A proposito di future riforme costituzionali - R. G. Rodio

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futureriformeLa totale bocciatura della riforma costituzionale Renzi - Boschi sancita dal referendum tenutosi il 4 dicembre scorso apre tutta una serie di scenari e percorsi nuovi, in particolare sulla possibilità di riformulare proposte di nuove riforme. La mancata approvazione di quella legge di riforma, infatti, di certo non impedisce che possano essere presentate altre proposte, ma certamente ne comporta (o ne consiglierebbe) una diversa modulazione.

Al di là della necessità di una urgente approvazione di una nuova legge elettorale, i cui contenuti saranno certamente influenzati dalla sentenza che la Corte Costituzionale andrà a pronunciare il 24 gennaio in ordine alla normativa attualmente vigente (si ricordi che la legge elettorale, pur essendo una legge ordinaria, è una legge costituzionalmente necessaria e quindi il suo contenuto ha in ogni caso una certa incidenza sull’assetto degli equilibri costituzionali), diversi altri settori potrebbero essere interessati da modifiche o integrazioni, da discutere peraltro più opportunamente nella prossima legislatura.

Evitando accuratamente di ripetere l’errore commesso dal Governo Renzi di tentare di varare una riforma costituzionale interessante contemporaneamente una parte così consistente della Costituzione, un diverso approccio ad un serio nuovo tentativo di riforma potrebbe essere attuato utilizzando più leggi costituzionali, relative a singoli argomenti, ma ovviamente correlate e coordinate tra di loro, in modo tale che l’eventuale sottoposizione di tali leggi costituzionali a referendum popolare lascerebbe integra la possibilità per gli elettori di decidere quali parti della Costituzione modificare e quali no, così superando il tanto discusso problema di un quesito referendario che costringeva l’elettore ad una scelta globale sull’intera riforma, che pure verteva su punti della Costituzione non aventi alcuna correlazione tra di loro).

In una siffatta prospettiva la eventuale nuova riforma del titolo V, relativamente ad un diverso assetto delle autonomie regionali, non potrebbe che essere articolata in un provvedimento normativo autonomo e distinto (seppur coordinato) da quelli relativi ad una eventuale riforma del Senato o della abolizione del CNEL o delle altre parti della Costituzione che la riforma Renzi - Boschi intendeva toccare.

Certo, il possibile contenuto di tali distinte leggi costituzionali potrebbe essere articolato nei modi più diversi, in gran parte dipendenti dalle impostazioni ideologiche dei partiti chiamati a discuterle ed approvarle. Infatti, per quanto riguarda le autonomie regionali, ad esempio, l’arco delle possibilità è assai ampio, potendo spaziare dal lasciare immutato l’attuale titolo V (che dopo quindici anni di giurisprudenza costituzionale ha comunque ormai raggiunto un grado di certezza interpretativa abbastanza ragionevole, nonostante la problematica articolazione del testo originario introdotto nel 2001), sino all'ipotesi dell'accorpamento di Regioni, ovvero dell'eliminazione della “specialità” delle cinque Regioni oggi a statuto speciale, o ancora alla rimodulazione di un rapporto Stato-Regioni non più basato sul carattere di “ordinarietà” o “specialità” di queste ultime, bensì parametrato su una serie di fattori nuovi e diversi (come, ad esempio, l’efficienza e l’efficacia della organizzazione degli apparati e dei servizi di talune regioni rispetto alle altre).

Lo stesso potrebbe dirsi per la introduzione nel nostro sistema di un Parlamento monocamerale o sostanzialmente monocamerale, potendosi anche in questo caso percorrere sentieri anche molto distanti o antitetici tra di loro, che potrebbero andare dalla eliminazione tout court del Senato, ovvero al suo mantenimento magari con competenze diversificate rispetto a quelle della Camera, oppure alla conservazione del bicameralismo perfetto, magari accompagnato da una sostanziosa riduzione del numero sia dei deputati che dei senatori, etc. etc.

Ma nessuno impedisce di pensare che l’eventuale nuova riforma costituzionale possa essere attuata non attraverso singole leggi costituzionali come sinora si è sempre fatto, bensì attraverso la creazione di un organo straordinario (una sorta di nuova assemblea costituente) che possa procedere ad un aggiornamento globale del testo costituzionale, naturalmente nel rispetto dei limiti che la nostra vigente costituzione attribuisce al potere legislativo. Certo, il momento politico attuale sembra il meno propizio per una siffatta soluzione, che richiede necessariamente una convergenza di idee delle diverse forze politiche verso un progetto comune e condiviso, specialmente sotto il profilo della individuazione dei valori sottostanti il progetto stesso; convergenza che in questo periodo storico sembra essere del tutto assente e di difficile realizzazione in tempi più o meno ragionevoli.

Ma vi è infine un altro aspetto che occorre tenere in considerazione: prima di pensare ad ulteriori modifiche della Costituzione varrebbe forse la pena di riflettere sulla possibilità di lasciare immutato il vigente assetto costituzionale, concentrandosi invece su una corretta attuazione dello stesso. Ampie aree della attuale Costituzione, infatti, risultano ancora oggi, a settanta anni dalla sua promulgazione, inattuate o attuate in modo lacunoso e frammentario. Si allude in particolare all’area della tutela dei diritti sociali, a quella del ruolo di talune formazioni sociali (quali i sindacati), o a quella dei rapporti tra taluni poteri dello Stato, in particolare con riferimento alla mancata attuazione dell’ultimo comma dell’art. 98 Cost. o, ancora, al principio di buon andamento della pubblica amministrazione di cui all’art. 97 Cost., allo stato attuale praticamente vanificato da una legislazione alluvionale, contraddittoria, basata su infinite deroghe e caratterizzata da una tecnica normativa di bassissimo livello (e che si traduce in inefficienze e sprechi ed è l’incubatore naturale dei fenomeni corruttivi, attesi i larghissimi margini di discrezionalità, se non di arbitrio, che lascia agli agenti pubblici).

Forse è proprio quest’ultima la riforma più urgente e necessaria nel sistema italiano. Solo ristabilendo la certezza del diritto, attraverso una attenta opera di “disboscamento” della attuale giungla normativa, formata da un ammasso ormai inestricabile di fonti primarie e secondarie e di loop infiniti di richiami e rinvii normativi, sarà possibile ridare certezza anche ai diritti dei cittadini ed alla loro tutela, nonché riportare sui binari corretti i rapporti tra governanti e governati e tra le istituzioni stesse.

rodioRaffaele Guido Rodio

professore ordinario di diritto costituzionale

Università di Bari