Politica e giustizia - G. Marciante

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giustiziamartelloL’ondata di “archiviazioni” relativamente a processi che hanno avuto per imputati numerosi "politici" e che si sono accavallate in questi mesi merita alcune riflessioni. La prima, indubbiamente favorevole, potrebbe essere che, finalmente, c’è il famoso Giudice a Berlino. Il richiamo più tecnico è all’art. 27 secondo comma della Costituzione repubblicana, che troverebbe (finalmente) applicazione. Ma il perverso, innegabile, intreccio fra l’amministrazione della Giustizia e la Politica pone un importante problema. Se e fino al qual punto è lecito (e costituzionalmente corretto) disapplicare, di fatto, la norma fondamentale e sacrosanta, durante il, talvolta lunghissimo, “iter processuale”. Perché è innegabile che dal – quasi mai  “discreto”- avviso di garanzia (che è tutt’altro che garantista) fino alla applicazione della norma costituzionale, il cittadino (solo “sospettato”) viene trattato da colpevole. Di fatto, quanto meno.

Non è una difesa dei cosiddetti “politici”; ma è indubbio che un numero sempre più insopportabile (per tutti) di persone che si dedicano alla Politica (che è interesse di tutti) vede prematuramente danneggiata in modo grave, quando non decisamente distrutta, la propria “carriera politica”. E poiché la Politica è un Valore democratico e costituzionale, si dovrebbe affermare che tale “carriera” è un vero e proprio “diritto”. Comprimibile, come tutti i diritti dei singoli, ma a precise e gravi e comprovate condizioni. Il problema – così generalmente lo si espone – si potrebbe ridurre ad un sillogismo devastante: siccome l’attività politica deve essere correttamente svolta, siccome occorre individuare e paralizzare gli scorretti, poiché la Giustizia è troppo lenta, ergo si considera “quasi colpevole” chi non lo è stato ancora dichiarato con sentenza definitiva, come previsto dall’art. 27 secondo comma della Costituzione. Anziché tentare – e soprattutto riuscire – a rendere più rapida la Giustizia. Alcuni fatti eclatanti e recenti dimostrano, senza necessità di citazioni specifiche, che non sempre la Giustizia rapida è superficiale o ingiusta e che quasi sempre quella lenta lo è. E’ dunque l’intreccio (ai tempi voluto e non contrastato) fra Giustizia e Politica che determina i casi, sempre meno rari, di situazioni paradossali.

Non va trascurato, inoltre, il devastante intreccio fra politica, amministrazione giudiziaria e cronaca giornalistica. Sia chiaro che, in astratto, si tratta di Valori Fondamentali della democrazia: la Giustizia, la partecipazione del Popolo, il diritto di cronaca. I problemi seri nascono nell’applicazione e specialmente nella prevalenza dell’uno piuttosto che dell’altro e nel rispetto “non soltanto formale” delle regole. Valga il vero (senza ovviamente prendere posizione di merito alcuna) il “caso” dell’ex (appunto) sindaco di Roma Ignazio Marino che ha finito di fare il sindaco della Capitale perché “sottoposto ad indagini” e che ora si ritroverebbe del tutto scagionato. Ma non è più sindaco; e probabilmente mai più lo sarà, perché i “percorsi giudiziari” lasciano, comunque, una sorta di traccia, un alone misto di residui dubbi, di sospetti e di perplessità. Analoga sorte ha subito Roberto Cota, (ex) presidente della Regione Piemonte. Eventi, che certamente, non giovano all’attività politica.

Che fare, dunque: considerare il cittadino colpevole soltanto alla sentenza definitiva oppure “ammalarlo” del “morbo tribunalizio” per poi dirgli (dopo anni magari) che è completamente guarito? Anzi, che non è mai stato “ammalato”. Dopo averlo per anni riempito di farmaci. Occorrerebbe, costituzionalmente parlando, affermare con il massimo rigore che (a parte precisi provvedimenti “cautelari” previsti dalla legge, nel rispetto della Costituzione) nessun cittadino può essere in qualsiasi modo “pregiudicato” nella sua vita e nella sua attività, fino a quando “pregiudicato” non è. Ma, allora, si spezzerebbe il perverso legame fra parti della Magistratura (che però amministra giustizia) e la politica.

La suddivisone in “correnti” (non costituzionalmente prevista) è certamente sintomatica di un modo di “schierarsi” che non può essere sottaciuto laddove si guardi agli ”effetti” dell’attività giudiziaria sulla politica (singola e di tutti). Altrettanto va detto della Politica che ha utilizzato a vantaggio di alcuni ma soprattutto contro altri l’attività giudiziaria. Sono “caduti” Governi della Repubblica (la maggior parte legittimamente eletti ed insediati) sotto i colpi di un, apparentemente innocente, “avviso di garanzia”. Che di garantistico “rebus sic stantibus” non ha assolutamente nulla. Una ulteriore questione si pone allora, quasi di conseguenza; se è vero, come è vero, che l’attività giudiziaria influisce pesantemente sulla Politica va subito detto che questa non è una “oratio pro politica”; tutt’altro, nelle intenzioni, almeno, né una requisitoria sulla, meritevole, attività giudiziaria. Ma alcuni rilievi sembrano necessari. E’ noto che negli ultimi dieci anni si sono “prescritti” oltre un milione e mezzo di processi in Italia; anche per vicende non indifferenti. Certamente è devastante – alla luce dei Diritti Fondamentali dei Cittadini – ricorrere, ancora, al sistema dell’allungamento dei termini, già abbastanza disumani. La spada di Damocle non può pendere per quasi una vita, indipendentemente dai “ragionamenti” che si fanno. Sarebbe come pensare di far fronte al tremendo fenomeno degli incidenti stradali mortali, eliminando le automobili.

Nella quasi assoluta certezza che una buona parte dei processi in corso si prescriverà, chi decide se e quali far prescrivere, di fatto assolvendo un possibile mascalzone (tuttavia innocente fino alla definitiva decisione)? Ma anche, e soprattutto, quali processi “scegliere” e celebrare e quali tenere nel congelatore in attesa della dipartita. Allo stato, sostanzialmente è un potere del tutto discrezionale. Vi sono state – è vero – delle “indicazioni” da parte di Capi particolarmente “sensibili”, come la famosa “circolare Maddalena”, poi approvata dal Consiglio Superiore. Ma il concetto di “maggior allarme sociale” non può essere una efficace bussola, perché è esso stesso chiaramente discrezionale.

Un criterio legittimo e costituzionalmente corretto dovrebbe essere questo: è solo il Popolo Italiano attraverso i suoi rappresentanti a stabilire, con Legge dello Stato, quali “fatti” suscitano il maggior allarme sociale, prevedendo pene adeguate e quindi più gravi per i fatti che suscitano maggior allarme; perché “più gravi”.  Un criterio questo non solo corretto nei Principi ma anche oggettivo e non opinabile. Cioè il Codice Penale e le norme penali. Ma a questo punto (a riprova della complessità dell’argomento) si alza immediatamente il vessillo della “autonomia ed indipendenza della Magistratura” che – per la verità – è tutt’altra questione. Perché non potrebbe essere il Legislatore a stabilire legislativamente un “ordine” di preferenza? Da superare magari, ma in casi singoli e con adeguate motivazioni. Anziché seppellire ogni tanto con una amnistia tutto il polverone.

In chiusura, e con sollievo per chi leggerà, un episodio significativo, effettivamente accaduto. E’ noto che i componenti delle Corti e dei Tribunali si incontrano al mattino in camera di consiglio o nell’ufficio del presidente per poi “andare in aula”. Sovente, nei piccoli Uffici, li raggiungeva lo stesso Pubblico Ministero per, magari, prendere un caffè coi colleghi, prima di “cominciare”. A smentita della separazione delle carriere. Nell’attesa, qualche difensore, per correttezza e tradizione, “anticipava” eventuali richieste che si riprometteva di fare (di formalizzare) in aula. Un mattino, in un piccolo Tribunale Piemontese, mentre i giudici chiacchieravano in attesa, ed era presente il P.M. un noto avvocato anticipò al Presidente, ma evidentemente a tutti i presenti, che avrebbe chiesto un “rinvio” poiché doveva immediatamente tornare a Torino per un gravissimo processo di omicidio in Corte d’Assise. Aveva ottenuto il tempo necessario dal Presidente della Corte. Il Tribunale doveva celebrare un processo per evasione fiscale, di media gravità, senza detenuti, per cifre significative ma non devastanti. Tutt’altro che prossimo alla prescrizione. Si inserì il P.M. annunciando che si sarebbe opposto fortemente perché “l’evasione fiscale è delitto più grave dell’omicidio”. A prescindere dalla soggettività dell’opinione, questo dovrebbe dimostrare il pericolo gravissimo delle “interpretazioni” in un campo così delicato.

Nulla vieta (né tanto meno autonomia ed indipendenza) che il Legislatore (quale voce del Popolo Sovrano) stabilisca con Legge (cui è soggetta la Magistratura) quali criteri di precedenza debbano essere rispettati, e quali processi debbano di conseguenza defungere: essendo, per l'enorme carico di processi, inevitabile che molti non si possano mai celebrare, siano i rappresentanti del popolo, unici responsabili davanti al popolo, a scegliere quali reati perseguire e quali far prescrivere


marcianteGiuseppe Marciante

già Consigliere di Corte d'Appello di Torino