La goccia cinese - A. Porfiri

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cinaLa percezione che si ha della Cina cambia, come per altre cose, quando si ha un contatto diverso con questo mondo piuttosto che un contatto mediato dalle esigenze dei media e dalla percezione che una certa narrativa costruita con l'aiuto dei media, ma probabilmente costruita anche altrove, vuol far passare. Il contatto diverso, come è capitato a chi scrive, significa viverci e lavorarci per alcuni anni, a contatto con il modo di vivere e la percezione che si ha della realtà nel mondo cinese, un mondo in cui si ha un impatto più lento alle cose rispetto all'Occidente, si ha pazienza nell'aspettare per ottenere quello a cui si aspira. Un mondo senz'altro diverso con cui non si può non avere a che fare, innanzitutto vista la sua importanza commerciale. Certamente, dal punto di vista economico, la Cina è un partner commerciale fondamentale, per i motivi evidenti che si potrebbero riassumere in questo modo: un mercato sterminato per poter vendere i prodotti delle nostre aziende e al tempo stesso un potenziale di investimenti altrettanto smisurato per coloro che volessero investire nel nostro paese. Certamente la diversità del mondo e della mentalità cinesi non può lasciarci indifferenti, una diversità in usi e visioni delle cose che deve essere affrontata per non rischiare gravi ed importanti delusioni. Ci sono elementi del mondo cinese che lasciano fortemente perplessi, visti dalla prospettiva occidentale. Uno di questi è certamente quello della concezione della proprietà intellettuale.


Cina e proprietà intellettuale


Uno dei luoghi comuni sulla Cina, tra quelli più diffusi, è che in cinesi tendono a copiare tutto: vestiti, tecnologie, brevetti industriali e via dicendo. Non si può negare che c'è molta verità in questo. Pio Nahum, CEO di una società, dichiarava a TGCOM24 nel 2014: "I cinesi ci copiano tutto, dai brevetti ai nomi dei prodotti. L'unico modo di combatterli è correre, correre e correre. Dobbiamo sempre essere un passo avanti". 
Il problema ha a che fare con il rapporto dei cinesi con la creatività. Non dimentichiamo che essi furono un popolo eminentemente creativo, autori di grandi invenzioni nella storia dell'umanità. Perché questo sia cessato da un certo momento della loro storia è un qualcosa su cui molti si sono interrogati. Uno tra tutti: Joseph Needham (1900-1995), scienziato di Oxford, si dedicò proprio a rispondere a questa fondamentale domanda. Ne venne fuori una serie di volumi chiamati "Science and Civilisation in China", in cui la domanda fondamentale era appunto quella: come mai la Cina e l'India, un tempo all'avanguardia per la creatività, si fossero ad un certo punto arenate. Alcuni hanno dato risposte a questa domanda, come per esempio quella che dava la colpa al controllo ferreo del governo imperiale, che di fatto scoraggiava l'iniziativa individuale. Altri menzionano l'esame imperiale, che favorendo di fatto la memorizzazione sulla libera elaborazione del pensiero ha impedito un pieno sviluppo di facoltà creative che sono comunque nelle corde del popolo cinese.
Un imprenditore come Massimo Donda, in un delizioso libricino chiamato "Pillole di Cina", dava la seguente spiegazione alla domanda: perché i cinesi non rispettano la proprietà intellettuale? "La risposta è scontata nella mentalità occidentale: il mancato rispetto dei diritti di proprietà intellettuale è considerato alla stregua di un furto, dallo studente che copia il compito del suo vicino, fino all’industriale che copia i prodotti di un concorrente. Ora, in cinese, lo stesso termine ( xue ) significa sia “copiare” sia “imparare”. Il che fa capire quanto sia difficile condannare l’atto di copiare perché significherebbe anche condannare l’apprendimento". Insomma, il copiare è una sorta di omaggio che si fa all'autore di quella creazione, perché in questo modo la si considera così ben fatta che è degna di essere copiata. In fondo questo accadeva anche nel nostro passato, se penso per esempio al Rinascimento quando i musicisti prendevano intere parti di composizioni di altri artisti e le usavano nelle loro composizioni come un omaggio al compositore originario. Quindi se si viene copiati, quasi bisognerebbe ringraziare perché significa che si ha avuto successo. 
Certamente oggi, in un mondo in cui si devono seguire delle leggi comuni per assicurare una pacifica convivenza, la proprietà intellettuale va regolata in modo da proteggere anche i diritti di chi crea. Il nostro Massimo Donda però osserva: "La Cina ha elaborato strumenti giuridici per combattere la contraffazione. Le leggi esistono: perché non vengono applicate? Si torna alla nozione di processo (nel tempo): contrariamente a quanto accade in Occidente, questa legge non è considerata naturale in Cina, come il divieto di uccidere o rubare. E' quindi necessario farla accettare dalla popolazione, il che richiede sempre tempo". Come io osservo spesso con chi mi chiede della Cina, bisogna mettersi in testa che si ha a che fare con un paese profondamente diverso e con una visione del mondo profondamente diversa dalla nostra. O lo capiamo per tempo, o rischiamo grosse delusioni. In effetti se non si tiene a mente questo paradigma della diversità, si rischia veramente di non comprendere le evoluzioni in atto nella Cina, si rischia di non comprendere certi comportamenti a livello politico. Comprendere non significa giustificare, ma significa avere una percezione più esatta sul perché alcune cose vengono trattate con una durezza ed un controllo così ferreo. Prendiamo per esempio il caso del controllo sulla religione. Negli ultimi decenni si è tentata una difficile trattativa fra il governo cinese e il Vaticano per tentare di normalizzare i rapporti, ma questa trattativa si è dimostrata estremamente problematica. Recentemente, sotto il pontificato di Papa Francesco, si sono intensificati i contatti fra i rappresentanti dei due mondi, vaticano e cinese, tanto da far parlare di un possibile ed imminente accordo. Ma certo molti nodi problematici rimangono ancora irrisolti e una soluzione che sia veramente di piena soddisfazione per entrambi rimane difficile, rimanendo in forza il tipo di regime che oggi governa la Cina.


Gli occhi della Cina sulla GMG


Una cinquantina di pellegrini cinesi diretti a Cracovia per la Giornata Mondiale della Gioventù sono stati bloccati all'aeroporto di Pechino e rispediti a casa dai funzionari governativi. Questi ragazzi della diocesi di Pechino e delle diocesi circostanti avevano affrontato il viaggio con molte difficoltà, senza aver trovato uno sponsor. Ai ragazzi è stato chiesto di abbandonare l'aereo che era già sulla pista per il decollo e, dopo averli interrogati e ammoniti, è stato loro richiesto di non contattare persone fuori della Cina e sono stati rispediti a casa. Questa notizia è stata comunicata all'agenzia di stampa AsiaNews da una fonte cinese contattata a Cracovia, il cui nome non viene rivelato per motivi di sicurezza. Come rivela la stessa agenzia AsiaNews, sembra che alcuni funzionari di istituti cinesi presenti in Polonia siano stati mandati a "controllare" la situazione e a ottenere più informazioni possibili dai cattolici cinesi comunque presenti in Polonia. Ricordiamo che un folto gruppo da Hong Kong, Macao e Taiwan ha raggiunto la Polonia per questo evento. L'inviato di AsiaNews Vincenzo Faccioli Pintozzi informa che "Pechino ha intenzione di controllare da vicino i connazionali che sono riusciti a sfilarsi dalla rete messa intorno alla Gmg, e per farlo ha rispolverato un trucco dell’epoca maoista: ha chiesto ai dipendenti delle aziende cinesi in Polonia e ai funzionari di diversi Istituti culturali cinesi sul territorio polacco di andare in giro per i luoghi della Giornata con la bandiera cinese, avvicinando gli altri gruppi cattolici di conterranei e cercando di ottenere più informazioni possibili. Questa mattina, nella grande piazza Mariacki dominata dalla cattedrale dedicata alla Madonna, uno di questi gruppetti sventolava con grande enfasi la bandiera rossa. Avvicinati, hanno dichiarato di essere della provincia dell’Hebei – “roccaforte” del cattolicesimo cinese – e hanno spiegato che era stato “facilissimo” arrivare qui con i giovani di tutto il mondo. Interrogati sulla loro diocesi di provenienza, non hanno però saputo rispondere; alla domanda su chi fosse il loro vescovo – posta anche in lingua cinese – hanno chiesto cosa fosse un vescovo. L’ultima richiesta, su chi fosse il sacerdote che li accompagnava, hanno risposto di “non averne bisogno”".
Ricordiamo che questa esigenza di controllo non è una novità per coloro che seguono gli affari cinesi e i difficili rapporti che intercorrono con il Vaticano. Se si parla con responsabili di istituzioni educative vaticane in Italia che hanno a che fare con studenti provenienti dalla Cina continentale, si viene sempre informati di come essi si trovino in una sorta di "zona grigia" per quello che riguarda l'affidabilità di questi studenti, se essi siano lì per motivi puramente di studio o anche per gettare un occhio e riferire alla madre patria. 
Il giornale cattolico Sunday Examiner di Hong Kong sostiene che il gruppo proveniente da quella città alla GMG è il terzo in ordine di grandezza per quello che riguarda l'Asia, con 500 unità, preceduto soltanto da Filippine e Corea del Sud. Hong Kong ha rappresentato uno dei bastioni più forti di resistenza all'invadenza e alla smania di controllo del governo centrale cinese, specialmente al tempo in cui il Vescovo era il Cardinale Joseph Zen Ze Kiun, oggi in pensione ma ancora molto polemico verso la piega che sta prendendo il dialogo fra Cina e Vaticano, tentando di scongiurare un accordo che lui (e molti come lui) vede come fortemente svantaggioso per il Vaticano, considerate le condizioni attuali (a questo riguardo vedi: A. Porfiri, J. Zen: L'Agnello e il dragone. Chorabooks, Hong Kong).


Un'uguaglianza apparente


Si può cercare di inquadrare queste tensioni quando si ha presente che il mondo cinese è un mondo estremamente complesso e che pone problemi di controllo ad un governo che cerca soltanto di garantire una certa stabilità per non turbare l'armonia interna. Questi concetti di stabilità e armonia sono anche molto importanti per poter capire il modo in cui la Cina ragiona e per capire le reazioni forti nei confronti di certe realtà che minacciano questa armonia. Un'armonia che poi è solo apparente.
Una bozza di revisione di un regolamento emanato nel 1993 sulle diverse etnie che compongono il popolo cinese dalla Commissione Statale per gli affari etnici della Cina, si ripromette di affrontare un problema che evidentemente è molto sentito nella Repubblica Popolare Cinese: quello delle discriminazioni etniche esistenti fra i cinesi di etnia Han, la stragrande maggioranza, e le altre etnie. Ovviamente la bozza non denuncia adeguatamente la questione delle discriminazioni. Pur essendoci più di 50 etnie all'interno della Cina, quella chiamata Han comprende più del 90% della popolazione. 
Dean Yang, giornalista della Tv di stato (CCTV), informa che negli anni recenti sono stati riportati più dell'80% di incidenti dovuti a conflitti etnici e il problema si andrà ad aggravare, visto che sempre più cinesi dalle campagne e con grandi differenze etniche e culturali con la maggioranza Han, andranno a vivere nelle città, che sono sempre più mega agglomerati urbani. L'agenzia di stato Xinhua ammette di aver ricevuto da fonti anonime governative informazioni sul fatto che in effetti queste discriminazioni sul posto di lavoro, nell'educazione e in altri ambiti sociali sono molto presenti. La bozza della revisione del documento del 1993, invita tutte le etnie a lavorare insieme in armonia e spesso il presidente cinese Xi Jinping ha visitato aree con popolazioni etnicamente differenti dalla Han. Recente è per esempio la sua visita nella regione autonoma Ningxia Hui, dimora degli Hui, circa 10 milione e mezzo di persone di religione islamica pur se etnicamente e linguisticamente simili ai cinesi Han. Certamente il presidente Xi teme una possibile radicalizzazione del conflitto in queste aree, comsiderato ciò che accade in altre parti del mondo dove il conflitto tra popoli di religione islamica e cultura occidentale è oramai oltre il livello di guardia.
Liu HongYuan, nel suo libro "Cina: storia, società e tradizioni, arte e cultura, religione e filosofia" ci informa che "Le minoranze nazionali della Cina, sebbene rappresentino solo una piccola parte dell'intera popolazione, hanno una notevole importanza poiché la maggioranza di esse abita in aree di confine cruciali dal punto di vista strategico: molte di queste popolazioni hanno contatti costanti con il Kazakistan, la Russia, la Corea del Nord, la Mongolia, la Thailandia e il Myanmar (l'ex Birmania). Se questi gruppi dovessero diventare ostili al governo centrale la sicurezza dello stato cinese potrebbe essere in pericolo". Insomma, la Cina è un gigante compatto al suo interno (più o meno) ma con forti pericoli che provengono dai suoi confini.
E questi problemi etnici sono presenti non solo tra etnie definite storicamente e geograficamente, ma anche all'interno degli stessi Han, come per esempio la differenza evidente che divide i cinesi Han provenienti dalla Cina continentale e i cinesi Han di Hong Kong. Questi ultimi preferiscono definirsi cinesi di Hong Kong, piuttosto che cinesi tout court per differenziarsi da coloro che provengono dalla madrepatria e che il governo sta tentando in tutti i modi di infiltrare nella ex colonia britannica così da ammorbidire nel tempo tutte le possibili opposizioni.


Il nodo di Hong Kong


In effetti l'ex colonia britannica è una delle spine nel fianco del colosso cinese. Le elezioni per l'assemblea legislativa avvenute il 5 settembre 2016 hanno visto una decisa vittoria di coloro che si oppongono alle politiche di controllo provenienti da Pechino e di fatto contestano l'operato dell'attuale governatore Cy Leung, un burocrate che garantisce il controllo di Pechino sulla città e la cui rielezione alla carica di Governatore è ora in dubbio. Alcuni giornali occidentali hanno parlato di schiaffo a Pechino in occasione di queste importanti votazioni, le prime che fanno seguito alla ribellione del movimento che va sotto il nome di Occupy Central: "Gli stessi media di Stato ammettono che filo-democratici e separatisti hanno ottenuto un "successo sorprendente" e che il loro blocco supererà la soglia di un terzo più uno dei seggi parlamentari, necessaria per respingere le riforme imposte da Pechino. A trionfare, grazie a un'affluenza elettorale record superiore al 58% (più 5% rispetto al 2012) i movimenti di giovani e studenti nati dalla "rivoluzione degli ombrelli" dell'autunno di due anni fa e quelli che chiedono un referendum per l'autodeterminazione di Hong Kong, capace di superare il modello "un Paese, due sistemi" concordato tra Cina e Gran Bretagna nel 1997. Tra gli eletti spicca il nome di Nathan Law, 23 anni, che sarà il più giovane deputato nella storia della metropoli finanziaria. Due anni fa restò in piazza 79 giorni per opporsi alla riforma elettorale-truffa imposta dal partito-Stato, che non ha mantenuto la promessa di un autentico suffragio universale nell'ex colonia. Leader del nuovo movimento democratico "Demosisto", assieme all'altra star studentesca Joshua Wong, a metà agosto era stato condannato a 120 ore di servizi sociali proprio per le manifestazioni del 2014.  Ora entra nel palazzo Legco che aveva assediato e potrà incontrare il governatore pro-Pechino, Leung Chun-ying, vero sconfitto nelle urne che vede allontanarsi un secondo mandato di governo, nel voto del marzo 2017" (G. Visetti, Hong Kong, schiaffo elettorale contro Pechino, La Repubblica).
Si può prevedere che il nodo di Hong Kong sarà uno di quelli che terrà più occupati i governanti di Pechino, specie pensando al fatto che nelle recenti elezioni sono cominciate ad emergere con forza anche tendenze indipendentistiche: "Oltre ai giovani democratici emersi da Occupy 2014, la grande novità delle elezioni di Hong Kong sono gli indipendentisti, per la prima volta eletti nonostante le esclusioni preventive e le minacce di arresto promosse dall'establishment pro-Pechino. In parlamento entrano almeno due esponenti secessionisti, espressione del partito "Youngspiration", sempre nato dagli scontri di due anni fa: sono Yau Wai, 25 anni, ma soprattutto Sixtus Leung detto "Baggio" (in onore del suo mito calcistico, l'ex campione italiano), 30 anni, che ha trionfato grazie agli appelli pro-indipendenza. Nei giorni scorsi sei candidati del suo partito, che si erano rifiutati di firmare una dichiarazione di fedeltà alla Cina, erano stati esclusi dal voto e le autorità pro-Pechino nelle ultime ore hanno ripetuto che "promuovere la secessione di Hong Kong è un reato che sarà perseguito dalla legge"" (G. Visetti).


Il punto di equilibrio


Come rapportarsi dunque con la Cina? Certamente un terreno di incontro deve essere trovato, un terreno che garantisca i diritti di coloro che cercano di collaborare con esponenti del mondo cinese in ambito culturale, economico, accademico, ma che allo stesso tempo non vengano percepiti all'interno del mondo cinese come una minaccia alla propria stabilità. Trovare questo punto di equilibrio è senz'altro difficile, ma non impossibile, se si cerca di rafforzare alcune regole che dovrebbero regolare la pacifica convivenza fra queste diverse aree culturali. Una di queste regole ha a che fare con i diritti di coloro che creano, in qualsiasi ambito essi si trovino. Una collaborazione tra le autorità cinesi e i loro partner occidentali, con obiettivi concreti come una educazione al rispetto della cultura commerciale e giuridica di entrambe le parti, dovrebbe aiutare a trovare forme di incontro che permettano in certi ambiti una via comune da percorrere. 
Insomma, il metodo della goccia cinese non dovrebbe essere usato solo dai cinesi, ma anche da coloro che cercano di capire i cinesi. E' un nazione con una grande storia e una grande civiltà, che oggi va certamente guardato con occhi diversi: un "continente" che è una grande opportunità, ma che è anche misterioso, le cui intenzioni, buone o cattive che siano, sono sempre nascoste dietro lo stesso stereotipato sorriso. "Nascondere un coltello dietro un sorriso" è un detto cinese, che può far capire molte cose. E non è semplice e facile interpretare un sorriso. Ma non di meno siamo chiamati a trovare forme di incontro e collaborazione con gli eredi di questa grande civiltà, un incontro e una collaborazione la cui riuscita, nelle condizioni in cui il mondo si è venuto a trovare negli ultimi decenni, non è solo auspicabile, ma in un certo senso anche necessaria.


porfiriAurelio Porfiri 
Honorary Master and Organist for the Church of Santa Maria dell'Orto - Rome, Italy
Honorary Master and Organist Saint Joseph Seminary Chapel - Macau, China