Scenari politici per il post-referendum - M. Foa

  • PDF

altarepatriaFino a qualche anno fa parevano sbuffi isolati di rabbia: Haider in Austria, Bossi in Italia, Fortuyn in Olanda. Ed erano quasi tutti di destra. Ora non più. Ora un’onda di protesta, sempre più alta e sempre più comprensibilmente rabbiosa, investe praticamente tutti i Paesi dell’Unione europea e da qualche tempo anche la Germania, lasciando ogni volta allibiti i partiti tradizionali e la stampa mainstream, incapaci, gli uni come gli altri, di percepire la profondità del malessere che attanaglia ampie fasce della popolazione europea e dimostrando, ancora una volta, di essere troppo autoreferenziali per prendere davvero atto della realtà. Un malessere così acuto e motivato da rendersi impermebaile alla propaganda ufficiale, alle pressioni esterne, ai ricatti finanziari. Nessuno aveva previsto la Brexit, ma i britannici hanno deciso di lasciare l’Unione europea. Pochi prendevano in considerazione la vittoria di Trump, che invece gli elettori americani hanno premiato e che in gennaio giurerà come presidente degli Stati Uniti. In Italia si sussurrava di una miracolosa rimonta del sì al referendum sulla riforma costituzionale, che è stata respinta con un distacco abissale. A colpire è l’inconsistenza dei profeti di sventura. Il mondo è cambiato velocemente dal 2011, quando l’incubo di un rialzo dello spread legittimò un golpe istituzionale a danno del governo Berlusconi. Quel titolo cubitale del Sole 24 Ore – «Fate presto!» - è rimasto scolpito nella memoria degli italiani e fu decisivo nel far cadere le ultime resistenze di Berlusconi.

Oggi, però, quelle minacce non spaventano più nessuno, anche perché in questo 2016 sono state sistematicamente smentite. La Gran Bretagna non solo non è in ginocchio, ma registra una consistente crescita economica. In America Wall Street non è crollata bensì è salita a nuovi massimi storici. Anche Piazza Affari, dopo lo choc della vitttoria del no e delle dimissioni di Renzi, ha retto il colpo. Evidentemente i mercati finanziari – con i tassi sotto zero – non possono permettersi nuove crisi e, all’indomani di elezioni e referendum, si ritrovano a fare il contrario di quel che avevano minacciato alla vigilia. Quella del ricatto tramite borse, bond, titoli di Stato è un’arma spuntata che offre straordinarie opportunità per coloro che si sono opposti alla supremazia delle élite transnazionali. Il movimento di ribellione che ha scosso Gran Bretagna, Stati Uniti e Italia, verosimilmente è solo agli inizi, in un’epoca in cui la vera contrapposizione non è più fra centrodestra e centrosinistra, perché agli occhi di molti elettori europei le differenze fra conservatori e progressisti moderati sono risibili e riguardano ormai aspetti marginali della vita pubblica. La vera differenza è tra chi difende l’establishment e chi crede nella sovranità dei popoli e pretende riforme che rimettano davvero in moto l’economia, che ridiano speranza di sicurezza e di crescita sociale.

Oggi il nodo è rappresentato dalla crisi economica che erode sia la libertà d’impresa sia le fondamenta della convivenza civile, sia nei Paesi europei – con la solita eccezione della Germania – sia negli Stati Uniti. Il potere d’acquisto e tenori di vita sono stagnanti o in regressione, la disoccupazione aumenta con punte drammatiche per i giovani o tamponata con artifizi contabili, quali il conteggio dei posti interinali o dei minijob che vengono contabilizzati come impieghi a tempo indeterminato; la pressione fiscale non fa che crescere mentre diminuiscono le prestazioni dello Stato e i servizi sociali, intanto aumentano l’immigrazione incontrollata, l’instabilità sociale e la criminalità spicciola. La classe media si assottiglia, confluendo verso il basso. La rabbia, il malessere e talvolta l’odio contro istituzioni come l’Unione europea nascono qui e non sono mai stati davvero compresi dai cosiddetti “partiti moderati”.

Centrodestra e centrosinistra hanno perso credibilità perché i loro leader hanno deluso sistematicamente le aspettative di un vero cambiamento. Non poteva essere altrimenti: la governance europea limita la libertà di manovra dei governi nazionali. Che all’Eliseo sieda Sarkozy o Hollande poco cambia. E allora i francesi ascoltano volentieri la Le Pen, che abilmente abbandona l’estremismo del padre e si appropria dei valori della République e del gollismo. Badate bene: a scegliere i movimenti alternativi non sono più gli emarginatima i piccoli imprenditori e gli operai, i lavoratori indipendenti e quelli pubblici, i giovani e i pensionati, accomunati dalla paura, dalla precarietà, dall’assenza di una prospettiva. Oggi nell’Unione europea una Piccola Media Impresa, gravata dalla burocrazia e dalle tasse, getta la spugna e il suo operaio, che perde il lavoro, solidarizza con le maestranze ed è spaventato, talvolta disperato perché sa che difficilmente troverà un altro posto. Fate un giro in Brianza, nel Veneto, nelle Marche e capirete cosa intendo. Questo spiega – più di ogni altra considerazione – il successo dei partiti alternativi e di protesta. Biasimarli e tentare di screditarli come populisti non basterà a fermarli. Il loro successo è destinato ad aumentare, anche in Italia.

Ed è qui che si aprono le sfide più interessanti. La Lega deve trovare la forza di darsi un profilo più alto, tale da rassicurare gli elettori moderati che vogliono il cambiamento, ma non amano gli estremismi. Il Movimento 5 Stelle rischia di deludere rapidamente le aspettative, qualora vincesse le politiche se non saprà darsi dei quadri solidi e competenti e se non sarà in grado di dare concretezza alla propria proposta politica. La crisi del Pd e di Matteo Renzi offre spazi inaspettati per i movimenti di opposizione che dovrebbero studiare ed assimilare la lezione dei Farage, dei Johnson e dei Trump, capaci di denunce fortissime e di imprese inimmaginabili, ma sempre in giacca e cravatta, sempre tenendo il polso della classe media, sia quella attuale sia quella decaduta, sempre proponendo progetti chiari e facilmente comprensibili, sempre parlando innanzitutto al popolo, infischiandosene dei giudizi talvolta scandalizzati della stampa e dei partiti tradizionali. Come dire: non basta cavalcare il malcontento. Se si vuole durare nel tempo e se si vuole dimostrare di saper governare davvero un Paese, occorre saper evolvere, dunque maturare rapidamente. La Lega e il Movimento 5 Stelle ne sono capaci? Ne sono almeno consapavoli?

Il futuro della politica italiana e le speranze di un vero cambiamento dipendono dalla risposte che sapranno dare a queste semplici eppur cruciali domande.

foaMarcello Foa

giornalista e scrittore

direttore Corriere del Ticino