Gli errori europei sul Montenegro: anziché far rispettare le leggi, legittimano un premier corrotto - F. De Palo

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montenegroUnione europea e Nato spingono per un allargamento della loro squadra a chi, dati alla mano, non avrebbe diritto di farne parte. La storia del Montenegro è costellata, solo rapportandosi agli ultimi vent'anni, da scandali di corruzione, giornalisti uccisi, aziende truffate, conflitti di interessi con la famiglia del premier Milo Djukanovic, sul cui passato pesano le accuse di contrabbando milionario di sigarette come da inchieste delle procure di Bari e Napoli: nel 2003 un giudice di Napoli respinse la richiesta di arresto solo perché ricopriva la carica di primo ministro del Montenegro. La deriva del governo ha portato a richieste di arbitrato internazionale per circa un miliardo di euro, un terzo del Pil del paese, a cui l’Ue aveva risposto dodici mesi fa con un report sulla situazione generale del Montenegro, certificando come la corruzione e il mancato stato di diritto fossero due elementi oggettivi. Considerando che lo stesso Montenegro aspira a far parte della grande famiglia europea, ecco che era stato il commissario europeo per l’allargamento, Stephan Fule, a sollevare altri dubbi di merito. Ma la sua era stata una voce isolata, a cui fece da contraltare il tragico silenzio dei media europei e delle principali cancellerie.
Il Montenegro è stato definito dall’US Foreign Affairs uno “stato mafioso”. Djukanovic 4 anni fa è stato rieletto premier per la terza volta ma negli ultimi due lustri le accuse interne di stampa e opinione pubblica su corruzione e malaffare sono aumentate esponenzialmente. Nel 2011 l’americana Securities and Exchange Commission ha accusato di tangenti Magyar Telekom Plc, il più grande provider di telecomunicazioni in Ungheria e tre dei suoi ex dirigenti: avrebbero pagato mazzette a politici del Montenegro e della Fyrom per impedire la concorrenza nel settore delle telecomunicazioni. In seguito Magyar Telekom ha accettato di pagare una sanzione penale da 59 milioni di dollari come parte di un accordo raggiunto con il Dipartimento di Giustizia americano. E anche Deutsche Telekom come parte di un accordo di non-azione penale con il Dipartimento di Giustizia pagò una penale di 4,5 milioni di dollari.
Lo scorso marzo in una risoluzione del Parlamento Europeo si leggeva che il Montenegro non aveva compiuto passi in avanti alla voce “legalità”. E osservava che la corruzione rimaneva un problema grave, soprattutto nei processi di privatizzazione, per cui si rendeva necessario eliminare la corruzione a tutti i livelli, dal momento che minava i principi democratici e pregiudicava lo sviluppo sociale ed economico. Un focus, quello acceso per la seconda volta in un anno e mezzo dall’Europa su Podgorica, che apre anche agli interrogativi relativi all’allargamento stesso dell’Ue. Il ragionamento che a Bruxelles non vogliono fare è che questo allargamento forzoso, deciso a tavolino, non solo ha fatto inglobare nell'Unione europea anche Stati zavorra che ne stanno minando l'essenza (dall'interno), ma provocano danni agli altri paesi membri, come dimostra la volontà del Montenegro di preferire come partner commerciale la Turchia anziché l'Italia. Il declassamento da parte di Moody's e Standard & Poors e il debito del Montenegro che nei dieci anni di indipendenza è esploso fino all’80% del pil sono lì a dimostrarlo.
Altra evidenza gli “incidenti” accorsi a tre aziende private: la cipriota Ceac, l’olandese Msnn e l’italiana A2A. Dapprima sono state invogliate ad investire lì, ma un attimo dopo messe nelle condizioni di subire gravi perdite. La Ceac nel 2005 ha rilevato l’obsoleta fabbrica di alluminio Kombinat Aluminijuma Podgorica, ma la società è stata espropriata nel 2013. Il suo ex CFO, Dmitry Potrubach, è stato arrestato e accusato di aver rubato energia elettrica. Dopo anni di controverse giudiziarie, per la prima volta un tribunale internazionale ha dato torto al Montenegro, senza però che l'Ue abbia speso una parola in merito, se non due righe di ordinaria cortesia.
Ecco, con tali significative premesse, che un capitolo a parte della storia montenegrina lo merita senza dubbio il premier Djukanovic. Non solo sta consentendo (ai turchi), in un paese a maggioranza cristiana, la costruzione di decine di moschee e luoghi di proselitismo, come i centri culturali turchi a Podgorica e Bar, con il rischio di radicalismo esasperato e quindi di infiltrazioni terroristiche. Ma, altra pericolosa analogia con il governo di Ankara, non ama i giornalisti di opposizione che vengono quotidianamente attaccati e, in alcuni casi anche uccisi, come l’ex direttore del quotidiano Dan, Duško Jovanović freddato da tre killer nel 2004, e definito il Čuruvija montenegrino: infatti Slavko Čuruvija direttore del Dnevni Telegraf e di Evropljanin fu ucciso a Belgrado l’11 aprile del 1999 e del processo poco o nulla si sa. Fare del giornalismo, libero e obiettivo, in Montenegro è molto difficile e nonostante i continui report da parte delle istituzioni europee nulla cambia in meglio.
Una relazione della Commissione Europea del 2014 sollevava serie preoccupazioni sulla libertà di espressione nel paese, che è stata minata da casi di violenza contro i giornalisti, e contro i proprietari dei media. E sollecitava il governo a promuovere e sostenere pubblicamente la libertà dei media, evitando eventuali dichiarazioni che potessero essere intese come intimidazioni. Esattamente il contrario di quanto fatto dall'esecutivo targato Djukanovic. Dove stanno quei giornali europei che si scagliarono a suo tempo contro Silvio Berlusconi? Perché ora tacciono? E' giunto il momento che i grandi giornali europei si occupino davvero dei problemi reali del continente: a cominciare proprio dal Montenegro.
depaloFrancesco De Palo
giornalista freelance e analista