Perché studiare latino al liceo - E. Andreoni Fontecedro

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latino2La cultura letteraria e filosofica fa parte dell’anima. Essa ci accompagna durante il giorno e con essa intessiamo i nostri dialoghi muti: ci dona esempi, apre squarci di colore, assorbe musica e arti. Ci rivela l’essenza dell’uomo e s’interroga su quella della natura. Ci conforta come àncora dei nostri pensieri. Scorrere giù, raccogliendo parole ed immagini fin da principio, o meglio fino alla sorgente scritta e testimoniata che ci trasmette emozioni originarie dà il duttile beneficio della comprensione del sé e del diverso, delle passioni che scuotono individui e società. E’ cultura assorbire in noi la storia dell’umanità nelle sue emozioni. Linfa della nostra mente, ci specchia sul fuggevole , inafferrabile tempo.

La cultura letteraria e filosofica latina è la base della cultura occidentale in quanto rappresenta il ponte tra la cultura greca di cui si nutre mentre la rielabora, la cambia e l’aggiorna e l’Europa moderna, non semplicemente perché essa seguì le insegne romane ma perché il latino fu lingua della cultura per secoli e secoli, quando l’impero già era stato distrutto, e soprattutto perché rimase sempre come biblioteca amata da studiosi di tutti i tempi e delle varie nazioni, che con essa intrecciarono una relazione quotidiana, animata da emulazione, disappunti, riprese. Se nei nostri licei riduciamo il nostro patrimonio culturale, rappresentato dal passato, a un buco nero è in quel precipizio che scivolerà la nostra società. E’ già ridicolo chiamare un ordine di scuola ‘liceo’ dove non si hanno nemmeno le basi minime per capire cosa si stia dicendo. Ma non intendo aprire qui una polemica quanto piuttosto indicare l’enorme perdita in termini di ricchezza intellettuale che produce l’assenza della conoscenza letteraria e filosofica che si è espressa in latino prima e che poi, filtrata e trasmessa in lingue moderne, ha continuato a far fluire il mondo antico nell’alveo del sapere.

Perché non dare a una società in formazione le voci infinite del mondo che ci ha preceduto e ci ha consegnato la fiaccola della conoscenza, che ha registrato il multiforme ingegno di noi mortali, destinati a vivere una giornata, come quegli insetti che Aristotele definì proprio così: “quelli che vivono un giorno soltanto”, cioè ‘effimeri’? Colloquiare con i grandi del passato ci regala, come diceva Seneca, tutti i giorni della loro vita, e così prolunga la nostra. Il mondo classico ci consegna una similitudine famosa della nostra esistenza quando equipara gli uomini alle foglie (Omero, Mimnermo, Seneca) e la consegna ai poeti d’Europa: Arnault, Leopardi, Tjutčev, Ungaretti. Ma non per questo, non per questa consapevolezza, mancò di sottolineare i sussurri d’amore (Orazio), di raffrontare il desiderio di baci a quante sono le stelle o i grani di sabbia del deserto(Catullo), non per questo Virgilio non si sofferma a fotografare il bimbo che impara a risu agnoscere matrem (riconoscere la madre con il sorriso), non per questo non ci rimane traccia di una lullaby – lo dico in inglese per far sentire il rapporto tra le lingue- cioè una ninna nanna che canta ai piccoli in braccio alla madre ,’per farli dormire’ come ci informa Persio', nel suono dolce della ‘elle’: lalla, lalla, lalla, aut dormi aut lacta (o dormi o succhi il latte). Non per questo vedendo le rose sfiorire non chiesero i poeti alla loro donna l’amore subito appassionato (da Anacreonte fino al de rosis nascentibus, a Pentadio e a tardi anonimi) come con loro ripeterà tante volte Ronsard. Ed è di Ovidio, con i nomi di Piramo e Tisbe, la prima scrittura di Giulietta e Romeo ripresa da Shakespeare con il supporto di novellieri italiani ma che il poeta latino dice storia d’amore avvenuta (incrocio di sempre tra Occidente e Oriente) a Babilonia. Non perché ritennero gli dei separati dal mondo ’senza ira né benevolenza‘ verso gli uomini (Epicuro, Lucrezio), non lasciarono lecito chiamare il vino Bacco e Cerere il pane, nutrimento del Mediterraneo, né mancarono di descrivere (Lucrezio) la statua di Cibele - sopravvivenze di lei, la remota Grande Dea dei Pre-Indoeuropei, in Occidente e in Oriente- portata in processione mentre ’nevicano petali di rose’.

E’ questa presenza di un passato remoto che ancora la letteratura del mondo classico ci trasmette che ci commuove perché dà un soffio di immortalità alle vite vissute. Come la memoria di quel rito antico (ma proprio anche oggi delle popolazioni aborigene) ancora ripetuto ai tempi di Catone il Censore (234 – 149 a.C.), in cui si chiede comprensione alla Natura, perché la si spoglia di un bosco. Riti di parole e di gesti, magia della vita che anima il tutto: dio Pan che non va disturbato nell’ora magica del mezzogiorno quando l’ombra, sinonimo di persona che vive, scompare. Ora di fantasmi o fantasie, di demoni, istante ‘senza tempo’. Che cosa è il tempo?, si chiedeva nelle Confessiones Agostino di Ippona, il Santo cristiano, mentre così consegnava la sua rivisitazione di Aristotele a Heidegger insegnando che in te, anime meus, tempora metior, io misuro del tempo solo il mio ‘sentirmi’. Il tempo autentico è nella solitudine interiore della coscienza: da Seneca ancora a Bergson, a Proust. Il dialogo si fa incessante mentre altre pagine si affollano, le giro piano e conosco. Con l’immagine fessurata del sole che scopre la linea di polvere, so con Pitagora che sono anime nell’aria, con Lucrezio atomi che volteggiano. Mentre la luna tra le imposte socchiuse porta la divinità all’eroe virgiliano (ponte magico verso l’entità altra è ancora il raggio di luna per Cyrano de Bergerac!), come a Properzio e di qui a Proust, ma anche al poeta napoletano Ferdinando Russo la luna scivola complice sulle forme della donna amata.

Chi mi può dare tanta poesia animata di volti, di mani che si agitano verso di me e chiedono memoria, chi mi può ricostruire le biblioteca dei moderni che tento di seguire, di vedere mentre voltano quelle stesse pagine che con loro sfoglio? Chi mi darà il conforto di un’immortalità pur breve, quando non c’è più memoria delle opere, degli autori. Essi subiscono come voleva Petrarca, che faceva così suo un suggerimento di Boezio, la terza morte quando il loro nome dopo essere scolorito sulle tombe (secunda mors), viene distrutto, insieme alla memoria dei loro personaggi con la dispersione dei loro libri. Ma è soprattutto vuoto di morte e silenzio per chi viene dopo. Chi potrà esprimere con maggior intensità la pretesa di immortalità riservata ai benefattori della patria, della propria società, di Cicerone che avvolge di cielo notturno, nell’armonia delle sfere, sulla via Lattea uno Scipione che sogna e accoglie il messaggio dagli avi immortali, consapevole di sola speranza ma sostenuto da fede ancestrale che riservava per primi ai capi dei popoli il dono della vita futura.

Talora mentre viviamo la nostra giornata, si accende a farci compagnia, per contrasto o per similitudine, come un ricordo che ci appartiene, un’immagine di interni regalata da pagine scritte e lette una volta. Il tempo scorre silente mentre sono con Orazio nella sua casa di campagna, davanti al focolare cui siedono da presso le immagini sante dei Lari e scorre il vino nei bicchieri , i piatti hanno fave e verdure ben condite con il lardo e ciascuno interviene su sani argomenti e narrando storie di facile allegoria. Vibra di emozione vissuta l’altra immagine della casa di campagna (nessuno come gli scrittori latini ha saputo infondere tanto amore per la vita campestre) che emerge dai versi di Tibullo: ’che piacere, sdraiato, ascoltare i venti che infuriano/ e stringere dolcemente al petto la propria ragazza/o, quando l’Austro versa le sue gelide acque abbandonarsi al sonno, il suono della pioggia che invita‘ (imbre iuvante).

E’ un errore senza scuse quello di rendere vuota e superficiale una società, sradicandola dalla propria tradizione, dalle conoscenze che formano la mente e l’anima di un popolo e danno perciò forza alle nostre scelte. E’ una colpa offrirla senza radici alle insidie materiali e spirituali che ci assediano. Proprio oggi.


andreoniEmanuela Andreoni Fontecedro

professore ordinario di letteratura latina

Università Roma Tre