato. Per fornire una dimensione del gap da colmare, è sufficiente considerare che nel 2014 sono state presentate presso l’EPO (European Patent Office) solo 4.000 domande di brevetto da parte di soggetti italiani: un numero modesto se confrontato con le 25.000 domande della Germania o le 11.000 della Francia; e fra le domande italiane solo il 5% proviene dal Mezzogiorno, mentre il 77% proviene dal Norditalia. 

Problemi di struttura, di quantità e di qualità della spesa in R&S non favoriscono, dunque, la formazione in Italia di un modello di “ricerca per il mercato”, ma lo sviluppo di un sistema di “ricerca per la ricerca”. Di fatto, emerge un’eccessiva focalizzazione sulla ricerca di base che ci distanzia dai paesi in cui il network tra mondo della ricerca, mondo della finanza e imprenditorialità risulta più saldo. Queste considerazioni giustificano, da un lato, l’assenza di un ecosistema high-tech, dall’altro, l’elevato grado di produttività di output scientifici (pubblicazioni) di origine italiana. Tale indicatore premia, infatti, l’elevata qualità del sistema ricerca, ma è poco significativo ai fini della valutazione dell’impatto sulla competitività industriale del nostro Paese. Si tratta di un problema di carattere strutturale che influenza e riduce la capacità di generare innovazione. 

Ben lungi da sterili disfattismi, come se ne leggono diversi di questi tempi, il nostro Paese, ricco di storia ma anche di stili di vita, di una tradizione artigianale gloriosa, di una cultura della bellezza, di buona qualità del capitale umano e di una creatività non dispersa ma ancora presente nel nostro DNA, può essere ancora capace di influenzare e creare il nostro oggi e, soprattutto, il nostro domani. Un Paese ricco di potenziale, ma seriamente destinato ad un futuro di sacrifici: reggere il passo del cambiamento epocale che sta investendo l’intera Europa richiede a tutti una grande trasformazione, anche se i veri concorrenti che ostacolano questo processo siamo spesso noi stessi, in affanno nella corsa alla generazione del valore in una nuova società della conoscenza, lenti nel liberarci dei vincoli di aree protette e di condizioni di ingiustificabile monopolio.

Azioni mirate per l’imprenditorialità giovanile 

L’imprenditorialità giovanile risulta sempre più centrale nelle politiche da attuare per la ripresa economica: non solo può arginare la sempre più preoccupante crescita della disoccupazione nei giovani in Italia e in Europa, ma anche costituisce un veicolo dei processi di innovazione industriale e di crescita della competitività tecnologica del territorio, soprattutto quando riguarda persone in uscita da percorsi universitari qualificati. E’ cioè un fattore vitale perché si possa sperare in un futuro duraturo, perché in effetti questo futuro è nelle mani dei nostri giovani migliori e maggiormente motivati. Il fenomeno della creazione di nuove imprese tecnologiche costituisce, probabilmente, il più importante motore di innovazione nella moderna economia della conoscenza distribuita. In effetti, cambiamenti radicali, soprattutto nel campo dell’ICT e delle biotecnologie, hanno creato opportunità di mercato che possono essere sfruttate molto più efficacemente da nuove imprese, piuttosto che da imprese consolidate. La creazione di start-up ha dei risvolti estremamente importanti per tutta la collettività: l’esplosione guidata dal settore high-tech, spiega perché gli USA sono stati capaci di sostenere un ridotto tasso di disoccupazione con una crescita veloce. Anche in Italia, le start-up innovative iscritte nei registri speciali delle Camere di Commercio a metà 2016 sono oltre 6.000, con una crescita del 20% all’anno, ma il numero reale di queste start-up è almeno il doppio. 

Questo fenomeno presenta dunque opportunità uniche per i giovani: se i giovani, infatti, da un lato risultano penalizzati nell’accesso alle risorse economiche e sono minacciati da sfide sociali senza precedenti, dall’altro lato hanno spiccata attitudine internazionale, dimestichezza con le tecnologie e strutturali doti di creatività e dinamismo. Come uno dei molti esempi di questa nascita di opportunità anche nel nostro Paese si può citare in Italia Yoox, il partner globale di Internet retail per i principali brand di moda & design creato da giovani imprenditori, capace di beneficiare dei vantaggi dell’ICT per trasformarsi in innovativo operatore culturale in un settore maturo e apparentemente statico come quello della moda e dell’abbigliamento. 

La peculiarità del fenomeno imprenditoriale giovanile richiede, però, la messa in campo di misure ed incentivi dedicati; questa sensibilità è piuttosto recente e i policy maker in tutto il mondo, e ora anche in Italia, sono tuttora alla ricerca di una appropriata impostazione, nella consapevolezza che fare impresa non significa solo cercare di creare valore economico, ma anche intraprendere un percorso di conoscenza e paragone con la realtà, che impegna la ragione e l’emozione e implica una costante verifica fatta di sperimentazioni, messe a punto, errori, successi. Per fare questo, l’imprenditore è costretto a confrontarsi costantemente con la realtà, e cioè con il mercato, a cui deve prestare ascolto e le cui esigenze deve cercare di soddisfare. Ragionare per obiettivi, essere capaci di cogliere o creare opportunità, districarsi in contesti complessi e nelle reti di relazioni, saper leggere dinamiche di evoluzione della domanda e saperle tradurre in azioni di sviluppo tecnologico, abbandonare l’autoreferenzialità tipica di chi ritiene che una buona tecnologia si affermerà di certo e da sola sul mercato: questi devono diventare le prospettive di chi si vuole cimentare in percorsi imprenditoriali veramente innovativi. 

Innanzitutto, una prima tipologia di misure da adottare riguarda il capitale umano; diverse ricerche mostrano, infatti, che la gran parte delle probabilità di successo di una nuova impresa è attribuibile proprio alla qualità umana e imprenditoriale dei suoi protagonisti. Gli interventi da effettuare mirano a trasmettere competenze e strumenti, ma ancor più ad agire a livello culturale per creare motivazioni e attitudini. Da questo punto di vista, l’Italia paga ancora un dazio culturale che genera in ambito accademico e scientifico una certa diffidenza verso il percorso imprenditoriale, anche se va segnalata con favore la recente crescita di corsi di imprenditorialità in diverse nostre Università, sulla falsariga di esperienze internazionali. In molti paesi, ad esempio, il ruolo delle università ha conosciuto una profonda trasformazione, evolvendo da quello di pura istituzione erogatrice di conoscenza, verso quello di istituto teso anche a contribuire alla competitività e allo sviluppo socio-economico. Il cambio di mentalità richiesto da tale trasformazione è sicuramente molto profondo, ma il ruolo determinante che gli incubatori universitari giocano nel favorire un trend positivo di start-up tecnologiche è ampiamente documentato. Negli Stati Uniti, ad esempio, si è passati dalle circa 20 università dotate di un centro di trasferimento tecnologico nel 1980, alle 200 nel 1990, mentre oggi ogni università di rilievo ne possiede uno. Questo incremento, favorito da un adeguato contesto normativo, si è tradotto nella concessione in licenza di circa il 60 per cento dei brevetti depositati, di cui i due terzi ad imprese con meno di 500 dipendenti e a start-up. Oggi anche in Italia oltre una metà delle Università ha creato un Ufficio Brevetti o Trasferimento Tecnologico, con risultati molto differenziati fra i diversi atenei. Servono anche iniziative che valorizzino il carattere “infrastrutturale” del capitale umano: reti sociali, comunità, spazi di co-sviluppo di idee e di condivisione delle informazioni, contaminazione culturale. 

In secondo luogo, occorrono misure per lo stimolo alla creazione di opportunità imprenditoriali innovative e per il supporto all’avvio effettivo dell’impresa. Il ricorso a Business Plan competition rappresenta un’occasione per lo sviluppo e l’affinamento dell’idea d’impresa, la simulazione di un contesto competitivo, la relazione con la comunità finanziaria, la validazione dell’idea da parte del mercato. Su questo la realtà italiana è decisamente meglio allineata alle esperienze estere; iniziative come le Start Cup a livello regionale, o il Premio Nazionale per l’Innovazione a livello nazionale, o le molte iniziative similari promosse da imprese, rappresentano esperienze interessanti e consolidate, da cui è poi derivato l’avvio effettivo di giovani imprese innovative. Questo anche grazie alla relazione con partner industriali che valutano e riconoscono il contenuto innovativo delle proposte presentate, nella ricerca di opportunità di “open innovation”, e che rappresentano un canale industriale reale e quanto mai necessario per i giovani imprenditori. 

Le iniziative innanzitutto di motivazione e qualificazione delle persone, e poi anche di cura e sostegno della loro vocazione imprenditoriale, emergono quindi quali tratti comuni delle misure di incentivo messe in atto a livello internazionale per promuovere l’imprenditorialità giovanile. Il fatto che non si tratti eminentemente di misure di tipo finanziario non deve stupire; le dotazioni finanziarie per le giovani imprese innovative, sia pubbliche che private, sono necessarie e vanno rafforzate, ma in parte il Venture Capital già esiste, come si discuterà nel seguito, e viene comunque dopo. Il principale limite che va oggi riconosciuto per l’ecosistema dell’innovazione non è tanto e solo la disponibilità di capitali, quanto la scarsezza di soggetti validi, preparati e motivati, forieri di idee forti, creative e di discontinuità e disposti ad un coraggioso e totale impegno per valorizzare imprenditorialmente l’idea.

Gli Incubatori di imprese innovative 

Un ruolo fondamentale rivestono gli incubatori di impresa. La filosofia di fondo degli incubatori è piuttosto semplice: creare un ambiente nel quale viene favorita la creazione di nuove imprese e occupazione, viene accelerata la loro crescita e viene massimizzato il loro tasso di sopravvivenza. Agli aspiranti imprenditori vengono forniti supporti di vari tipi per aiutarli a trasformare nel più breve tempo possibile i loro progetti in imprese di successo. In funzione delle modalità operative adottate, degli obiettivi per i quali sono stati creati, delle caratteristiche dei soci fondatori, e del contesto sociale nel quale sono inseriti si possono individuare vari tipi di incubatori: pubblici, privati, corporate, universitari, profit e non-profit, multipurpose e specialized, ed altri ancora:

- gli incubatori pubblici vengono finanziati da enti pubblici, locali o centrali, e sono non-profit. In generale sono fondati da strutture pubbliche e sono gestiti da società, associazioni o consorzi È frequente il caso di molte istituzioni pubbliche che cooperano per dar vita ad un incubatore, ad esempio, Camere di Commercio, Comuni, Regioni, Fondazioni bancarie, associazioni industriali. Vengono spesso creati in aree depresse ed hanno obiettivi di tipo sociale (favorire nuovi posti di lavoro, contribuire al recupero di una zona post-industriale); solitamente non hanno particolari specializzazioni ed ammettono start-up che operano in settori tradizionali anche non high-tech;

- gli incubatori universitari hanno come obiettivo principale quello di fornire servizi e spazi ai propri studenti, ricercatori e docenti per poter far evolvere i risultati delle ricerche verso forme imprenditoriali favorendo così le loro applicazioni industriali e sviluppando la “terza missione“ delle università. Generalmente sono non-profit e sono situati all’interno dei campus. Possono essere inseriti direttamente tra le strutture dell’università oppure vengono gestiti da consorzi universitari. Rispetto agli altri modelli hanno un forte legame col mondo della ricerca e spesso sono focalizzati su attività specifiche nelle quali l’università che li ha creati eccelle, ad esempio ICT, nanotecnologie, biotech, farmaceutica, meditech;

- gli incubatori privati sono profit oriented. I fondatori sono tipicamente singoli imprenditori, gruppi industriali privati, istituzioni finanziarie o Venture Capitalist che valutano l’investimento in base ad una pura logica di profitto. Nel caso di incubatori creati da una sola impresa, ad esempio Intel o Cisco, detti corporate, le loro attività sono spesso sinergiche con quelle dell’impresa che li ha fondati. Le aziende ospitate vengono selezionate in base a criteri che dipendono molto dagli obiettivi per i quali sono stati creati e spesso sono specializzati in un unico settore di attività. Contribuiscono al successo delle start-up in vari modi, anche inserendo loro personale specializzato direttamente nelle varie imprese. Hanno stretti collegamenti col mercato del capitale di rischio e adottano modelli di business del tipo equity, prendendo quote di società ospitate in cambio dei servizi forniti, e fees, tariffando i servizi forniti alle imprese. 

Gli incubatori di impresa sono strutture che iniziano a produrre risultati significativi solo nel medio termine, a circa 5 anni dalla creazione, ed il loro impatto sul territorio è sia a livello locale che regionale. Pertanto, questo tipo di iniziativa deve essere intrapresa in sintonia con la politica di sviluppo economico del territorio nelle quali opera. In questa prospettiva, le esperienze condotte in passato in Italia per lo sviluppo di Parchi Scientifici e Tecnologici hanno riscontrato risultati misti, proprio perché sono nati con un’impostazione calata dall’alto e non invece emersa dalle reali esigenze e vocazioni dei territori, non hanno avuto continuità nel sostegno finanziario, ed hanno subito la politicizzazione degli enti preposti alla gestione e l’eccessiva burocrazia. 

Tra le possibili misure per potenziare il supporto alla autoimprenditorialità giovanile nei settori tecnologici, prendendo esempio dalle buone prassi sviluppate in altri contesti similari, rientrano tutti quegli strumenti attraverso i quali la facilitazione all’accesso ai servizi offerti dagli incubatori universitari e dagli incubatori certificati di startup innovative per i destinatari finali (classicamente neolaureati in discipline scientifiche, ma anche persone prive di occupazione con competenze tecnologiche oppure occupati con la volontà di gemmare una propria azienda spin-off nata dalle competenze maturate nel contesto di lavoro precedente di lavoro dipendente) enfatizza il ruolo di sinergia tra gli enti delegati allo sviluppo economico e delle competenze (istituzioni, imprese e centri di ricerca e formazione) secondo il modello della “Tripla Elica”. 

La creazione di percorsi integrati tra formazione/completamento delle competenze e tutoraggio nelle fasi che portano ad approfondire la fattibilità della nuova realtà imprenditoriale può inserirsi di buon grado in molti degli Obiettivi Tematici su cui si concentrano i vari Piani Operativi Regionali nell’ambito degli interventi del Fondo Sociale Europeo. Le principali regioni italiane dovrebbero, dunque, potenziare ulteriormente l’implementazione di politiche innovative nell’utilizzo anche del FSE per le attività e gli interventi per concretizzare un percorso completo di sostegno, dallo stimolo dell’attitudine e della capacità imprenditoriale dei destinatari finali, all’accompagnamento volto a trasformare un’idea innovativa di una o più persone fisiche (con tutti i loro punti di forza e le loro carenze/lacune di partenza) in un progetto imprenditoriale concreto, fino al sostegno alla nascita dell’impresa e alle sue prime fasi di attività. 

Sull’esempio di quanto già operativo nella regione Piemonte, si possono definire misure volte a supportare gli incubatori attraverso eventualmente meccanismi di voucher/rimborso forfettario dei costi (nell’ordine di 15-25 mila euro) per ogni domanda di potenziale neoimprenditore/ team di:

attività di formazione e consulenza/tutoraggio nei confronti degli aspiranti imprenditori (o team imprenditoriali) finalizzata alla verifica della effettiva validità dell’idea e alle sue concrete possibilità di trasformarsi in impresa, fino alla redazione del business model/business plan;

attività di accompagnamento imprenditoriale nei confronti degli aspiranti imprenditori (o team imprenditoriali), nel passaggio dal business model/business plan all’impresa e delle neo imprese costituite, come necessario complemento ai servizi offerti al punto precedente;

Tali misure andrebbero rese periodiche in ogni annualità, all’interno della Programmazione dei nuovi POR, per divenire strumento utilizzato e consolidato per gli operatori e i destinatari finali, monitorandone con attenzione gli indicatori di successo (nuove imprese attivate, performance delle start-up incubate, nuova occupazione diretta e indotta, etc.) sin dalle prime edizioni. 

Occorre anche introdurre più efficaci misure di incentivazione e semplificazione amministrativa volte a sostenere le start-up d’impresa nei primi anni di vita e a creare un clima favorevole allo sviluppo di imprese tecnologiche nel Paese:

-Registrazioni di brevetti: ridurre i costi e le procedure necessarie per la registrazione di brevetti per start-up e spin-off atto a facilitare lo start-up e l’accelerazione di nuovi business;

-Incentivi fiscali per IP: prevedere l’avvio di un meccanismo fiscale per le piccole e medie imprese che registrano la proprietà intellettuale e supportarlo con una adeguata attività di diffusione della conoscenza dei valori dei brevetti; potenziare e ottimizzare i programmi di sgravi fiscali alle PMI che si avvalgono della ricerca universitaria per lo sviluppo della ricerca interna, favorendo la produzione di risultati registrabili in termini di IP;

-Legge fallimentare: revisione ulteriore della legge fallimentare con l’obiettivo di non penalizzare i giovani imprenditori che falliscono nei primi tre anni di attività imprenditoriale;

-Manager industriali: introdurre uno sgravio fiscale e contributivo per l’assunzione di manager industriali in mobilità o in età pensionistica da parte di imprese start-up teso a introdurre capacità manageriali in queste giovani iniziative.

Il risveglio della Università imprenditoriale 

Come già sopra osservato, è possibile rintracciare diversi segnali positivi nella realtà in chiaroscuro che contraddistingue l’Università nel nostro Paese. C’è innanzitutto nelle Università una ripresa di iniziative verso l’imprenditorialità, soprattutto a base tecnologica, sulla scorta di quanto hanno fatto già dal secondo dopoguerra le principali università statunitensi. Diverse nostre Università, seppure alle prese con una riforma strutturale non certo indolore, stanno attuando un profondo cambiamento culturale. Ormai la cosiddetta terza missione (il trasferimento tecnologico e di conoscenza, insieme alle due classiche ricerca e formazione) è consapevolmente accettata e perseguita in molti Atenei italiani, che iniziano anche a mettersi in rete per creare massa critica e beneficiare di economie di apprendimento. 

L’imprenditorialità mette in gioco nei giovani formati dall’Università tutta una serie di fattori come la creatività, l’abilità, il coraggio, nonché i limiti di un individuo al fine di trasformare conoscenze e competenze in valore concreto: le università, in quanto luogo di produzione e trasmissione della conoscenza, costituiscono un passaggio naturale per l’imprenditorialità, soprattutto nei settori tecnologici. E sono soprattutto le start up, per loro natura più flessibili e creative rispetto alle grandi aziende, il luogo in cui si applica e valorizza in modi innovativi la conoscenza tecnica: nelle start up trovano maggiore spazio, infatti, i fattori che generano valore, come la motivazione individuale, le nuove idee e l’assunzione del rischio. Esiste dunque inoltre un legame naturale tra l’attività scientifica in senso stretto delle università e il suo trovare uno sbocco attraverso percorsi imprenditoriali innovativi, dei quali il Paese ha notoriamente bisogno per mantenere competitivo l’intero sistema economico. 

Due esempi sono l’Acceleratore d’Impresa del Politecnico di Milano, sviluppato dalla Fondazione Politecnico, e l’Incubatore Imprese Innovative I3P del Politecnico di Torino: queste strutture, che si classificano ai primissimi posti fra gli incubatori universitari europei, contano oggi decine di aziende incubate, che operano nei settori dell’ICT, dell’energia, dell’ambiente, della bioingegneria e del design, e sostengono lo sviluppo delle start-up tecnologiche attraverso l’offerta di servizi e di infrastrutture per un periodo predeterminato.

In Italia, poi, a differenza di altri Paesi, dove la ricerca di punta è portata avanti da poche e ben definite grandi università, la tecnologia e la capacità di ricerca e innovazione sono presenti in alcuni centri di discreto valore sparsi sul territorio nazionale. Questo costituisce un fattore che, da un lato, porta alla dispersione delle capacità e delle risorse ma, dall’altro, può rappresentare un’opportunità, in quanto combina diverse specializzazioni e offre plurime occasioni per “scovare” i talenti che potrebbero dar vita a imprese innovative. Attorno alle Università più attive è importante mobilitare un ecosistema favorevole all’incontro tra ricercatori, finanza e industria. Per questo, sono sicuramente da premiare, anche attraverso agevolazioni e finanziamenti, le università capaci di brevettare di più o comunque che favoriscono la nascita di start up. 

Le nostre principali città universitarie, come già hanno fatto con successo Berlino o Londra o Stoccolma o Parigi, al fine di consolidare un circolo virtuoso per la creazione di nuove opportunità di impresa, dovrebbero promuovere e supportare gli incubatori e i centri di coworking e fablab che assistono e finanziano i ricercatori e i creativi nelle loro prime fasi di “seed”, ossia nel completamento della fase di ricerca pre-competitiva necessaria per lo sviluppo dell’idea imprenditoriale. In questo modo si può creare una bacino di imprese innovative più ampio su cui, successivamente, gli operatori di venture capital e i business angel potranno investire, stimolandone ancora di più la crescita. Si dovrebbe anche favorire iniziative di microcredito e crowdfunding per le start-up. Alcune aree urbane dismesse di proprietà pubblica, poi, dovrebbero essere messe a disposizione per creare incubatori specializzati, defiscalizzando tributi comunali ed oneri di urbanizzazione.

Il Venture Capital e i Business Angel 

In Italia il settore della finanza straordinaria di impresa ha una propria storia. Al di fuori delle grandi banche e degli operatori a esse collegati, è sempre stata un’area difficile per un sistema imprenditoriale strettamente legato alla proprietà familiare, e, quindi, tradizionalmente restio all’apertura del capitale a favore di operatori specializzati. Già negli anni ottanta e novanta, alcuni operatori, in assenza di una chiara e fiscalmente favorevole legislazione sui fondi chiusi di investimento, cominciarono ad operare attraverso strutture giuridiche e finanziarie “paneuropee”, favorendo la nascita di numerose iniziative imprenditoriali. Oggi, in un contesto normativo divenuto più favorevole, una ventina di operatori di venture capital sono operativi nel nostro Paese, e ad essi si aggiungono alcune centinaia di investitori informali (business angel). Nello specifico, quando si parla di investimenti finanziari in imprese high-tech, è necessario essere consapevoli che la scarsezza di iniziative innovative -che abbiano un potenziale di mercato e che trovino un quadro regolamentare e fiscale non sfavorevole- limita le opportunità di sviluppo di start-up e, di conseguenza, l’implementazione di un mercato finanziario che favorisca l’accesso al capitale di rischio finalizzato alla promozione di tali nuove iniziative. A questo proposito, è sufficiente far riferimento alla normativa italiana sui fallimenti. Se già le operazioni di finanza straordinaria costituiscono un’attività difficile e pericolosa nelle aziende tradizionali, si pensi quali difficoltà comporta l’investire in imprese costruite sulla fiducia nei business plan di gruppi di giovani ricercatori, oppure su prospettive di mercato interessanti per una diversificazione o uno spin-off da imprese esistenti.

Il venture capital, attraverso l’early stage financing, rappresenta la forma tecnica di investimento maggiormente impiegata, a livello internazionale, per garantire la nascita di imprese ad alta tecnologia. Sul fronte produttivo, va evidenziato che il tasso di cambiamento tecnologico negli ultimi trent’anni si è ridotto a cicli di durata molto breve, spesso addirittura infra-annuali. Tutto ciò, per chi crea tecnologia, si traduce nella necessità di confrontarsi rapidamente con il mercato, potendo fruire delle risorse giuste (finanziarie, manageriali, di marketing ecc.) al momento giusto. Per facilitare la nascita di nuove imprese ad alta tecnologia è possibile, tecnicamente, seguire numerosi percorsi alternativi: tuttavia, analizzando le esperienze estere più significative (USA, Regno Unito, Israele ecc.), sembra chiaro che il felice connubio fra finanza, ricerca e imprenditoria, realizzato attraverso l’attività di ricerca, valutazione e selezione dei progetti per opera dei venture capitalist e dei business angel, rappresenta la strada più efficace per accelerare la crescita tecnologica. Sotto il profilo operativo, si deve sottolineare che il contributo degli investitori non si esaurisce esclusivamente nell’apporto di capitali freschi. Soprattutto le operazioni di start-up richiedono anche competenze aziendali che devono essere trasmesse all’imprenditore per supportarlo nell’implementazione di una formula imprenditoriale efficace per consolidare o, addirittura, formare una chiara visione del business e del mercato di riferimento. L’investitore istituzionale mette a disposizione dell’imprenditore il suo network di conoscenze, le sue capacità manageriali, che diventano ingredienti di un mix composto da capitali e consulenza. 

La creazione di imprese ad alta tecnologia ha dei risvolti estremamente importanti per tutta la collettività: l’esplosione guidata dal settore high-tech, spiega perché gli USA sono stati capaci di sostenere un ridotto tasso di disoccupazione con una crescita veloce. Società come Apple, Microsoft, E-bay o Google rappresentano importanti esempi di società che hanno ottenuto investimenti di venture capital nella fase iniziale del loro sviluppo. Tuttavia, l’ipotesi di attribuire il compito dello sviluppo e del trasferimento delle nuove tecnologie esclusivamente a soggetti privati deve essere scartata a priori: il finanziamento di idee innovative incorpora, infatti, un grande livello di rischio. Gli investitori privati del settore del venture capital possono sicuramente contribuire a favorire lo sviluppo di imprese ad alta tecnologia, ma non potranno mai, a soli, attivare serbatoi di idee imprenditoriali innovative, che devono provenire soprattutto da un valido sistema di ricerca applicata incentrato sulle strutture pubbliche. 

L’attività dei business angel, poi, è fondamentale per irrobustire la filiera del finanziamento delle start up, perché sostiene le imprese nei primi anni di vita, affinché esse possano diventare interessanti anche per un operatore di venture capital, che solitamente interviene in una fase di crescita successiva. Stiamo assistendo ad una crescita di questo settore sia in termini quantitativi (numero di investitori informali e di network che li rappresentano a livello istituzionale) che qualitativi (con riferimento alla professionalità e al valore aggiunto che tali operatori apportano alle imprese). Il mercato italiano del venture capital strutturato ha confermato negli ultimi anni un confortante stato di salute, facendo registrare valori in crescita. E il settore più dinamico è stato proprio quello dell’early stage. Tuttavia, in comparazione con altri Paesi europei, è evidente quanto sia ancora netto il divario: negli ultimi anni, ad esempio, in Italia nel segmento dell’early stage sono state chiuse un centinaio di operazioni all’anno, mentre in Francia le operazioni effettuate sono state quattro volte tanto.

Occorre un più convinto sostegno alla nascita di nuovi fondi di venture capital, per i quali si dovrebbero attuare anche da noi, più convinti schemi di collaborazione pubblico-privata, che seguano le esperienze di successo di Paesi quali la Francia, l’Irlanda e il Regno Unito, dove l’investimento pubblico ha attivato, tramite un effetto leva, una moltiplicazione di risorse private destinate al venture capital. Va anche reso più incisivo e sistematico il programma di defiscalizzazione degli investimenti privati in capitale di rischio nonché l’istituzione di fondi di co-investimento per facilitare lo sviluppo del seed e del venture capital in Italia a sostegno di start-up innovative, con misure quali:

-Fondi pubblici: rimodulare i fondi pubblici disponibili per iniziative di finanziamento diretto o di co-investimento con privati in imprese innovative, facendo attenzione anche alla fase “early stage” e non solo alle fasi più avanzate della vita di impresa, a vantaggio della creazione di nuova impresa;

-Fondo di Garanzia: istituire un fondo di garanzia a copertura dei debiti contratti dalle imprese nell’ambito di investimenti mirati all’acquisizione di quote in aziende innovative, per supportare le uscite industriali dei fondi di venture capital e mantenere le tecnologie sviluppate all’interno del tessuto economico nazionale.

-Detassazione delle plusvalenze: snellire la normativa vigente in materia di detassazione delle plusvalenze realizzate dagli investitori in caso di rinvestimento in nuove imprese per aumentarne la fruibilità;

-Credito di imposta sul reddito: proseguire nel rafforzare il credito d’imposta sul reddito, proporzionale al valore dell’investimento diretto effettuato da persone fisiche (anche per tramite di persone giuridiche utilizzate come veicolo di investimento da parte di uno o più privati investitori) in nuove imprese innovative, al pari di quanto realizzato in altri Paesi europei. 

La direzione in cui muoversi, insieme ai nostri giovani qualificati e alle nostre strutture di ricerca e di sostegno all’imprenditorialità, è fatta di meritocrazia e liberalizzazioni, di investimenti in scuola e ricerca, di politiche di facilitazione fiscale e flessibilità, di competitività e concorrenza, e questa strada appare davvero imprescindibile per il nostro Paese. Essa potrà essere percorsa con successo se riusciremo nel contempo anche a conservare e a coniugare quei grandi valori che sono il capitale intellettuale e le competenze ideative e produttive del nostro Paese, un patrimonio distintivo nel panorama mondiale che i nostri talenti migliori sono chiamati a reinterpretare e valorizzare nel nuovo contesto di tecnologie e di globalizzazione.


bracchiGiampio Bracchi

presidente emerito Fondazione del Politecnico di Milano