Dal NO può nascere una vera rivoluzione - G. Valditara

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gentesoleIl risultato del referendum del 4 dicembre può aprire in Italia una prospettiva politica e culturale autenticamente rivoluzionaria. Occorre sfruttare questa straordinaria occasione per iniziare a cambiare realmente le strutture vecchie e cristallizzate del nostro Paese. Ci sono certamente due dati che fanno riflettere: il No trionfa fra i giovani e nelle periferie, ma paradossalmente non è l'affermazione degli "analfabeti" o dei "sottoproletari": il maggior numero di voti a favore del Sì si registra infatti fra chi ha solo la quinta elementare, in netta prevalenza persone anziane facilmente suggestionabili. Le percentuali di No fra i laureati come fra i diplomati sono eguali o superiori al voto complessivo. Il No trionfa fra commercianti e piccoli imprenditori, vince il Sì fra gli imprenditori medio-grandi. Le classi dirigenti espressione dell'establishment e i "ricchi" si sono espressi in prevalenza per il Sì.

È dunque innanzitutto un rifiuto netto di una concezione oligarchica ed elitaria della politica, ma è anche la rivolta di un ceto medio impoverito.

I movimenti popolari che hanno sostenuto il No alla riforma si trovano ora di fronte ad un bivio: governare in modo positivo le istanze per un forte rinnovamento della società e della politica, indirizzandole verso nuove frontiere, ovvero farsi trascinare dalle spinte popolari, accarezzandone le istanze più istintive e quindi demagogiche. Insomma, si presenta il dilemma fra incanalare la rivolta popolare verso una stagione di riforme serie e utili al Paese, o meglio per una sua rifondazione, ovvero verso forme qualunquiste senza un significativo impatto sulla realtà.

Per realizzare una grande stagione di riforme positive occorre prima di tutto avere le idee chiare su quali debbano essere le priorità e soprattutto sulla visione futura della società italiana.

Alcuni temi, che non possono essere elusi, sono per esempio: le grandi trasformazioni che investono il modo di produrre beni e servizi, la cosiddetta industria 4.0; il governo di una immigrazione sempre più fuori controllo; l'oppressione fiscale; le nuove politiche di solidarietà, incoraggiando il volontariato piuttosto che la contribuzione obbligatoria e redistributiva; il ripensamento dei rapporti con l'Europa; la concezione che si ha del sistema finanziario e bancario, in particolare; le politiche della casa, per dare a tutti una casa; le politiche della formazione e della innovazione; i rapporti con le grandi potenze e con il mondo in via di sviluppo; il decentramento della contrattazione giuslavoristica; la sicurezza della persona e dei suoi beni; il recupero della sovranità popolare, e una nuova centralità del principio identitario; l'idea di qualità della vita; il ruolo dei territori e i rapporti fra stato centrale e autonomie; il ruolo e la concezione stessa della burocrazia e in definitiva il ruolo dello stato. Ultimo, ma non ultimo, la visione che si ha della buona fede, in politica e nella società.

È prendendo una posizione chiara e coraggiosa su questi temi, sviluppando nel contempo proposte programmatiche serie, realizzabili e non illusorie, che si può costruire una vera alternativa culturale, innanzitutto, e quindi politica. Partendo non da valori preconcetti, ma da problemi reali, risolti alla luce di una visione concreta e di un pensiero organico. Si potrà così finalmente mandare in soffitta quel detestato e screditato establishment politico, culturale, mediatico, finanziario, che ha ingessato per mediocri ed egoistici interessi, in Italia come in Occidente, lo sviluppo e dunque il futuro dei giovani, di chi non è "incluso", di chi è "dimenticato".


valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di  giurisprudenza dell’Università Europea di Roma