Certezza della pena e suo effetto deterrente. Il reinserimento del condannato nella società civile e il lavoro carcerario – F. Fuso

Domenica 31 Maggio 2015

carcere

Tutti gli istituti carcerari presenti nel nostro Paese soffrono, da anni, di sovraffollamento essendo in numero inadeguato rispetto al numero, sempre crescente, di persone ivi detenute, sia per custodia cautelare che per espiazione della condanna definitiva.

 

I detenuti, perciò, vivono la restrizione alla loro libertà personale in condizioni che molti osservatori hanno definito disumane, tanto che l’Italia è già stata oggetto di richiami e di procedure di infrazione e ciò, in uno Stato di diritto, è inaccettabile.

 

Tale situazione non può sicuramente essere risolta attraverso provvedimenti di clemenza, quali l’indulto o l’amnistia che si sono sempre dimostrati inefficaci e, comunque, produttivi di una diminuzione solo temporanea della popolazione carceraria.

 

In ogni caso, sia l’indulto che l’amnistia rendono la previsione sanzionatoria priva di efficacia deterrente perché viene a mancare la certezza che la pena verrà realmente scontata.

 

Anche l’istituto della liberazione anticipata si è dimostrato uno strumento non valido ai fini della rieducazione del detenuto perché non basato, di fatto, sulla verifica dell’effettiva capacità del condannato di reinserimento nella società civile e sulla concreta previsione che egli si asterrà dal delinquere per il futuro ma, solo, sull’effimera constatazione di “una buona condotta” tenuta nell’istituto penitenziario, che prescinde dall’aver svolto o meno un lavoro durante la detenzione.

 

Le misure alternative alla detenzione, quali l’affidamento in prova al servizio sociale, previsto solo per le pene detentive brevi e, quindi, solo per soggetti colpevoli di reati di minor gravità, innanzitutto non escludono il rischio della recidiva che, secondo i dati raccolti nel 2005, ha interessato il 19% di persone già condannate. Tale percentuale è da considerarsi elevata proprio perché riguarda reati di minor allarme sociale: secondo l’esperienza, infatti, è molto più facile il reinserimento nella società di una persona che non ne è completamente uscita, che non ha commesso delitti che manifestano, di per sé, un’elevata capacità a delinquere o, comunque,  la mancanza totale di freni inibitori verso l’illiceità. I dati, comunque, non sono stati raccolti differenziando l’età dei recidivi, che invece, ai fini statistici, è significativa perché l’eventualità di commettere nuovi reati raggiunge l’apice nelle persone tra i 25 ed i 40 anni e nei primi due anni successivi alla cessazione dell’affidamento in prova ai servizi sociali.

 

La percentuale di recidivi che hanno beneficiato di una misura alternativa alla detenzione, rispetto a quelli ristretti nelle strutture carcerarie ordinarie, è in ogni caso notevolmente inferiore: meno di due casi su 10. Il che significa che la semplice detenzione non produce da sola l’effetto di evitare la ricaduta nel crimine e che indispensabile è la rieducazione del condannato attraverso il lavoro e/o la formazione professionale.

 

Pertanto, modulare  l’espiazione della pena detentiva prevedendo un trattamento differenziato con articolazioni custodiali, le cui modalità possano dare adeguata ed efficace risposta a comportamenti penalmente rilevanti ma disomogenei tra loro, è l’unica efficace soluzione che, nel contempo, possa far mutare la detenzione da situazione di mera restrizione della libertà personale ad occasione per costruire, giorno per giorno, persone nuove in grado di abbandonare definitivamente il percorso criminale per intraprendere quello di membri effettivi della società nella quale poter vivere lecitamente a fine pena.

 

Questo ambizioso ma doveroso programma impone, però, di destinare ed organizzare risorse operative, finanziarie e strumentali secondo le diverse esigenze e situazioni dei condannati, consentendo anche di coltivare le loro personali inclinazioni.

 

 

         

 

Peraltro, un serio e reale reinserimento del condannato nella società civile non può basarsi esclusivamente sulla constatazione che egli ha scontato la pena e che non ha tenuto comportamenti incompatibili con la detenzione, anche perché un grande numero di condannati non ha mai svolto un’attività lavorativa prima della condanna e, pertanto, in tali condizioni - privi degli strumenti per vivere onestamente - necessariamente opteranno per il ritorno all’illegalità, anche solo per provvedere al loro mantenimento. E difatti le statistiche hanno dimostrato che i permessi premio e la liberazione anticipata non garantiscono, di per sé, un reale reinserimento del condannato nella società civile, essendo molti i casi nei quali, espiata la pena, soggetti già condannati sono tornati a delinquere.

 

E non è da trascurare il fatto che l’elevato costo per il mantenimento dei condannati o di quelli detenuti a titolo di carcerazione preventiva grava esclusivamente sulla collettività che sopporta, ingiustamente, le spese di chi ha voluto porsi contro le regole della convivenza civile ed onesta, aggravando ulteriormente la spesa pubblica, già eccessiva rispetto alle risorse del Paese.

 

Per troppi anni si sono trascurati principi fondamentali del nostro ordinamento, tra i quali spiccano quello dell’obbligatorietà del lavoro carcerario e quello secondo il quale la pena inflitta ad un condannato deve tendere alla rieducazione consentendo, una volta espiata la pena, un fattivo reinserimento nella società, che può avvenire solo attraverso la possibilità di un lavoro onesto. La mera detenzione in un istituto carcerario, perciò, non soddisfa tali requisiti e da tempo vi è l’idea che, senza la possibilità di iniziare la via della risocializzazione già durante l’esecuzione della condanna penale, il carcere diventa inutile, solo un costo per la collettività senza il raggiungimento del fine ultimo e cioè la riduzione della criminalità, che può ottenersi solo consentendo al condannato di porre le basi per il cambiamento del suo modo di vivere.

 

Seguendo questa via sono stati realizzati istituti carcerari sperimentali che hanno dimostrato la loro validità ed efficacia ma, purtroppo, la maggior parte delle carceri italiane mantengono una vecchia impostazione di mera restrizione della libertà dei detenuti ed a questo si può certamente attribuire il mancato reinserimento sociale di molti condannati e l’alto tasso di recidiva.

 

E’ necessario sottolineare che nelle c.d. carceri modello ove negli ultimi anni si è cercato di attuare un percorso penitenziario diverso da quello ordinario, prevedendo ed attuando finalità di recupero e di reinserimento nella società, i risultati sono stati eclatanti, con esiti di recidiva quasi inesistenti.

 

Esempio emblematico è il carcere “Luigi Daga” di Laureana inaugurato nel 2004 che, è bene segnalare, si trova sicuramente in una zona critica.

 

Tutti i detenuti - ai quali è stata corrisposta una regolare retribuzione - hanno svolto attività lavorativa, scolastica o di formazione professionale nei laboratori di falegnameria, di ceramica, nelle serre e nelle attività d’istituto, alcuni hanno partecipato alla ristrutturazione del carcere di Locri e tutti hanno aderito al Patto Trattamentale (con il quale hanno sottoscritto l’impegno di svolgere le attività proposte ed a rispettare le regole dell’istituto).

 

Nonostante la positività di questa esperienza  - che ha evitato a molti di coloro che hanno completato il percorso di diventare oggetto di interesse della criminalità organizzata una volta scontata la pena - essa denuncia alcuni  limiti rappresentati dall’essere il programma rivolto solo ai giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni, alla prima esperienza detentiva o, comunque, con un basso indice di pericolosità sociale e dall’aver previsto solo il ritorno del detenuto nell’istituto di provenienza qualora decida l’interruzione del programma, oppure non abbia rispettato le regole e/o il programma.        

 

La facoltatività e lo sbarramento posto dall’età che caratterizzano dunque questo “Programma Giovani” impediscono il recupero di coloro che rappresentano un pericolo maggiore per la società, vuoi perché già recidivi o legati alla criminalità organizzata oppure perché di qualche anno più vecchi.

 

Anche a tali ultimi, invece, deve essere data la possibilità di un reale ravvedimento che ponga le basi concrete per l’abbandono definitivo del crimine e, nel contempo, consenta il recupero dei costi del loro mantenimento durante la custodia.

 

Risultati positivi sono stati riscontrati anche nelle carceri modello di Opera e di Bollate.

 

L’art. 20 del vigente Ordinamento penitenziario (Legge 26 luglio 1975 n. 354) conferma la natura obbligatoria del lavoro per i condannati e per i sottoposti alle misure di sicurezza (casa di lavoro o colonia agricola) e l’art. 50 del relativo regolamento di attuazione (D.P.R. 30 giugno 2000, n. 230) ribadisce tale obbligo.

 

Anche volendo aderire all’orientamento secondo il quale tale obbligo sia solo una specificazione del più generale dovere costituzionale di svolgere un’attività che concorra al progresso materiale o spirituale della società, si dovrebbe considerare, in capo al detenuto, l’obbligo del lavoro penitenziario più stringente perché è un soggetto che, ponendosi  fuori dalla società civile, ha un debito particolare verso la collettività, vuoi per aver infranto le norme e, molto spesso, aver provocato un danno specifico (ad esempio alle vittime del reato), vuoi perché è la collettività che si fa carico del suo mantenimento, diversamente dagli altri consociati la cui attività lavorativa è anche mezzo di sostentamento proprio. Tale situazione non può in alcun modo paragonarsi ai vari sussidi o provvidenze che lo Stato fornisce ai soggetti più deboli (anziani, disabili, ecc.) differenziandosi sostanzialmente per la volontarietà della causa che ha dato origine al costo per la collettività.

 

Fa da contraltare l’obbligo dell’amministrazione penitenziaria, previsto all’art. 15 dell’Ordinamento Penitenziario, di procurare ai detenuti ed agli internati un’attività lavorativa.

 

La possibilità del rifiuto al lavoro penitenziario  - sebbene sia prevista una sanzione disciplinare dall’art. 77, comma primo n. 3), che è sempre rimasta sulla carta, nell’ovvia constatazione dell’incoercibilità in forma specifica della prestazione lavorativa  -  e l’inciso <<salvo i casi di impossibilità>> per quanto riguarda l’obbligo statale, non snaturano e non fanno venire meno i due obblighi. Si tratterebbe, al più, di trovare forme adeguate per far sì che i detenuti non si sottraggano al lavoro e, per l’amministrazione pubblica, che non si nasconda dietro il pretesto dell’impossibilità.

 

La misura minima in cui tali obblighi vengono rispettati (soltanto il 20% circa di detenuti è impegnato nel lavoro) deriva dal contesto nel quale viene scontata la pena. Il sovraffollamento degli istituti di pena è una caratteristica sempre in aumento, con una popolazione carceraria di gran lunga superiore alle 65.000 unità (secondo i dati dell’anno 2013), cui si aggiunge il rilievo che la popolazione carceraria, sempre più rispetto al passato, è composta da soggetti che hanno vissuto ai margini della società, senza alcuna forma lecita di reddito e spesso senza alcuna professionalità.

 

Le numerose ed incontestabili criticità nell’organizzare lo svolgimento del lavoro penitenziario a cura dell’amministrazione penitenziaria, le problematiche nell’organizzazione del lavoro all’interno del carcere ed una formulazione non felice del precedente impianto normativo hanno condotto alla L. 12 agosto 1993, n. 296, che ha modificato gli artt. 20 e 21 ed ha introdotto l’art. 20 bis dell’Ordinamento penitenziario, ove i punti più rilevanti sono quello di far acquisire ai detenuti una preparazione professionale per agevolare il reinserimento sociale e l’apertura degli istituti penitenziari ai privati disposti a intraprendere un’attività economica in carcere assumendo manodopera detenuta.

 

Ma il graduale e significativo ritorno di interesse delle imprese all’assunzione dei lavoratori detenuti si è avuto con la Legge 22 giugno 2000, n. 193 (c.d. legge Smuraglia) - che ha esteso la possibilità del lavoro ai soggetti detenuti o internati in istituti penitenziari, prima non ammessi al lavoro - tanto che tutti i progetti volti ad incentivare il lavoro penitenziario  - ivi compresa la Legge 8 agosto 2013, n. 94 - hanno cercato di rendere più effettivo l’impianto normativo tracciato dalla legge Smuraglia senza che fosse messo in discussione.

 

L’interesse dei privati, infatti, è stato richiamato dagli sgravi contributivi (riduzione o azzeramento delle contribuzioni) e dai crediti di imposta loro concessi, con lo scopo di  compensare la minor produttività del lavoro penitenziario (dovuta ai controlli di sicurezza, alle particolarità di un carcere e alla sua diversità rispetto ai locali di un’azienda, ecc.).

 

Su questa traccia si è mossa la più recente legge 9 agosto 2013, n. 94 che, oltre all’estensione degli incentivi, ha previsto la prosecuzione degli sgravi per un periodo successivo alla cessazione dello stato di detenzione (diciotto /ventiquattro mesi) al fine di fornire un supporto al reinserimento lavorativo degli ex detenuti nel momento più delicato, cioè quello immediatamente successivo alla scarcerazione, al fine di impedire che il detenuto che abbia seguito un percorso lavorativo efficace durante l’esecuzione penale si ritrovi, cessata la detenzione, privo di qualsiasi sostegno al reinserimento lavorativo.

 

In sede di conversione del decreto legge 28 giugno 2013, n. 76 (c.d. “pacchetto lavoro” – Legge 28 giugno 2013, n. 99) il comma 7 bis dell’art. 10 ha stabilito che <<l’autorizzazione di spesa di cui all’art. 6, comma 1, della legge 22 giugno 2000 n. 193 (n.d.r.: legge Smuraglia), è incrementata di 5,5 milioni di euro a decorrere dall’anno 2014. Al relativo onere si provvede mediante corrispondente utilizzo di quota parte delle maggiori entrate derivanti dall’applicazione delle disposizioni di cui all’art. 28, comma 2, della legge 12 novembre 2011, n. 183>> (contributo unificato). Tale importo va, dunque, a sommarsi ai 4.648,112 euro della legge Smuraglia portando l’autorizzazione alla spesa ad oltre 10 milioni di euro l’anno a partire dal 2014, in quanto il decreto del Presidente del Consiglio dei Ministri del 15 febbraio 2013 ha disposto la devoluzione dell’intero “fondo per il finanziamento di esigenze indifferibili” al sostegno all’attività lavorativa dei detenuti per l’anno 2013.

 

Nonostante qualche passo verso l’attuazione dei principi dell’ordinamento, è ancora necessario sviluppare le possibilità di lavoro e/o di formazione affinché coinvolgano il maggior numero di detenuti,  anche destinando maggiori fondi a tale scopo e attraverso l’implementazione di misure idonee al reinserimento del condannato nella società civile. Questo potrebbe consentire di raggiungere il non trascurabile risultato di evitare che il costo del loro  mantenimento vada a gravare sulla collettività.

 

Una parziale riduzione della popolazione carceraria potrebbe ottenersi subito fissando come regola che la custodia preventiva per gli imputati in attesa di giudizio venga disposta presso il loro domicilio, a meno che non vi siano documentate ed evidenti ragioni ostative, quali la particolare pericolosità del soggetto o la sua appartenenza ad organizzazioni mafiose.  

 

Riassumendo:

 

- non dovrà essere più consentito ricorrere all’indulto e all’amnistia come strumenti per ovviare al sovraffollamento delle carceri affinché, anche in tal modo, si ristabilisca la certezza che la pena inflitta dovrà essere scontata, in modo che essa rappresenti un deterrente efficace;

 

- dovrà essere reso effettivo l’obbligo per i detenuti di svolgere durante la carcerazione un lavoro correlato alle loro competenze e/o attitudini, il cui compenso andrà a coprire prima le spese per il loro mantenimento, per il rimborso delle spese processuali  e una percentuale del 30% verrà destinata alla costruzione di nuove carceri, mentre soltanto l’eventuale eccedenza verrà versata al condannato al momento della definitiva espiazione della pena;

 

- dovranno essere previsti, presso ogni istituto di pena, spazi, mezzi, strumenti per svolgere il lavoro ed istruttori che facciano apprendere un mestiere o una professione ai detenuti che non hanno le necessarie competenze;

 

- ai detenuti non pericolosi, a prescindere dalla misura della pena inflitta o ancora da scontare, dovrà essere concessa la possibilità di svolgere la loro attività lavorativa presso aziende, anche private, rigorosamente selezionate o quella di dedicarsi a lavori socialmente utili presso comunità, centri di recupero, case di cura e/o di riposo per anziani, anche questi rigorosamente selezionati;

 

- il detenuto che abbia svolto regolarmente ed in maniera irreprensibile l’attività lavorativa verrà proposto per l’assunzione secondo le norme sul collocamento;   

 

- dovrà essere prevista la costruzione di nuovi istituti di pena il cui costo verrà coperto con la percentuale attinta dai compensi spettanti ai detenuti;

 

- al detenuto che si rifiuti di prestare lavoro non dovrà essere concesso il beneficio della liberazione anticipata, né potrà usufruire di permessi premio o di altri provvedimenti di clemenza.

 

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Francesca Fuso

Avvocato in Milano