Le aporie di una riforma troppo statalista - M. Rosboch

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Inizio dalla fine: penso che il prossimo dicembre si debba votare NO. In merito vorrei fare qualche prima sintetica osservazione. Anzitutto, le considerazioni di merito della riforma sono importanti; certamente la Costituzione così com’è ha un certo numero di difetti (accanto a moltissimi pregi) e non è immodificabile. Personalmente ero favorevole sia alla riforma del 2001 (che purtroppo è rimasta incompiuta e male applicata) sia a quella del 2006, che purtroppo è stata bocciata (da molti di quelli che ora la cambiano con finalità simili, ma con soluzioni peggiori). Nel complesso penso però che il punto sia: la riforma è migliorativa o peggiorativa? Quella di oggi, a mio parere, è peggiorativa e lo è – soprattutto – dal punto di vista del rapporto fra la società e lo Stato, che si orienta in senso centralistico e meno sussidiario dell’assetto attuale.

La riforma si propone l’obiettivo ambizioso di semplificare per alcuni aspetti il quadro istituzionale, di velocizzare le decisioni legislative (a tutto vantaggio delle prerogative dell’esecutivo)  e di abbassare un po' i costi della politica. Gli obiettivi sono smentiti dai risultati: il percorso legislativo nel suo complesso si complica. La pretesa semplificazione è comunque qui riduttiva della rappresentanza e poco garantista per le "minoranze" di ogni tipo. La velocizzazione non è peraltro un valore in sé: dipende a cosa serve.

Inoltre per semplificare e velocizzare si fa marcia indietro sulla sussidiarietà (con un vero sfavore per i corpi intermedi di ogni tipo) e sul federalismo (che andava  semmai migliorato, non eliminato), si torna al vecchio centralismo, rischiando l’eliminazione di fatto delle esperienze più virtuose ed efficienti di welfare innovativo e di sviluppo locale (su tutte quelle di Regione Lombardia)

Non ho particolare simpatia per un organo come il CNEL, ora abolito, ma esso rappresenta – almeno simbolicamente – il riconoscimento costituzionale dell’importanza degli interessi organizzati e dei corpi intermedi: lo si elimina, senza prevedere meccanismi efficaci di valorizzazione dei corpi sociali né a livello centrale, né a livello locale. Insomma sempre meno società e sempre più Stato.

Il mantenimento delle competenze delle Regioni a statuto speciale (del tutto ingiustificato) crea gravi situazioni di disuguaglianza e sperequazione, anche nella spesa pubblica: gran parte del deficit degli enti locali deriva proprio da quello delle Regioni a statuto speciale (e su tutte la Sicilia). Tra l’altro non si comprende come mai alle così criticate Regioni si affidi poi il compito di assicurare l’elezione ed il funzionamento del Senato: non è l’unico punto contraddittorio della riforma.

Nello specifico: il nuovo assetto parlamentare sminuisce – da un lato - il ruolo del Senato, ma gli attribuisce – dall’altro – una sorta di “veto” su decisioni molto complicate: su tutte le leggi costituzionali e sulla recezione delle norme europee; anche sulle leggi di bilancio il ruolo del Senato non sarà marginale; il tutto con una composizione di 95/100 componenti (sindaci o consiglieri regionali) tutti già impegnati in altri ruoli (e non eletti).

Il Senato conserva la funzione legislativa (insieme alla Camera) sui rapporti tra Stato, Unione Europea e enti territoriali. Inoltre mantiene la funzione legislativa anche: per le leggi di revisione della Costituzione, le altre leggi costituzionali; per le leggi di attuazione delle disposizioni costituzionali concernenti la tutela delle minoranze linguistiche; per le leggi sui referendum popolari; per le leggi che determinano l'ordinamento, la legislazione elettorale, gli organi di governo, le funzioni fondamentali dei Comuni, delle Città metropolitane e le disposizioni di principio sulle forme associative dei Comuni. Il Senato può decidere - su richiesta di un terzo dei Senatori - di proporre modifiche su una legge approvata dalla Camera. Peraltro solo nel caso di leggi che riguardano le competenze regionali, il voto del Senato è obbligatorio; negli altri casi solo entro certi termini stabiliti. Per certi versi, quindi, un meccanismo tutt’altro che semplice o semplificante: di sicuro un assetto un po’ pasticciato se è vero che a conti fatti si introducono ben otto (o nove…) procedimenti legislativi diversi.

Per me, quindi, i difetti sono di gran lunga maggiori dei (pochi) pregi della riforma. Tralascio le considerazioni sulla "forma" e sulla formulazione (spesso confusa) delle nuove norme, che però saranno fonte di conflitti interpretativi a non finire, nonché sui dubbi procedurali derivanti dai frequenti voti di fiducia che ne hanno permesso l’approvazione. Dove c'è poi un sistema monocamerale o di bicameralismo imperfetto esiste normalmente come contrappeso una figura di vertice (premier o presidente della Repubblica) eletta dal popolo oppure un ruolo forte di "regioni"/ Länder: si crea dunque uno sbilancio fra i poteri. In più non si deve dimenticare la "miscela esplosiva" costituita dal combinato disposto riforma+Italicum, che il presidente del consiglio ha prima definito “intoccabile”, per poi lasciare spazio ad eventuali modifiche parlamentari… il tutto con un ricorso pendente alla Corte costituzionale sullo stesso Italicum.

Da ultimo i cosiddetti “costi della politica”; si risparmia sullo stipendio dei senatori, ma si tratta di un risparmio minimo; è però prevista la creazione di un ruolo unico dei funzionari di Camera e Senato: siamo certi che il nuovo ruolo sarà uniformato “al risparmio”? I primi sentori non vanno certo in questa direzione!

Nel complesso dunque si tratta di una riforma “calata dall’alto”, senza un vero pactum fra forze politiche e sociali, che ne può assicurare equilibrio e condivisione. Il punto politico è piuttosto quello di una considerazione complessiva del rapporto Stato/società, da cui derivano - con molte sfumature, anche diverse – le idee su sviluppo, rappresentanza e bene comune. Si tratta, dunque di una questione di libertà politica, che è assicurata dalla sussidiarietà orizzontale (corpi intermedi) e da quella verticale (regionalismo): ed è proprio ciò che è messo in discussione dalla riforma. Infatti, di una riforma così statalista, centralista e falsamente efficientista non abbiamo bisogno. 

Ancora due considerazioni politiche: Renzi ha personalizzato il voto, perciò è impossibile non tenerne conto in qualche modo; inoltre, dopo la legge Cirinnà (e la pendenza di varie proposte di legge su temi molto sensibili) si pone con forza il tema della tutela delle minoranze e della necessaria ponderazione delle diverse posizioni: in proposito, anche solo per precauzione, meglio che la riforma non passi. Questo a tutela della partecipazione e della libertà di tutti su temi delicati e decisivi (comunque la si pensi), a prescindere dalla maggioranza del momento. Su un altro tema, poi, non sembra un argomento forte quello della paura per l’eventuale “dopo Renzi”: dal 2011 il paese si barcamena con maggioranze variabili e governi tecnico-politici; è arrivato il momento di trovare soluzioni più condivise e meno ‘presuntuose’ di quella attuale. In più il presidente della Repubblica ha già detto che non scioglierà le Camere fino alla loro scadenza.

Restano certamente ulteriori punti da chiarire ed anche cercare di immaginare – finalmente – un percorso condiviso di riforme; in merito condivido la proposta di affiancare al prossimo Parlamento, una “Commissione Costituente” (eletta con sistema proporzionale). Del resto gli stessi promotori della riforma hanno dichiarato a più riprese la necessità di tagliandi e di correzioni  al testo, il che fa aumentare ulteriormente i dubbi sulla sua bontà, come ha giustamente osservato Giovanni Maria Flick.


rosbochMichele Rosboch

professore associato di storia del diritto italiano

Università di Torino