Identitarismo vs mondialismo - G. Valditara

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mondialismoIn Italia si discute ancora se si debbano espellere i "migranti" a cui non sia stato riconosciuto il diritto di asilo e come bloccare quella che a molti sembra ormai una vera e propria invasione. Innanzitutto il termine "migrante" non appare corretto. Come abbiamo chiarito nel libro "Immigrazione. Tutto quello che dovremmo sapere", scritto insieme con Giancarlo Blangiardo e Gianandrea Gaiani, per le modalità con cui gli sbarchi avvengono si tratta di immigrati clandestini. Questo è un punto su cui occorre fare chiarezza. Le norme del diritto internazionale prevedono una prassi precisa che legittima l'accoglimento di coloro che fanno richiesta di asilo, previo accertamento della sussistenza dei presupposti. Si è invece andata incoraggiando una immigrazione illegale che sconta costi elevati per il salvataggio, per il mantenimento sul suolo italico, e per la espulsione.

La terminologia impropria non è tuttavia casuale, tradisce un ben preciso messaggio ideologico. Si sta infatti affermando un nuovo diritto naturale che sovverte i principi tradizionali relativi alla sovranità degli Stati: il diritto a immigrare. Per alcuni teorici si tratterebbe di un vero e proprio diritto umano che meriterebbe una particolare protezione. Le democrazie liberali hanno da sempre sostenuto e difeso il diritto di emigrare, come manifestazione della libertà umana, la libertà di muoversi e di espatriare. Non è mai stato riconosciuto invece un diritto di entrare a piacimento entro i confini di uno Stato sovrano perché questo diritto presupporrebbe la messa in discussione della sovranità di uno Stato, della sua identità, la violazione della libertà fondamentale dei suoi cittadini di autodeterminare la struttura stessa dello Stato, fondato non casualmente su tre elementi: un popolo, un territorio, un governo. Sarebbe altrimenti come ammettere che il territorio o il governo di uno Stato possano essere decisi e modificati da soggetti esterni alla comunità nazionale. Per chi ancora non avesse le idee chiare, mettere sullo stesso piano la libertà di emigrare con quella di immigrare, è un po' come mettere sullo stesso piano la libertà di uscire da casa propria, e non esservi invece confinato ad una sorta di arresti domiciliari, e la libertà di entrare senza il consenso del proprietario nella casa d'altri.

Al di là delle varie politiche di controllo o di contenimento della immigrazione che si possono attuare, deve essere chiaro che si ha qui a che fare con un confronto ideologico che non può essere rozzamente banalizzato in termini di "apertura" versus "xenofobia", o peggio "razzismo". Chi opera queste banalizzazioni rivela o malafede o povertà culturale. Si tratta piuttosto del confronto fra due diverse concezioni dello Stato e della società che hanno piena legittimazione nella storia e che nel tempo hanno dimostrato pregi e difetti.

Quando Catone nel II secolo a.C. metteva in guardia dalla eccessiva apertura verso il mondo greco, difendeva l'identità romana che non fu mai fondata sulla esclusione o sulla superiorità di razza né sull'odio verso lo straniero. Catone stesso era originario di Tuscolo, città latina che ancora 150 anni prima della nascita del celebre censore era nemica di Roma ed a cui venne poi estesa la cittadinanza. Catone difendeva la identità culturale di un popolo, a cui lui ormai apparteneva pienamente, contro il rischio di uno stravolgimento dei valori fondanti la civitas.

Si confrontano oggi due diverse concezioni, una internazionalista, globalista, mondialista, un'altra identitaria. Il principio identitario è quello più consono alla difesa della centralità della persona umana, che vive su un determinato territorio, cresce con certi valori, mentalità, "riti", abitudini, aspettative, stili di vita. Il principio identitario è quello più rispettoso di una autentica democrazia, che nasce nel comune e si sviluppa nella comunità più ampia, regionale e quindi statale.

L'idea internazionalista è stata certamente agevolata dalla tragedia della esperienza nazista, che aveva portato a confondere l'idea identitaria con la pretesa superiorità di una razza e prima ancora dalla tragedia della grande guerra mondiale frutto di un confronto fra retoriche nazionaliste esasperate. Ciò ha portato a rafforzare l'idea internazionalista difesa dai socialcomunisti, ma anche da certo pensiero liberaldemocratico, fautore delle varie organizzazioni sovranazionali.

Va affermata la netta distinzione fra un principio identitario democratico, fautore della libertà, sostenitore della centralità della persona, rispetto a derive nazionaliste o peggio razziste, che nella loro propensione violenta, manipolatrice, incapace di cogliere e tollerare la bellezza delle differenze, esprimono piuttosto una propensione psicologica simile a quella sottesa dall'internazionalismo egualitario e mondialista.

Non si è comunque riflettuto adeguatamente sui guasti sociali e umani dell'internazionalismo, della destrutturazione delle comunità, della spersonalizzazione dei territori, dell'annientamento della sovranità e quindi dell'indebolimento del principio democratico.

È paradossale che oggi, crollato il comunismo, siano le grandi lobbies economiche e finanziarie a sostenere una visione mondialista che favorisca la spersonalizzazione delle società. Viene in mente la lezione di Zygmunt Bauman sulla società liquida, la società che deriva dalla trasformazione dei suoi protagonisti da produttori a consumatori e che teme identità forti, perché uniche capaci di esprimere una resistenza verso la pianificata massificazione globale.


valditarasmallGiuseppe Valditara

professore ordinario di diritto privato romano

Università degli Studi, Torino

già preside dell’ambito di giurisprudenza dell’Università Europea di Roma