La vittoria del NO - L. Antonini

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noriformaLa decisa vittoria del "no" al referendum confermativo è un fatto importante per la nostra storia istituzionale e democratica. In questi mesi in ogni città italiana si sono svolti numerosi incontri: tante persone, che avevano capito la reale posta in gioco, sono scese in campo senza alcun mezzo e armate solo della passione di difendere qualcosa in cui credevano. Così, coinvolgendo capillarmente gruppi anche di poche decine di persone alla volta, utilizzando la "cerbottana" dei social e dei limitatissimi spazi messi a disposizione dai media, questi appassionati sono riusciti, contro la "carrozzata" di chi aveva monopolizzato i grandi quotidiani e i grandi palcoscenici televisivi (e non solo), a informare correttamente gli italiani sul reale oggetto del referendum. Li hanno così aiutati a non cadere nella trappola di un quesito demagogico e sottilmente antipolitico. Sono stati mesi che hanno consentito un grande e straordinario processo di educazione civica e istituzionale degli italiani, che hanno risposto capendo, appunto, oltre la retorica degli slogan, qual era la posta in gioco.

La costituzione, infatti, non è una fra le tante leggi che perseguono obiettivi politici contingenti, ma la decisione fondamentale che esprime le basi comuni della convivenza civile e politica. Essa è il frutto della volontà di convivere e continuare ad esistere, per questo vive di legittimazione giuridica, politica e culturale. Così è stato per la Costituzione del '48, che, approvata quasi all’unanimità e frutto di un nobilissimo compromesso, è stata la “Costituzione di tutti”, al punto di svolgere un ruolo decisivo nello sviluppo economico e sociale: nel 2003 grazie anche all’equilibrio garantito dal sistema costituzionale, l’Italia era potuta diventare la sesta potenza industriale del mondo. La riforma costituzionale del Governo Renzi divideva anziché unire, non mostrava i segni di un dialogo, ma le cicatrici di una violenza di una parte sull'altra. Questa riforma, infatti, era stata portata avanti solo da una minoranza che i) grazie alla sovra rappresentazione parlamentare fornita da una legge elettorale dichiarata (anche per questo motivo) illegittima dalla Corte costituzionale, è divenuta maggioranza in Parlamento; che ii) ha poi utilizzato gli strumenti parlamentari acceleratori più estremi, delineando un vero e proprio sopruso nei confronti delle garanzie e delle prerogative dell’opposizione; che iii) è giunta al voto finale con una maggioranza racimolata e occasionale (in quasi tre anni ben 244 membri, 130 deputati e 114 senatori, hanno cambiato Gruppo principalmente per sostenere all’occorrenza la maggioranza). Una simile maggioranza (rectius: minoranza) non poteva spingersi fino a cambiare, con un violento colpo di mano, i connotati della Costituzione depotenziando gravemente il pluralismo politico e istituzionale. La sommatoria tra riforma costituzionale e riforma elettorale, infatti, avrebbe consegnato la Camera dei deputati nelle mani del leader del partito vincente - anche con pochi voti - nella competizione elettorale, secondo il modello dell’uomo solo al comando, con gravissimi effetti collaterali negativi su tutto il sistema di checks and balances. Anche l’obiettivo, pur largamente condivisibile, di un superamento del cosiddetto bicameralismo perfetto era stato perseguito in modo incoerente e sbagliato, senza dare vita ad una seconda Camera che fosse una reale espressione delle istituzioni regionali. Ma non solo. E’ vero che era opportuno modificare il Titolo V, che ha danneggiato gravemente soprattutto il Sud con la sua logica egualitaria e che ha assegnato un esagerato livello di autonomia anche a realtà che invece andavano - mi si permetta la semplificazione - commissariate. La riforma, tuttavia, invece di rispondere a questa esigenza, centralizzava un blocco imponente di materie e introduceva una clausola di supremazia tipica dei sistemi federali, senza però che quello italiano, a seguito del riaccentramento della riforma, potesse più, nemmeno lontanamente, qualificarsi tale.

Questo impianto avrebbe consegnato le regioni ordinarie virtuose al destino di vedersi soffocate da quell’inefficiente centralismo italiano (che non è quello francese) che già Luigi Sturzo criticava nel 1949“milanesi e pavesi, fiorentini e pisani, torinesi e genovesi, veneziani e padovani, romani e napoletani, si domanderanno per quale ragione di inferiorità non potranno le loro Regioni avere voce in capitolo nell’ordinamento dell’istruzione elementare e media, nei musei e nelle accademie e perfino nelle loro gloriose università, più gloriose nel tempo antico che non sotto l’unificazione e l’uniformismo del fu regno d’Italia. Ma no: la repubblica nega loro il diritto di occuparsi dell’istruzione (tranne l’artigiana e la professionale) perché il mastodontico ministero della pubblica istruzione deve mantenere statizzati e regimentati i maestri e le maestre, i professori e gli insegnanti, occupandosi persino dei trasferimenti, permessi e concorsi e pensionamento di tutto il personale scolastico compreso bidelli e uscieri. Quanto un tale accentramento sia dannoso per l’istruzione italiana non c’è persona con la testa sulle spalle che non lo affermi”.

I danni, ad esempio, ai modelli di organizzazione sanitaria delle regioni virtuose (Veneto, Lombardia, Emila Romagna e Toscana), che sono oggi eccellenze mondiali, sarebbero stati ingenti. Non era certo questa la modalità per rimediare al grave divario che oggi, in sanità, esiste tra Nord e Sud: il rischio dell’impianto della riforma è di ridurre il Veneto o l’Emilia Romagna come la Calabria o la Campania e non viceversa. Quanto, infine, alle regioni speciali la riforma prevedeva non solo che queste fossero del tutto esentate dal processo di centralizzazione delle competenze, ma addirittura che fossero elevate al rango di enti sostanzialmente “sovrani”: per rivedere il loro regime di autonomia, infatti, non era più sufficiente, come è oggi, una legge costituzionale (che basta per modificare la Costituzione italiana) ma sarebbe stata necessaria anche un’intesa con la regione interessata: questa avrebbe potuto quindi opporre un veto al massimo potere dell’ordinamento italiano (la legge costituzionale). Ma l’attuale assetto delle regioni speciali, con i privilegi di quelle ricche, come le province di Trento e il Bolzano, e l’inefficienza dissipatoria di quelle povere, come la Sicilia, non ha più una giustificazione adeguata. Il nuovo assetto prefigurato dalla riforma, in conclusione, conteneva una quantità insostenibile di quelle che Chesterton chiamava le “verità impazzite”, che riteneva le più pericolose (vi inquadrava le grandi ideologie che hanno insanguinato il ‘900) perché in grado di ingannare l’opinione pubblica: prefigurano una giusta esigenza (nel caso delle ideologie: l’esigenza della giustizia sociale, l’abbattimento dei privilegi, ecc.; nel caso della riforma: la stabilità di governo, la semplificazione, ecc.) ma la sviluppano in un esito che travalica violentemente le istanze che ne erano alla base.

Gli italiani, aiutatati anche da tanti che sono scesi in campo in modo disinteressato, armati solo di passione civile, lo hanno capito; non sono caduti nella trappola degli slogan; hanno infine giudicato. Certo, hanno giudicato, con questa rinnovata capacità critica, anche tutto il resto della fallimentare azione del governo Renzi e hanno rispedito al mittente la riforma. Ora si apre la possibilità di una stagione nuova per la politica italiana, perché c'è un corpo elettorale che è culturalmente cresciuto e che si è dimostrato consapevole. Tocca ora alla politica mostrarsi all'altezza di questo popolo.

antoniniLuca Antonini

professore ordinario di diritto costituzionale

Università di Padova