Populismo e popolarismo: una risposta ambigua ad una domanda inesistente - F. Felice

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sturzo«Vorrei solo riuscire a comprendere come mai tanti uomini, tanti villaggi e città, tante nazioni a volte, sopportano un tiranno che non ha alcuna forza se non quella che gli viene data, non ha potere di nuocere se non in quanto viene tollerato. Da dove ha puto prendere tanti occhi per spiarvi se non glieli avete prestati voi? Come può avere tante mani per prendervi se non è da voi che le ha ricevute? Siate dunque decisi a non servire più e sarete liberi!» Etienne de La Boétie

Come è normale che accada, le recenti votazioni in Europa e negli Stati Uniti, referendarie e non, hanno sollevato una serie di questioni riconducibili ad una delle domande più abusate nella storia delle idee politiche, la magna questio: “Chi deve governare?”. Il filosofo Dario Antiseri ha dedicato alcune pagine bellissime all’analisi critica che Karl Popper ha svolto in merito a questa domanda. La tesi sostenuta dal filosofo viennese, afferma Antiseri, è che con quella domanda Platone avrebbe inquinato l’intera teoria politica dell’Occidente. Tutti sappiamo come Platone rispose a quella domanda, indicando la categoria alla quale egli stesso apparteneva: i filosofi. Dopo Platone, afferma Antiseri, i teorici della politica hanno risposto che avrebbe dovuto governare un re di stirpe divina; un re per grazia di Dio; un re per grazia di Dio e volontà della nazione; un re per volontà della nazione; altri poi hanno sostenuto che dovrebbero governare i più; dovrebbero governare i migliori ovvero il migliore; un principe, un principe armato; dovrebbe governare il popolo; dovrebbero governare i religiosi, gli industriali, i tecnici; fino ad arrivare allo scorso secolo, durante il quale alcuni hanno sostenuto che avrebbe dovuto governare la razza ariana, mentre altri la classe dei proletari. Conclude Antiseri, due risposte, “la prima nazista la seconda comunista, alle quali sono appese milioni e milioni di vittime sacrificate sull'altare di teorie folli e crudeli”.

Sebbene la domanda possa apparire accettabile, secondo Popper, essa è addirittura irrazionale, in quanto ci invita a ricercare ciò che non esiste: ossia qualcuno, qualche ceto, qualche gruppo o razza o classe capace per natura e, dunque, chiamata dal destino ovvero dalla provvidenza, a comandare sugli altri. Ebbene, afferma Popper, mostrando una straordinaria convergenza con l’idea di autorità sviluppata da Luigi Sturzo dieci anni prima in La società. Sua natura e leggi, è proprio questa sostanza dell’autorità che non esiste in nessun ceto, nessuna classe o razza. Non esiste individuo, gruppo o categoria che sia venuta al mondo con il predicato, o attributo, del dominio sugli altri.

Lo stesso riferimento al “popolo”, come categoria politica, corpo sociale compatto, omogeneo e uniforme al quale la democrazia contemporanea attribuisce il carattere della sovranità: “unum corpus mysticum”, ad un’attenta analisi, non può non sollevare alcune questioni di primaria importanza. Sentiamo dire che il leader deve stare in mezzo alla gente, capire la gente, parlare con la gente, parlare come parla la gente, mettersi nei panni della gente, essere portatore delle istanze e dell’odore della gente e, ultimamente, “narrare” la gente. Scegliere di stare “in mezzo alla gente” può significare tante cose. Può significare abbandonare l’isolamento elitario ed egoistico, incontrare le gioie, i dolori, le aspirazioni, le sofferenze, la povertà, le ingiustizie, l’ingegno, la salute, la malattia, l’ardimento, la paura. Può significare tendere all’incontro con la diversità di cultura, di religione, di razza, di lingua, di tradizioni. “In mezzo alla gente” può significare operare per preservare l’uguale dignità di ciascuno, permettendo di essere tutti differenti l’uno dall’altro. Tuttavia, “in mezzo alla gente” può significare anche omologazione, massificazione, annullamento della personalità. “In mezzo alla gente”, per chi ha responsabilità di governo, a tutti i livelli e in qualsiasi ambito, può significare assecondare le passioni più basse, in nome di un facile consenso, ovvero, in nome di una ostentata immedesimazione con “l’odore del popolo”, farsi portatori di presunte istanze popolari che interessano soltanto i portatori. In fondo, Pilato si rivolse alla “gente”, al suo “popolo”: «Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?». Il suo “popolo” scelse Barabba e Pilato obbedì al suo “popolo”. È evidente che la nozione di “gente”, intesa come “popolo”, non è univoca, per quanto, per usare le parole di Loris Zanatta: “potente ed evocativa”, è pur sempre “scivolosa e ambigua”, evidenziando una serie di situazioni nei confronti delle quali il nostro giudizio è tutt’altro che unidirezionale.

Il termine “populismo” presenta a tutta evidenza una stretta parentela col termine “popolarismo”, per via della comune radice linguistica: “popolo”. Sul piano semantico però questa affinità si rivela falsa, giacché il “popolo” del populismo è ben diverso da quello del popolarismo. Spacciare l’uno per l’altro può essere una più o meno astuta operazione di comunicazione politica, che rivela però tutti i suoi limiti in sede di impostazione teorica, così come di verifica empirica. Proviamo allora ad individuare un nocciolo duro del fenomeno populismo, che possa assumere varianti di tipo hard o di tipo soft. Il populismo è una matrice politica, tipica delle fasi di modernizzazione, che può operare sia in contesti democratici che in regimi autoritari; rispettivamente, per definire l’opposizione alle degenerazioni dei primi o per fornire il sostrato simbolico alle azioni di governo dei secondi. Pur adottando uno stile politico aggressivo e autoritario, nelle sue manifestazioni anti-establishment o nella difesa delle proprie posizioni, esso solitamente non va al di là della violenza verbale.

Dal punto di vista ideologico, il populismo non è necessariamente conservatore, bensì si manifesta piuttosto riformista, quando non rivoluzionario. Invero, esso si pone come un superamento della democrazia, perché mira precipuamente a sovvertire le basi della rappresentanza, sostituendola con il principio di identità, nel senso che conferisce il primato alla rassomiglianza e alla similitudine fra governanti (leader) e governati (popolo). Da questo discendono due aspetti molto importanti: la concezione della leadership, che mira all’identificazione fra il capo e il popolo, seppure in termini di aspirazioni, e la concezione dello stesso popolo, inteso come comunità organica coesa, tale da confinare ogni alterità politica dietro la categoria discriminante di “non-popolo”.

Sostanzialmente diversa la nozione di “popolarismo”, con la quale intendiamo la dottrina politica ed economica elaborata da Luigi Sturzo e che vede nella fondazione del Partito Popolare (1919) un autentico capolavoro politico; una dottrina politica approfondita e promossa durante il suo ventennale esilio, anche attraverso quel particolare esperimento associativo che fu il People and Freedom Group, fondato a Londra nel 1936 da un gruppo di giovani, d’accordo con il sacerdote di Caltagirone. Scriveva Sturzo nella lettera di presentazione di tale associazione: «Popolo e libertà è il motto di Savonarola; popolo significa non solo la classe lavoratrice ma l’intera cittadinanza, perché tutti devono godere della libertà e partecipare al governo. Popolo significa anche democrazia, ma la democrazia senza libertà significherebbe tirannia, proprio come la libertà senza democrazia diventerebbe libertà soltanto per alcune classi privilegiate, mai dell’intero popolo».

Nella prospettiva sturziana, non vi è spazio per quel populismo contemporaneo in cui il leader presenta se stesso come l’incarnazione del popolo, categoria mistica, incarnata da un capo carismatico, né per una nozione di popolo organicistica: l’attributo “popolare” sta ad indicare piuttosto il metodo della partecipazione alla vita civile. Il “popolo” per Sturzo esprime una forza sociale di controllo, in quanto esercita la funzione di limite mediante organismi procedurali istituzionali. Per questa ragione il “popolo” in Sturzo è un concetto poliarchico, dal momento che il limite esercitato sarà di ordine giuridico, istituzionale e culturale, andando ben oltre la classica distinzione dei poteri di matrice montesquieuiana. Radicando la categoria politica del “popolarismo” in tale nozione di “popolo” è evidente che Sturzo individua il problema della politica nella ricerca dei limiti al potere.

Ebbene, Sturzo individua tre categorie di limite che il “popolo” esercita sul potere politico. In primo luogo, ciò che egli chiama il “limite organico del potere”. Nel suo impianto, il limite organico mira principalmente a raggiungere tre obiettivi: in primo luogo, svincolare la condizione civile da quella censuaria; in secondo luogo, dare maggiore uniformità ed efficacia alla legge e sottrarla all’arbitrio delle persone investite di potere; infine, nobilitare l’azione politica, dal momento che viene riconosciuto a coloro i quali partecipano alla vita pubblica un sentimento capace di trascendere gli interessi particolari per far valere le ragioni del bene comune.

La seconda categoria, ci offre l’idea del “popolo come forza morale di controllo”. Il popolo, dunque, come luogo di resistenza etica, mediante la sua articolazione in partiti, sindacati, mass-media, società civile e come forza motrice capace di mutamento e di civilizzazione. Per Sturzo quanto più è sviluppata e diffusa tale consapevolezza, insieme al sentimento di solidarietà di cui abbiamo accennato nel punto precedente, maggiore sarà la partecipazione popolare al governo della cosa pubblica, più stimati i valori etici legati al buon governo, più progredita la nazione, meglio organizzati i poteri dello stato e meglio soddisfatte le aspettative dei cittadini.

La terza categoria rimanda al concetto di “popolo come limite politico”. In questo caso, afferma Sturzo, il popolo potrà esercitare una simile funzione nella misura in cui le istituzioni statali saranno organizzate secondo il metodo democratico ovvero, nella misura in cui, in forza dell’esercizio delle libertà politiche, il processo riformatore sia reso possibile mediante il concorso e la partecipazione al potere politico di tutte le classi sociali. Così inteso il popolo non esprime la “giustificazione del potere”, ma funzionalmente, attraverso l’elettorato, diviene uno degli organi dello stato con una funzione particolare e precisa: al pari dell’opinione pubblica, è nelle condizioni di “influire” e far valere la sua forza sugli altri organi dello stato, potendo, in momenti particolari, giungere ad esprimersi persino in forma rivoluzionaria come “l’antitesi” alle classi dirigenti, che detengono il potere e che fanno coincidere la loro stessa esistenza con quella dello stato.

L’idea di “popolo” in Sturzo, dunque, non ha nulla di collettivistico, corporativistico e organicistico. Sturzo è un personalista, e per il personalista Sturzo, in sintonia anche con la visione liberale tipica di Wilhelm Röpke, solo la persona pensa, agisce, soffre e sceglie, mentre i concetti collettivi quali “stato”, “società”, “classe”, “popolo” non sono altro che strumenti semantici ausiliari che consentono la comunicazione, ma non rappresentano realtà terze (ipostatizzazioni) rispetto alle parti che li compongono: le ragioni delle parti (le persone) contano più delle ragioni della loro somma (gli stati o i partiti).

La stessa scelta di Sturzo di chiamare il proprio partito “popolare” e non “del popolo” è emblematica di come egli intendesse il ruolo del partito nel contesto democratico: come uno strumento di partecipazione per la selezione di una parte (politica) della classe dirigente. Si rifletta sul fatto che affermare che il proprio partito rappresenti “il Popolo” significa precludere una legittimità “popolare” a tutti coloro che non si riconoscono in quel partito: si può finire (e si finisce) per pretendere di rappresentare il discrimine tra “il popolo” e “il non-popolo”. Per Sturzo, al contrario, l’essere “popolare” o “democratico” descrive un metodo dell’agire politico. Un partito può essere popolare (cioè non elitario), democratico (ossia non autocratico), ma solo pretenziosamente può definirsi “del popolo”, ovvero “della democrazia”.

Certo, il compito di un partito è chiaro: rappresentare delle istanze di parte, magari formulate in un programma o in una carta di valori democraticamente votata, sulle quali cercare di raggiungere il massimo consenso con il minimo sacrificio delle proprie posizioni. Ma qualora esso pretendesse di incarnare la totalità delle opzioni politiche esperibili sulla base di un principio maggioritario autoritario, cioè mal inteso, farebbe del popolo un mero instrumentum regni e non il protagonista legittimo della vita democratica, in cui il leader è figura transeunte, per quanto eccezionale o significativa.

Allora, per concludere, con Popper, Antiseri e Sturzo, credo che razionale non sia chiedersi “Chi debba comandare?”, quanto piuttosto rispondere a quest’altro interrogativo popperiano: “come ci è possibile controllare chi comanda? […] come possiamo organizzare le istituzioni politiche in modo da impedire che i governanti cattivi o incompetenti facciano troppo danno?”. Sembrerebbe proprio questa la domanda più significativa in una società aperta, popolata da persone fallibili, ma perfettibili, e desiderose di promuovere le condizioni istituzionali del bene comune. Nel contempo, con tristezza, ci tocca constatare che sembrerebbe sia stata proprio questa la domanda maggiormente negletta da quella “società civile”, quel “popolo”, che troppo spesso retoricamente si esalta e che sovente si accontenta di un “posto a tavola”, piuttosto che rappresentare il limite invalicabile e l’argine critico nei confronti di chi detiene il potere.

 

feliceFlavio Felice

professore ordinario di storia delle dottrine politiche

Università del Molise

presidente del Centro Studi Tocqueville-Acton