Energia, un asset strategico per l'Italia - L. Del Signore

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energiaelettricaIn Italia sono presenti 12 raffinerie, con 21.000 occupati, 130.000 occupati nell'indotto, 23.000 punti vendita con 112.3 miliardi di euro di fatturato per un gettito fiscale di 41.2 miliardi ed un contributo al PIL nazionale di 3.3 miliardi di euro. Le percentuali medie annue di variazione della domanda di energia evidenziano che con l'acuirsi della crisi economica è conseguito un forte calo dei consumi. Nel breve periodo, pur prevedendosi una modesta crescita della domanda di energia, l'aumento di 4 MTEP nel decennio 2015-2025 risulta marginale rispetto alla struttura produttiva dell’Italia. L’incidenza delle fonti primarie sul totale consumo energetico prevede l’espansione delle energie rinnovabili, con una contrazione del peso del petrolio e delle altre fonti fossili.

C’è da rilevare che per piogge più scarse e una minore irradiazione solare, in controtendenza rispetto al resto d’Europa, la produzione da rinnovabili è scesa dal 43% di un anno fa al 41,7%. In questo quadro viene osservato che nel primo semestre 2016 si rafforza il paradosso che vede l’Italia disporre di un surplus di elettricità, che tuttavia non riesce a vendere ai partner stranieri. L’Italia produce più energia di quanta ne consumi, ma continua ad importarla. E sempre rispetto alle principali nazioni europee, continuiamo a importare più elettricità di quanto ne esportiamo, nonostante un eccesso di produzione che sarebbe disponibile per essere venduta e che invece rimane inutilizzata.

Effettuando un confronto del nostro Paese con i principali paesi UE, si evince come l’Italia, nonostante il surplus di capacità produttiva installata, importi una quantità significativa di energia elettrica rispetto a quella prodotta internamente. Germania, Spagna e Francia, ad eccezione del Regno Unito, destinano una parte della loro produzione alla esportazione. In particolare il saldo estero dell’elettricità in GWh ha registrato per il periodo gennaio-marzo 2016 in Italia +12.929, Germania -15.919, Spagna + 1.979, Francia -14.336, Regno Unito +6.003. Gli stessi dati, se riferiti al consuntivo 2015, evidenziano per l’Italia + 46.381, per la Germania - 48.284, per la Spagna -173, per la Francia – 64.326, per il Regno Unito + 20.893. L’analisi della produzione nel periodo gennaio-marzo 2016, rispetto allo stesso periodo del 2015, vede il Regno Unito realizzare il più ampio decremento rispetto ai Paesi in esame pari a -5.042 GWh, seguito dalla Germania – 2.123 GWh, dalla Spagna -1.393 GWh, dalla Francia -1.041 GWh, e infine dall’Italia con -447.

Quanto riportato va analizzato in chiave di assetto degli impianti, in particolare la presenza di centrali nucleari in alcuni Paesi europei assicura un equilibrio di energia regolare, ma la non elasticità non permette di incrementare la produzione nei picchi improvvisi di richiesta. In Italia l’utilizzo di centrali a gas, tenuto conto della contrazione dei consumi energetici legati alla crisi economica con conseguenti forti cali dei consumi, nonché del trend sensibile di espansione delle energie rinnovabili, comporta un ridotto impiego degli impianti lavorando limitate ore al giorno.

Infine è da rilevare come una normativa europea che possa regolamentare i player di trasmissione dell’elettricità sia ancora deficitaria; ciò comporta in particolare per il nostro Paese una importazione maggiore rispetto a tutti gli altri, anche considerata la stagnazione del PIL. Più volte è stata auspicata la necessità di istituire un mercato unico dell’energia nella UE, ma di fatto le regole da armonizzare nei vari Paesi tardano ad essere approvate per la disparità di forza contrattuale in riferimento ai dati economici e finanziari dei Paesi appartenenti.

delsignoreLeonello Del Signore

consulente industriale