Governo Renzi, bilancio di fine mandato: un'incompiuta che lascia più problemi che soluzioni - S. Cordero di Montezemolo

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renzifinancialIl governo Renzi è durato quasi tre anni, un periodo abbastanza lungo per provare a analizzare l’efficacia della sua politica economica e la sua eventualità novità rispetto al passato, per come il capo del governo ha provato ad affermare durante la sua presidenza. Parafrasando una famosa canzone di alcuni anni fa: Cosa resterà di questi anni Renziani? Sulla base di questo leitmotiv si proverà anche a dare alcune indicazioni generali per il governo delle grandi sfide generate dalle condizioni di perdurante crisi e di profonde trasformazioni degli assetti economici e sociali a livello globale che richiedono nuove logiche non solo politiche ma principalmente culturali per avere la giusta capacità di interpretazione e risoluzione di queste sfide.

Dai recenti fatti, si è capito che la larga maggioranza dei cittadini italiani vuole sempre più trasparenza e verità sulla effettiva consistenza della crisi e non credono più a proposte illusorie condite da riferimenti a sogni, a prospettive radiose per tutti e senza costi, da citazioni di cantanti, scrittori e personaggi vari della cultura “pop-left” e a leader della sinistra riformista mondiale che hanno operato in contesti economici e istituzionali di ben altra natura e che, comunque, la storia sta già valutando in modo ben diverso da come certi media hanno provato a rappresentare nel momento del loro pieno potere. Così come la larga maggioranza degli italiani non crede più al leaderismo autocentrico in politica, soprattutto in una fase storica in cui la difficoltà e l’intensità della crisi richiedono certamente una semplificazione e riqualificazione dei processi legislativi e amministrativi ma dentro a un quadro di equilibri istituzionali e di garanzie democratiche rispondenti al voto e controllo popolare per evitare derive autoritative che non necessariamente sono caratterizzate da qualità e capacità per affrontare le nuove sfide in un quadro di globalità e intensità di cambiamento. Per questo sarebbe sempre più auspicabile che coloro che si candidano a ruoli di governo possano indicare la squadra di persone con cui intendono farlo per dare in anticipo l’indicazione delle conoscenze e competenze con cui pretendono di governare le sfide politiche e amministrative che dichiarano di voler affrontare.

In Italia rimangono le esigenze di profonde riforme e innovazioni che consentano al Paese di recuperare posizioni di competitività e produttività, per come l’Italia ha espresso fino alla metà degli anni ’90, sebbene con un crescente debito pubblico. Tutto questo insieme all’esigenza di garantire condizioni di occupazione e di sostenibilità finanziaria in un quadro complessivo che, dopo la prima fase dell’euro, garantita da una generale stabilità economica e monetaria, dopo gli eventi del 2007-08 ha portato in evidenza i limiti strutturali dell’Italia che da troppo tempo vengono enunciati ma sempre rinviati per la soluzione.

Partiamo dal tema delle tasse che Renzi ha preteso di avere ridotto come mai prima di lui quando è evidente che ciò sia infondato. Durante il governo Renzi il peso fiscale non è diminuito e ha seguito la stessa logica di molti altri governi che lo hanno preceduto: politica di annuncio, riduzione effettiva di alcune tasse visibili e riconoscibili (tipicamente quelle sulla casa) e, contestualmente, incremento di tutta una serie di altre tasse e altri balzelli che portano ad un’imposizione complessiva simile o superiore a quella precedente. Peraltro, il saldo netto delle manovre fiscali sulla casa non ha portato alcun beneficio perché lo stesso governo centrale ha alzato altre tasse che gravano sul patrimonio immobiliare e ha indotto le amministrazioni legali a accrescere le tasse locali sugli immobili con la conseguenza che i cittadini non possano ritenere di avere avuto alcun vantaggio fiscale.

Sul tema delle tasse sulla casa è ora che si prenda una posizione che corrisponda ai fondamenti economici e fiscali di una vera impostazione liberale. Gli immobili vanno tassati nella misura in cui la loro esistenza e la loro funzione utilizza risorse comuni e attività pubbliche. La prima casa di proprietà va tassata in modo limitato perché non produce reddito e rappresenta un bene di prima necessità nell’esistenza di ogni cittadino. Gli altri immobili che sono gestiti a reddito vanno tassati in modo misto, con tassazione contenuta sul valore patrimoniale e tassazione forfettaria sul reddito. Gli immobili che sono effettive seconde case residenziali vanno tassate in modo più elevato sul valore patrimoniale perché devono essere catalogati come beni voluttuari e beni di proprietà di soggetti a maggiore reddito e/o patrimonio e come tali, per equità fiscale, possono contribuire in misura superiore alla fiscalità generale.

Se poi vogliamo insistere, anche il governo Renzi – in piena continuità con quelli precedenti – ha fatto ricorso ai soliti incrementi di tasse su benzina, sigarette e altri beni di consumo generale per poter coprire i fabbisogni ordinari e straordinari dimostrando una totale mancanza di programmazione economica. Premesso il senso di disgrazia e dolore che ogni calamità naturale procura, ben sappiamo che in Italia questi eventi sono fisiologici e ripetitivi. In questo senso, si rimane sempre sorpresi e delusi delle capacità di governo quando si verifica la mancanza di fondi a riserva per coprire i costi d’intervento dopo calamità naturali e si deve sistematicamente ricorrere a entrate fiscali straordinarie (che poi non vengono eliminate finito l’intervento speciale) e ai contributi che vengono dalla società civile che già paga le tasse nella convinzione che vengano accantonati fondi per gestire questi eventi.

D’altra parte, ça va sans direse non si pone mano a una profonda e strutturale riduzione della spesa pubblica e se, contestualmente, non si riduce l’area di evasione/elusione fiscale effettiva (e non presunta o denunciata senza riscontri oggettivi ma solo per demagogia e ideologia) si fa fatica a capire come si possano ridurre le tasse. Su questi due temi, abbiamo assistito a una sequela di dichiarazioni retoriche senza, tuttavia, sostanziali risultati se non il turnover dei responsabili alla “spending review” e la pretesa di ogni governo di recuperare più somme dei precedenti con accertamenti e contenziosi tributari.

Per chi ha buona conoscenza delle questioni di spesa pubblica, sa bene come questa possa essere ridotta drasticamente – sia nella componente nazionale sia, in misura anche maggiore, nella componente locale – e questa riduzione avrebbe grandi effetti anche sulla integrità, moralità e responsabilità riducendo il livello di intermediazione della mano pubblica che determina i fatti corruttivi, concussivi e distorsivi dei processi decisionali per le attività gestite, amministrazioni e enti pubblici sebbene potrebbero e dovrebbero essere amministrate da soggetti privati sotto uno stretto e trasparente controllo pubblico.

Per quanto riguarda l’evasione, per come detto prima, la prima cosa da fare è uscire dalla demagogia e dall’ideologia per cui quando si vuole lisciare il pelo al vero populismo, “la si butta in caciara”, ossia si indicano cifre e situazioni di evasione che non sono mai stati dimostrati in modo scientifico e obiettivo, ben sapendo che in un paese con una struttura tributaria eccessiva, iniqua e distorta, e in un contesto fiscale internazionale aperto, l’evasione e l’elusione sono più facili e, per certi versi, più comprensibili per non dire accettabili dal punto di vista di chi svolge attività imprenditoriale o di lavoro autonomo e non ha le garanzie e le tutele dei lavoratori dipendenti, soprattutto se dipendenti pubblici.

In realtà, queste due questioni – la riduzione della spesa pubblica e il recupero dell’evasione/elusione fiscale – sono “critiche” per la loro incidenza sugli obiettivi di consenso, soprattutto nelle aree e nei settori dove questi fenomeni si sono consolidati nel corso dei decenni in piena continuità dei diversi governi della Prima e Seconda Repubblica. Come si potrebbe dire in questi casi: “o volere o volare”. Nel senso che, o si è in grado – nelle forme dovute e anche con la necessaria determinazione a rischio di perdita di consenso nel breve termine – di affrontare e risolvere in modo efficace queste questioni, ovvero il processo di declino è ineluttabile e sarà sempre più accompagnato da grandi tensioni sociali. In effetti, i temi della spesa pubblica e la pretesa dello Stato di affermare in modo generico un’elevata evasione fiscale – che giustifica accertamenti di massa, invii incontrollati di cartelle fiscali e una sistematica condizione d’incertezza sulla propria posizione fiscale – stanno diventando i fronti caldi della progressiva contrapposizione tra la parte privata, produttiva e generativa del reddito nazionale e delle prospettive di sviluppo economico e la parte pubblica che beneficia delle risorse create dall’altra componente sociale e che, oltre alle tutele giuridiche consentite ai dipendenti e funzionari pubblici e a tutti i soggetti che vivono di politica, può avere dalla sua gli strumenti per obbligare la parte privata a trasferire le risorse necessarie al suo mantenimento.

Detto tutto quello che è stato appena analizzato sul tema fiscale, oltre ai doverosi interventi per poter ridurre in modo strutturale l’imposizione fiscale soprattutto sui soggetti fisici e giuridici che contribuiscono alla ricchezza nazionale, la “vera e grande questione” è quella di porre in essere una profonda e strutturale riforma fiscale che ridefinisca gli assetti di contribuzione e di agevolazione fiscale nel rispetto delle attuali e prospettiche caratteristiche economiche e sociali e del mutato quadro globale che determina condizioni di maggiore competitività fiscale sia sul piano dei movimenti di capitali sia di gestione e utilizzazione delle risorse industriali.

Di fatto, dopo la Riforma Vanoni di inizio anni ’50 e la parziale Riforma Visentini di metà anni ’80, in questo Paese non c’è più stato alcun tentativo di attuare una profonda riforma tributaria, nonostante le grandi trasformazioni dell’economia, del lavoro, della finanza. La mancata riforma tributaria e un sistema fiscale obsoleto e fondato su un quadro di riferimento superato è una delle ragioni, ovviamente insieme ad altre, della minore crescita, della crescente iniquità sociale, della preferenza per la rendita rispetto all’investimento e al rischio d’impresa, alla scarsa attrazione dei capitali esteri.

Passiamo ora al tema del “jobs act” o, per non farsi abbindolare dagli inglesismi, del mercato del lavoro. In questo caso, con onestà e obiettività, va riconosciuto che la riforma posta in essere dal governo Renzi ha provato a rompere alcuni tabù della Sinistra italiana, soprattutto quelli che hanno garantito nel tempo il supporto politico dei sindacati più ortodossi nel preservare le tutele e le rigidità. Tuttavia, questo tentativo di innovazione culturale della Sinistra è stato fatto con modalità tali per cui, alla fine, i sindacati hanno raccolto milioni di firme per un referendum abrogativo che ha buone probabilità di successo. Non ha molto senso per un politico che prende i voti a Sinistra far sponsorizzare la sua riforma sul mercato del lavoro da Marchionne, la Confindustria o altri imprenditori che hanno già dimostrato di delocalizzare e di perseguire il basso costo del lavoro a ogni costo. Così come il lodevole tentativo di porre mano al tema della riduzione del cuneo fiscale è stato fatto con soluzioni di copertura finanziaria non strutturali e tali da rendere precaria questa soluzione. D’altra parte, la riduzione del cuneo fiscale ha senso se sposta le risorse dalle obsolete e costose tutele tradizionali (tipicamente la cassa integrazione) ad altre forme più funzionali a un mercato del lavoro dinamico e discontinuo come la formazione e la riqualificazione professionale.

In ogni caso, il jobs act sostenuto da contributi pubblici temporanei non può che dare risultati drogati per come già ora sta emergendo e non incide su uno dei grandi temi di debolezza strutturale dell’economia e della società italiana: la sistematica perdita di produttività relativa (rispetto ai nostri diretti competitor). Il mercato del lavoro deve favorire la crescita della produttività e questa potrà essere realizzata solo se le condizioni contrattuali, remunerative e professionali sono legate al raggiungimento dei risultati produttivi. Questa condizione consente alle aziende di poter perseguire obiettivi di maggiore competitività ed efficienza e ai dipendenti di concorrere a ricevere una quota dei margini/profitti generati dal loro lavoro favorendo altresì la distribuzione di una quota maggiore di reddito nazionale alle fasce sociali con maggiore propensione relativa ai consumi che è condizione necessaria per il rilancio della domanda interna. Da tutte le cose dette in precedenza, si può ben capire come – secondo una visione liberale e pragmatica – la politica dei “bonus” sia stata del tutto inefficace e, perfino, controproducente per l’obiettivo primario della crescita economica che è il vero tallone d’Achille dell’Italia. La politica dei bonus è stata innanzitutto ingiustificata, tenuto conto dei grandi impegni finanziari che Renzi ha assunto su altri fronti: jobs act, riduzione del cuneo fiscale, riduzione tasse. Inoltre, e direi in modo più rilevante, la politica dei bonus è stata impropria rispetto a ciò che in tutta Europa è stata indicata la priorità di politica economica: la crescita del prodotto interno a tassi consistenti e perduranti al fine di ridurre il debito pubblico e rilanciare l’occupazione, soprattutto quella giovanile che sta diventando un male cronico. Per rilanciare l’espansione economica e l’occupazione bisogna concentrare tutte le risorse e gli sforzi sulla crescita degli investimenti privati ma anche pubblici se funzionali a favorire la competitività e la produttività del Paese.

E adesso, poi, si deve anche aggiungere che la politica dei bonus e delle altre manovre elettoralistiche hanno dissipato risorse che invece sarebbero fondamentali per garantire il salvataggio di molte banche italiane che, altrimenti, rischiano di mettere definitivamente in ginocchio la nostra economia senza grandi vie di fuga perché dentro al sistema dell’euro – che può essere stato uno scudo finanziario fino a quando il sistema bancario appariva solido – ora, invece, può essere il nostro cappio al collo per come riduce gli spazi di manovra per trovare una soluzione che non distrugga la fiducia la fiducia, il risparmio e le possibilità di finanziamento dell’economia.

D’altra parte, però, per chi conosce i riferimenti culturali fondamentali di Renzi, al di là della sua retorica e della sua proposizione modernista e innovatrice, non è sorpreso che egli abbia portato avanti una politica economica di incremento della spesa pubblica corrente, di bonus e non abbia invece assunto un ruolo più marcato di vera programmazione economica sul fronte degli investimenti e della concentrazione delle risorse sui settori ritenuti strategici per lo sviluppo del nostro paese. Le basi culturali di Renzi sono e rimangono il cattolicesimo progressista di matrice toscana, ispirato da personaggi come don Milani, don Balducci, Giorgio La Pira dentro a un contesto di sinistra ortodossa che ha favorito le pulsioni e le posizioni più stataliste, solidaristiche e cooperativiste. Questo contesto culturale, al pari di come è successo con Veltroni a Roma, dietro a una facciata di modernità, di cultura pop di tendenza, ha dato vita ad una politica di sistematica distribuzione e dissipazione di risorse pubbliche, come si è potuto vedere con i bilanci del Comune di Roma in quel periodo (poi proseguito da Alemanno).

Tutto ciò per dire in conclusione che, al di là delle apparenze e delle retoriche comunicative, le fondamenta culturali spiegano molto delle effettive finalità e capacità che i leader politici vogliono e possono perseguire e, in questo senso, dai risultati delle ultime amministrative e del referendum sulla riforma costituzionale sembra che anche gli elettori abbiano capito la vera sostanza e il posizionamento effettivo di Renzi che è tutto dentro la formazione e la tradizione politico-culturale che ha determinato i gravi problemi economici e finanziari del nostro Paese per come si sono andati formando dalla metà degli anni ’60, per poi esplodere verso la fine degli anni ’80 e l’inizio degli anni ’90 con successivi tentativi di soluzione che ora sembrano avere aggravato invece che migliorato lo stato di salute dell’Italia e la condizione economica e sociale degli italiani.

corderoStefano Cordero di Montezemolo

economista d'impresa

presidente comitato scientifico Colap