Le Smart Cities - S. Bolognini

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smartcityIl volume “Epistemologia e politica del diritto nella prospettiva delle Smart Cities” (S. Bolognini, Giuffré Editore – Milano) si pone come analisi critica, sotto il profilo giuspolitico ed  epistemologico, del paradigma emergente di sviluppo urbano definito dalla locuzione  “smart city”, con riferimento specifico all’accezione più estesa del concetto di “città intelligente” che ne sottende e ne prefigura, appunto, la valenza paradigmatica. Il lavoro si struttura in una prima parte a carattere prevalentemente analitico-descrittivo ed in una successiva riflessione critica sui limiti epistemologici e sulla presunta neutralità ideologica del paradigma smart city, nonché del sapere tecnico su cui si fonda.

Nella prima parte si introduce la locuzione “smart city” ricostruendone la genesi e i tentativi di concettualizzazione con particolare attenzione al contesto comunitario e nazionale: si analizza la progressiva penetrazione del concetto di “città intelligente” nei documenti programmatici e di policy dell’UE, che trovano riscontro in molteplici iniziative propulsive e di supporto alla creazione di una rete europea di smart cities, anche attraverso la prefigurazione e l’attivazione di  strumenti finanziari diretti e indiretti preposti a sostenere le progettualità emergenti, con un focus specifico sulla strategia delineata dall’Unione in “Europa 2020”.

Per quanto concerne l’operativizzazione sul piano nazionale del concetto di smart city il lavoro ne propone una lettura multi-livellare (livello nazionale, regionale e locale): dalle politiche alle normative, dai programmi operativi alle campagne elettorali; con riferimento ai livelli sub nazionali ci si sofferma, in particolare, sulle programmazioni strategiche, sui PRS e sulle politiche attuative della PA locale. Il capitolo conclusivo è dedicato alla declinazione attuativa del concetto di “città intelligente” nella sua valenza di volano di “innovazione sociale” all’interno di taluni progetti realizzati in Italia (e scelti esemplificativamente), nella caratteristica cornice collaborativa fra pubblico e privato.

L’analisi tenta di mettere in luce prioritariamente due aspetti, sui quali si tornerà più diffusamente nella successiva riflessione critica:  

  1. il progressivo allargamento del concetto di smart city dalla dimensione limitata della sostenibilità energetica ad una multidimensionalità totalizzante, inclusiva degli aspetti di valorizzazione del capitale umano e sociale (che trova riscontro nel sempre più frequente utilizzo della locuzione estesa “smart cities and communities”)
  2. La pervasività del concetto di smart city, cui è attribuibile una connotazione che potremmo definire “gius-politica”, nelle modalità espressive della governance a tutti i livelli, da quello comunitario a quello nazionale, regionale e locale.

Si adombrano, infine, alcuni elementi e concetti chiave che saranno sviluppati in una prospettiva critica nella seconda parte:  il concetto stesso di paradigma, ad esempio,  con cui è ricorrentemente identificato il nuovo modello di sviluppo urbano nella documentazione analizzata; la partnership pubblico-privato, che caratterizza l’investimento e la gestione delle iniziative smart city; le “buone prassi”, che rimandano alla costruzione e applicazione di indicatori, standard e percorsi polarizzati di avvicinamento verso il modello ideale identificato dal paradigma.

La seconda parte si apre con la ricerca delle matrici culturali più prossime al concetto di smart city, identificate nel movimento statunitense del New Urbanism, e nella corrente specifica di pensiero ispirata al concetto di smart growth, nel modello della cosiddetta “città intelligente” e nella visione della “città creativa”. In particolare si cerca di fare emergere aspetti contenutistici e critici che ritroveremo nel paradigma smart city: si pensi, ad esempio, all’enfasi attribuita all’elemento della “community” nel Nuovo Urbanesimo, analizzata nelle interpretazioni critiche che ne hanno visto uno strumento di controllo sociale e di consolidamento delle geometrie di potere; all’identificazione delle città come motori di conoscenza, innovazione e crescita economica sempre più in competizione fra loro per intercettare risorse pubbliche ed attrarre capitali privati; alla visione decisamente imprenditorialistica dello sviluppo urbano e alla centratura sulla collaborazione fra pubblico e privato; al tema della governance e della partecipazione in cui si declina la valorizzazione del capitale umano nella “città creativa”, con le riletture critiche che hanno sottolineato i limiti del prefigurato allargamento dei processi decisionali. Infine, si pensi alla mancanza di una definizione condivisa e di altrettanto condivisi sistemi di misurazione contestata alla visione della “città creativa” ed alla retorica associata al concetto di “creatività” che, in forza della sua connotazione necessariamente positiva, fa della “città creativa”, analogamente a quanto accadrà per la smart city, un concetto valvola suscettibile di essere abbracciato da gruppi rappresentativi di scuole di pensiero profondamente diverse. Tutti questi aspetti sono ripresi nei capitoli successivi,  ulteriormente approfonditi in rapporto alla declinazione attuativa del paradigma nel nostro Paese.

Riconducendo i tratti caratteristici del modello smart city, emersi dall’analisi delle matrici culturali, alla tradizione di pensiero liberale e neoliberista ci si sofferma sui fattori critici più rilevanti, come il rischio di un possibile prevalere delle logiche di mercato, aggravato da una inedita governance beyond the State che potrebbe finire per consolidare schemi e posizioni di potere, analizzando altresì la “neoliberal pathway” verso la smart city, proposta come alternativa al riduzionismo economico. In particolare si approfondisce la rilettura della smart city come strumento in cui il capitalismo avanzato della nuova economia globalizzata avrebbe trovato una possibile way out alla crisi economica: green economye.government e community welfare (declinazioni proprie del paradigma smart city) diventano, la prima in modo più evidente ed economicamente rilevante, scenari privilegiati di un rinnovato neoliberismo.

Il tema della partecipazione nel passaggio dal government alla governance caratteristico del paradigma è analizzato sulla scorta di letture critiche che mettono in luce come, paradossalmente,  la nuova articolazione del rapporto fra società civile e Stato in forme potenzialmente più democratiche possa generare invece un deficit di democrazia. Si propone quindi, con particolare riferimento allo scenario ancora magmatico delle smart cities italiane, una riflessione sui limiti di rappresentatività della nuova “smartcitizenship” e sulla necessità di approfondire modalità di cooptazione e meccanismi di gestione del potere decisionale.

Analizzando la valenza paradigmatica del modello smart city si solleva altresì la problematica questione della riconducibilità dello smart citizen, l’individuo della società “smart” la cui ridefinizione presuppone la disponibilità del soggetto ad aderire ad un progetto collettivo, alla tradizione liberale, proponendo contestualmente una riflessione critica sul rapporto fra liberalismo e umanesimo civile, con particolare attenzione all’umanesimo civile presupposto nonché alimentato dal modello smart city: la precomprensione e la semplificazione della realtà proprie del paradigma (approfondite anche, pur limitatamente, nell’ambito di una riflessione sulla dimensione antropologica dell’interazione fra individuo e tecnologia),  la parametrazione della smartness su scale quantitative e ordinabilila tensione verso la standardizzazione e la  predeterminazione delle policy di sviluppo mediante l’identificazione di “buone prassi” misurabili e  replicabili sembrano paradossalmente prefigurare una rigidità che soffoca l’afflato liberale verso nuove e diverse potenzialità espressive dell’individuo e della vita sociale. Il tema è approfondito mettendo soprattutto in luce i limiti delle griglie analitico-valutative e delle classifiche largamente utilizzate per misurare il grado di avvicinamento delle città alla “smart city” ideale, adombrando  le possibili implicazioni del paradigma sull’omologazione dei percorsi e l’inibizione  di politiche radicalmente diverse e alternative di sviluppo urbano e sociale.

Ampio spazio è dedicato alla critica del paradigma dal punto di vista epistemologico  ed all’analisi della  correlazione fra il “sapere tecnico” su cui si costruisce il modello smart city e la depoliticizzazione del tema dello sviluppo urbano (cui fa da contraltare l’adesione allargata agli schieramenti politici più quantitativamente rilevanti), provando a farne emergere i rischi. La critica epistemologica muove, facendo leva sulle argomentazioni dei grandi critici del Neopositivismo, dallo slogan coniato dalla multinazionale americana dell’ICT che ha giocato forse il ruolo principale nella costruzione del paradigma: “Moving beyond policy-based decisions to reshape cities with insights gained from data”.

Analizzando, storicizzandole, le dinamiche di sviluppo del “sistema smart city” si propone, infine, una rilettura critica  che vede nel paradigma il prodotto culturale di un capitalismo maturo (o, con una terminologia oggi di moda, assoluto), capace di legittimarsi ricorrendo ad elementi esterni alla logica di accumulazione del capitale, facendo propri principi morali e valori prioritariamente appartenenti a tradizioni e retoriche differenti (ecosostenibilità, partecipazione, solidarietà): un capitalismo avanzato che rilancia se stesso riassorbendo la propria critica e allargando il consenso.

Nei due capitoli conclusivi la riflessione critica torna, alla luce di quanto precedentemente analizzato, sul problema complesso dell’ascrivibilità del paradigma, accostato in particolare come tentativo di “ingegneria sociale”, al pensiero liberale nella sua complessità e conseguente non sovrapponibilità al neoliberismo.

Si riprende quindi, in chiusura, la critica alla presunta connotazione anti-ideologica del paradigma e della retorica sulle smart cities, sostenendo la necessità di alimentare il dibattito critico sui processi di costruzione del sapere tecnico, “data driven”, posto al cuore del sistema smart city, sui presupposti culturali, sulla “metafisica” del paradigma e sulle geometrie di potere che prendono forma nei meccanismi di governo/governance. In particolare si sollecita l’abbandono di un approccio riduzionista, presupposto necessario per arginare il rischio di  una omologazione dei percorsi di crescita delle città che depauperi le comunità umane delle valenze identitarie che da sempre le caratterizzano.

 

bologniniSilvio Bolognini
professore straordinario di filosofia del diritto
Università e-Campus, Novedrate